BLACK MOON - TOTAL ECLIPSE (Duck Down, 2003)

giovedì 19 giugno 2008

Quando uscì Enta Da Stage, il primo, fondamentale album dei Black Moon, il sottoscritto aveva 12 anni e mai si sarebbe aspettato un futuro come l'attuale presente. Non solo non potevo prevedere che sarei rimasto sotto col rap, ma nemmeno avrei potuto immaginare di trovarmi in un ufficio la mattina del 19 giugno 2008 a cercare di sopravvivere al costante assalto alla baionetta alla mia intelligenza perpetrato dalla radio di turno. Sapete, fin dalla più tenera età non son mai stato un grande fruitore della modulazione di frequenza a causa della ripetitività della programmazione; in più, ad ogni estate che s'avvicinava, cominciavo a sospettare -beata innocenza!- che qualcuno volesse prendermi per il culo passando in serrata ripetizione una ben specifica canzone. E così, tormentone dopo tormentone (All That She Wants, What Is Love, Lemontree...), mi sono sempre più isolato da quello che era "hot" al momento. Un backpacker ante litteram, insomma. La mia maschia resistenza passiva [no homo] prosegue anche in questi giorni di estrema sfrangiatura dei testicoli, e così, mentre i danesi Alphabeat ci regalano la solita cacatiella-allegra-perchè-siamo-in-estate-dobbiamo-divertirci, io controbatto nell'intimità delle mie cuffie con l'ultimo album dei Black Moon. E il cerchio si chiude.
Dopo la parziale delusione di Warzone ed una generica assenza dalle scene della Boot Camp Clik tutta, durata -ahimè- circa cinque anni, il 2003 verrà ricordato come l'anno in cui il collettivo di Brooklyn cominciò a recuperare i vecchi fan e ad aggiungerne di nuovi, ingranando una marcia produttiva che si concretizzerà nella pubblicazione di opere collettive così come individuali, in ambo i casi reputate (quale più quale meno) di buon valore. Tuttavia, per quanto possano piacere i dischi di Sean Price, Buckshot e dei Smif 'N' Wessun, non si può ignorare il fatto che dietro a Total Eclipse ci siano principalmente i Beatminerz, cioè coloro che per una buona metà hanno contribuito a decretare il successo della cricca a metà anni '90.
Una differenza vuoi anche solo psicologica, può darsi, ma non posso nascondere il fatto che introdurre l'ascolto di un album partendo dal ruvido boombap di Stay Real anzichè dall'ennesimo campione soul pitchato dia tutt'un'altra verve. Il minimalismo degli anni '90 è stato riveduto & aggiornato, ma la "sporcizia" del campione, l'imponente linea di basso sfondawoofer e le batterie secche sono Beatminerz genuini al 100%, e così è solo logico sentire il suadente flow di Buckshot nella prima strofa: "On the block that I'm from, late night is a hustle hour/ Anything gets sold, weed, clothes, plus the powder..." Puro Brooklyn, insomma. Nel tempo, inoltre, il Nostro è riuscito a trovare una via di mezzo tra l'aggressività degli esordi e la (secondo me) eccessiva calma di molti pezzi di Warzone, creando in questo modo una sintesi efficace e personalissima tra Snoop e O.C. Diciamo che è uno dei pochi veterani che anche a dopo dieci anni di onorata carriera è riuscito a perfezionare il suo stile guadagnando punti sia dal punto di vista tecnico (dizione, rime, stile) che da quello contenutistico. Perchè, sì, ammetto che è difficile trovare enormi spunti cervellotici in un album dei Black Moon e di certo non voglio dire che ci troviamo di fronte a Chuck D, ma quà e là si trovano tracce della maturazione di Buck, ad esempio nella rilettura di Ain't The Devil Happy, Confusion (beat a parte non c'entra nulla con l'originale, ma l'attacco alle logiche del mercato discografico è chiaramente proveniente da una persona che parla a ragion veduta). Infine, per quanto 5Ft non sia mai stato il motivo principale della celebrità dei Black Moon, bisogna dire che risentirlo quà e là fa sempre piacere e spesso aiuta a spezzare bene le prestazioni di Buckshot. In quanto ad ospiti ci viene offerta qualche comparsata da parte dei soci della Boot Camp, i quali -e non dovrebbe stupire- regalano prestazioni quantomeno solide e che alle volte riescono ad oscurare i nostri eroi: ne è l'esempio perfetto Sean Price, che oltre ad anticipare il personaggio del "brokest rapper alive" in What Would U Do, tira fuori una strofa da 90 sull'eccellente Looking Down The Barrel che gli varrà un buon 70% di pubblicità per il suo futuro solista d'esordio.
E, a proposito di Looking Down The Barrel, una menzione speciale va ai beatmaker che saltuariamente vanno a sostituire i Beatminerz alle macchine. L'ineccepibile MoSS, che di Barrel è l'autore, non fa rimpiangere Walt e compagni grazie ad un beat di una semplicità triviale che fa a pezzi le casse e permette agli MC di giostrarsela come meglio par loro, salvo poi far entrare nel ritornello un campione vocale canticchiato reperito chissà come e chissà dove: "Looking down the barrel... of a twelve-gauge magnum...". Perfetto. Non da meno sono Kleph Dollaz e la sua quasi-melodica How We Do It, Coptic (che produce la rilassata This Goes Out To You, con un gran bel loop misto piano e chitarra acustica) e Tone Capone, che per The Fever riprende un campione oramai piuttosto abusato ma allora relativamente fresco (ricordarmi il nome, mannaggia). Nota a parte merita il contributo di DJ Static, che riprendendo paro paro Ain't The Devil Happy di Jeru & Primo non fa nulla di male ma nemmeno rivoluziona la musica. Ma fermi restando i complimenti ai suddetti, va da sè che il ruolo delle star lo giocano i Beatminerz che, come già detto, aggiornano il loro suono dandogli un viraggio più smaccatamente settantone di buon effetto e, pur perdendo così l'unicità che permetteva di collegare I Gotcha Opin a Wrekonize e Headz Ain't Ready a orecchio, risultano al passo dei tempi quanto basta. Certamente vi sono tracce più riuscite di altre, così come va sottolineata l'assenza di una "punta di diamante" tra le varie produzioni, ma nel complesso direi che proprio non ci si può lamentare.
Insomma, per quanto enormemente sottovalutato (in questo i Black Moon mi ricordano gli ultimi Beatnuts), Total Eclipse è un must-have per chiunque desideri ascoltare di tanto in tanto dell'ottimo rap fatto per il gusto di fare rap. Non ci si troverà nient'altro che stile e competenza nel settore -in tal senso è un prodotto per pochi- e di questi tempi è un approccio molto più genuino rispetto a quello del throwback ex post.




VIDEO: STAY REAL

CUNNINLYNGUISTS - DIRTY ACRES (Bad Taste, 2007)

mercoledì 18 giugno 2008

Di ritorno da uno sfogo sulla pochezza musicale di Lil' Wayne [no homo] sul blog di Antonio, stamane m'è sembrato quantomeno doveroso offrire quella che reputo un'alternativa a ciò che il suddetto schifosone ed i suoi epigoni propongono con tanto successo. Certo, il gioco delle contrapposizioni è un po' infantile, lo concedo, ma insistendo nel non farlo qualcuno potrebbe qualunquisticamente pensare che l'uno vale l'altro e che in fondo si tratta solo di gusti -no. Ma senza voler divagare troppo (tanto ho ragione), torniamo a bomba all'oggetto del post: l'ultimo lavoro dei da me già idolatrati Cunninlynguists, autori di un classico [*] come A Piece Of Strange ed ampiamente ignorati dal pubblico di mezzo mondo.
Dirty Acres vede la luce a distanza di due anni dal precedente lavoro. In questo lasso di tempo poco si è sentito da parte loro e pertanto i sette-otto fan che hanno sparsi per il globo, una volta saputa l'imminente pubblicazione di nuovo materiale, hanno cominciato a manifestare segni d'impazienza e a cullare smisurate aspettative. Io non faccio eccezione, naturalmente, e difatti non appena ho avuto modo di sentire questo disco ho avuto un crollo degli zuccheri: non era quello che m'aspettavo, mannaggia a loro, e nemmeno riesco a fornire un'esatta spiegazione del perchè sono rimasto così profondamente deluso.
Ragionando ad alta voce, rivediamo in sintesi quali sono i pregi della loro opera-punto di riferimento: una straordinaria varietà di beat contemporaneamente orecchiabili e complessi, da apprezzare "a strati" come 'na cipolla; un ottimo emceeing caratterizzato da abilità tecnica e da una forte evocatività; temi interessanti affrontati in modo originale; complessiva personalità, coesione, chiarezza. E questo Dirty Acres? Beh, ad un primo ascolto sembra che abbiano ulteriormente rafforzato la loro identità di bluesmen reppusi (passatemi il termine), ma, assenza di fattore sorpresa a parte, l'esito è ben diverso.
L'inizio promette bene: il membro della Dungeon Family Big Rube si esibisce in un bel spoken word su una strumentale di pianoforte tipicamente plumbea, che dopo breve si conclude per lasciar spazio alla prima canzone vera e propria di Dirty Acres: Valley Of Death. Questa mette subito in chiaro che il piglio sgargiulo da giullari dei primi album è definitivamente scomparso, cosa che mi fa piacere almeno quanto l'avere la conferma di Natti come MC, che regala un'ottima strofa e dimostra essere un liricista con un paio di attributi così. Il beat funziona più che egregiamente, parecchio pestone ma espresso nello stile sempre più personale di Kno, e a parte una parentesi gospel francamente eccessiva fa ben sperare per le tracce successive... ma. Sì, c'è un "ma". Senza che vi sia bisogno di nominare i singoli pezzi uno per uno, personalmente reputo che i beat abbiano generalmente perso per strada quel connubio di orecchiabilità e complessità di cui ho scritto prima, vertendo più su quest'ultimo aspetto attraverso strati e strati di strumentazioni e altro. Naturalmente non si può parlare di incapacità da parte del produttore, questo assolutamente no, però una dopo l'altra le canzoni scivolano via senza lasciarsi alle spalle particolari impressioni; mentre sfido chiunque a non venir colpito immediatamente dalla bellezza di certe tracce del precedente album come Caved In, Brain Cell o the Gates, qui alle volte la carne al fuoco è tale che risulta impossibile focalizzarsi su un aspetto particolarmente memorabile. In più, l'impressione che Kno si sia lasciato andare un po' a suoni ed atmosfere eteree trova preoccupante riscontro nei pezzi più lenti: The Park, Yellow Lines, Dance For me e Georgia non sono certo definibili "brutte" (tutt'altro), però per quel che mi riguarda cominciano a spingersi verso sonorità più vicine all'ambient che non all'hip hop. Insomma: va bene creare dei "mood", ma qui si è a un passo dall'esagerazione e dal profluvio di saccarina nelle nostre orecchie. In poche parole, è un po' troppo "soft" per i miei gusti.
Senza contare poi la dicotomia che si va a creare con il lavoro svolto da Natti e Deacon, che reputo eccellente sotto ogni punto di vista; ai livelli di Piece of strange e forse ancora più solido dal punto di vista della tecnica. Ascoltarli è sempre più un piacere e, traccia dopo traccia, non si ha mai l'impressione di perdere punti del proprio Q.I. Mi sono sforzato, lo ammetto, di trovare anche solo un verso fiacco o stupido in Dirty Acres: non l'ho trovato, riuscendo al limite ad incappare in alcuni passaggi un po' tanto ad effetto per i miei gusti ("the clay is running red from the blood that has been shed"). Ma tolti questi piccoli nei, il livello è comunque elevatissimo. Aggiungo che gli ospiti (Devin, Phonte, Witchdoctor ed altri) aggiungono un quid di ulteriore varietà che non guasta mai, e ad eccezione di una strofa non particolarmente ispirata di Too $hort questi si danno comunque il loro bravo daffare.
E allora perchè solo tre e mezzo? Ma perchè, purtroppo, all'infuori dei bei testi il materiale non è per me di grande impatto. Molte canzoni sono sì belle ma galleggiano su tappeti sonori non strettamente memorabili, per quanto indubbiamente ben fatti. Inoltre, questi spesso s'assomigliano troppo e verso la fine del disco parrebbe quasi di ascoltare un'unico pezzo. In conclusione, quindi, Dirty Acres non fa altro che riconfermare il talento dei Cunninlynguists ma, purtroppo, non riesce a bissare A Piece Of Strange ma arriva solamente a rifinire e focalizzare maggiormente la tendenza blueseggiante di quest'ultimo. E questo non significa automaticamente un perfezionamento.




VIDEO: KKKY

ATMOSPHERE - WHEN LIFE GIVES YOU LEMONS YOU PAINT THAT SHIT GOLD (Rhymesayers, 2008)

martedì 17 giugno 2008

Scusate la sospensione delle comunicazioni, ma mi ero preso qualche giorno di vacanza durante il quale ho preferito oscillare tra il cazzeggio old school più ortodosso (per dire, ho finito GTA IV) e i nostalgici Amarcord della mia più esuberante adolescenza (il peraltro potentissimo concerto dei Rage Against The Machine a Modena, che mi ha messo KO per un giorno e mezzo).
Fatto sta che oggi mi ritrovo come un fesso alla mia scrivania, anestetizzato dal sonno e con un tempo che definire "preautunnale" sarebbe fargli un complimento: il giorno giusto, insomma, per dedicare più di quattro striminzite righe all'ultima fatica degli Atmosphere. When Life Gives You Lemons You Paint That Shit Gold, oltre ad essere il loro quinto album e oltre a potersi fregiare del titolo più brutto di un disco degli ultimi settant'anni, è anche la loro opera di maggior successo commerciale: 36,000 copie vendute nella prima settimana, un risultato straordinario ma assolutamente comprensibile, come spero di riuscire a spiegare nelle righe che seguiranno.
Premetto innanzitutto che non sono mai stato un particolare fan degli Atmosphere. L'unica volta che provai a dar loro una chance fu con Seven's Travels, e in quell'occasione giunsi alla conclusione che se mi piacevano i beat di Ant mi bastava buttarmi su Brother Ali. Perchè sì, il problema non era tanto la musica quanto Slug e la sua sconfinata autoreferenzialità vittimista che, se incrociata col mio totale disprezzo verso i neoboho, andava a creare una micidiale broda di noia e fastidio. Tuttavia, quando per puro caso ho trovato in giro l'edizione limitata acchiappagonzi di questo WLGYLYPTSG (doppia cover rigida in tela, booklet di 40 pagine e rilegatura a caldo) non ho potuto resistere e l'ho comprato a scatola chiusa pensando "sticazzi la musica, il packaging vale da solo la spesa". Successivamente, una volta giunto a casa ho comunque posto l'argenteo supporto digitale sul tray per provare a dargli un ascolto tanto per e, minuto dopo minuto, il mio iniziale disinteresse ha subito una metamorfosi che l'ha visto trasformarsi prima in curiosità, poi in sorpresa ed infine in entusiasmo.
WLGYLYPTSG è difatti quello che secondo me si può definire un disco pop nella miglior accezione del termine; riesce, cioè, a fornire uno spaccato di quella parte di società a cui fa riferimento l'autore (in questo caso Slug) e che egli stesso utilizza come una sorta di medium attraverso il quale raccontarsi. Il tutto, naturalmente, venendo accompagnato da una controparte musicale che, pur non tagliando i ponti con il passato e le origini del gruppo, si "apre" di più alle orecchie non allenate. Volendo per forza trovare un'analogia, vuoi anche un po' azzardata, Lemons mi fa tornare in mente Automatic For The People; ovviamente non come genere, sonorità o scrittura bensì come atmosfere e come effetto finale sull'ascoltatore. Ma le analogie finiscono qui, perchè come si comincia ad ascoltare i testi ci s'immerge in una realtà definibile a naso come la bassa provincia americana, a metà tra America Oggi di Altman e Le Correzioni di Jonathan Franzen: working class classica, alcolisti, tossici più o meno autocoscienti, nullatenenti, padri assenti e via dicendo (non un festa ad ostriche e champagne, insomma, tant'è che a questo punto non dovrebbe sorprendere il cameo di Tom Waits in veste di beatboxer in uno dei pezzi). Fortunatamente per l'ascoltatore non-americano, i testi non si concentrano tanto sull'estrazione sociale ed i suoi effetti o su particolari analisi politiche, ma sono perlopiù tutta una serie di storytelling che vedono queste tristi figure muoversi su uno sfondo a metà tra lo squallore e la noia, senza oggettive speranze di riscatto e perlopiù rassegnate al proprio destino. Se ne deduce che il midwest non dev'essere esattamente un luna park (ho avuto modo di vederlo e ho avuto l'impressione di una sorta di profonda Brianza statunitense, fortunatamente meno brutta), certo, però in fin dei conti si tratta di soggetti piuttosto comuni e che chiunque avrà incontrato almeno una volta in vita sua: da qui il potenziale interesse che può scaturire da questi racconti, certamente più suscettibili d'empatia che non i cazzi di Slug.
E, a proposito di cazzi, qualche scivolone c'è: The Skinny, oltre a non c'entrare assolutamente nulla col resto dell'album, è... sì, insomma, una interessantissima disgressione sul ruolo sociale del pene -a metà tra la biopic e la goliardia del Sire di Corinto. Ora, lungi da me il volerne fare una questione di buongusto, ma fermo restando che, come dice il saggio, "l'unico bello è il proprio", faccio francamente fatica a vedere di buon occhio una simile tematica. Ancora ancora potevo glissare su My Friend di Royce, ma questo, col suo piglio accademico ed il tono da cantastorie, è francamente troppo. A dio piacendo, però, la suddetta penisbiopic è l'unico vero, drammatico, passo falso da parte di Slug. Il resto è generalmente ben scritto, rimato più che discretamente (spiacente ma non faccio parte di coloro che lo reputano il cristo sceso tra noi) e con delle piacevoli variazioni stilistiche tra rappata veloce e lenta e tra dizione secca e cantilenata. Anche i ritornelli sono sorprendentemente ben studiati e alcuni, ad esempio quello di You, difficilmente riusciranno ad uscire dalla testa.
Dal canto suo anche Ant si è sviluppato in modo interessante, optando innanzitutto per l'utilizzo massiccio di strumenti suonati dal vivo al posto dei campioni. Quindi, la prima cosa che si può dire è che la bontà del suono è nettamente superiore a quella della "concorrenza", e questo nonostante un mixaggio non eccelso -cfr. certi synth che scorreggiano- e malgrado la fastidiosa consuetudine di Ant del tenere il rullante "secco" come una fucilata oltreché sparato ad un volume esagerato. La seconda cosa positiva dei beat è la loro sostanziale varietà, riconoscibile anche da un profano: si passa per esempio dalla smaccata influenza gospel di Puppets al suono molto gnarlsbarkleyano di You, senza scordarci la pesca a piene mani dal rock classico (l'hammond e l'arpeggio di chitarra elettrica di Painting, ad esempio, o l'acustica adoperata per Guarantees) oppure il ricorso a synth in stile bay area in svariati pezzi (Can't Break, The Skinny, Shoulda Known). Last but not least, il terzo motivo di lode consiste nell'aver saputo evitare l'effetto "schizofrenia" pur avendo messo così tanta carne al fuoco; denominatore comune delle tracce è difatti non tanto l'atmosfera -generalmente caduca ma con occasionali sprazzi di allegria- quanto la melodicità degli arrangiamenti, tutti piacevoli da sentirsi anche se a volte un po' scontati.
Insomma, cosa posso dire? Il bello di Lemons è che può essere ascoltato in almeno due modi diversi e risultare comunque gradevole. E' un disco ben concepito ed eseguito senza particolari scivoloni, adatto dunque sia ad essere ascoltato in macchina che nel walkman; la sua accessibilità musicale è controbilanciata da uno Slug decisamente meno emo e dunque -oltre che più maturo- immensamente più interessante ad ascoltarsi. Inizialmente, preso dall'entusiasmo com'ero, la mia tentazione di affibbiargli quattro zainetti e mezzo era grande; epperò reputo che quattro gli calzino meglio. A prescindere da questo, si tratta senz'altro di uno degli album migliori del 2008 oltrechè di uno di quelli più dotati di potenziale commerciale al di fuori della ristretta cerchia dell'hip hop underground.




VIDEO: SHOULDA KNOWN

ARMY OF THE PHARAOHS - THE RITUAL OF TORTURE (2008)

mercoledì 11 giugno 2008

Come promesso, eccovi la sorpresona che mai nessuno avrebbe potuto immaginare riguardante gli AOTP. Come si può intuire dal titolo, non è altro che la fusione delle tracce (secondo me) migliori dei loro due album, con aggiunta This Is War e alcuni simpatici skittini, riciclati dai dischi dei Jedi Mind Tricks -così, tanto perchè facevano bello.
Ho naturalmente creato una grafichèta ad hoc -niente de che, ma meglio di un calcio nei coglioni- che potete scaricare tramite l'apposito link. E ora la tracklist:

01. Swords Drawn
02. The Heart Of Darkness Interlude
03. Time To Rock
04. Farewell To The Flesh Interlude
05. This Is War
06. Through Blood By Thunder
07. Gorillas
08. Pariah Demise Interlude
09. Dump The Clip
10. Feast Of The Wolves
11. Henry The VIII
12. Of The Spirit And The Sun Interlude
13. Strike Back
14. King Among Kings
15. The Darkest Throne Interlude
16. Listen Up
17. Pull The Pins Out
18. Triumph & Agony Interlude
19. Tear It Down
20. Seven
21. Wrath Of The Gods
22. Narrow Grave
23. Boondock Saints Interlude
24. Don't Cry

Army Of The Pharaohs - The Ritual of Torture
AOTP - Grafica ROT

*Errata corrige: così, a naso, credo di aver invertito Strike Back e Time To Rock. Dico "a naso" perchè ho lasciato il CD in ufficio; domani vi saprò dire e ricaricherò la grafica con la tracklist esatta. A margine: ieri che non ho postato una sega ho avuto 70 e rotte visite, oggi a malapena una cinquantina. Se qualcuno riuscisse a frami capire gli sarei grato.
**Aggiunta: ancora peggio! Time To Rock nemmeno l'ho inserita a causa di casino tra i miei file! Domani, in serata, rimedierò a tuttto. La grafica tenetela così com'è perchè è giusta, ho solo fatto casino con Logic

J-LIVE - THEN WHAT HAPPENED? (BBE, 2008)

lunedì 9 giugno 2008

Persino per un genio come alle volte è dura non ripetersi, specialmente quando mi trovo a parlare dello stesso artista in un lasso di tempo molto breve. Ma la tentazione di autocitarmi è troppo forte, e del resto mi da il "la" per partire con la recensione vera e propria: parlando di All Of The Above, che riprende la copertina di Blue Train di Coltrane, avevo detto che il paragone tra i due artisti poteva reggere in quanto nessuno di questi due dischi ha comportato una svolta decisiva nel loro modo di fare musica. Anticipavo inoltre che J-Live il suo Giant Steps lo deve ancora comporre, e che di certo non è rappresentato dai suoi lavori successivi -incluso Then What Happened.
Un disco, questo, che avevo già scaricato come leakato (unica differenza: la scaletta dei pezzi) e che, a partire dal terzo ascolto, non vedevo l'ora di comprare, recensire e "pubblicizzare". Ora che il momento è giunto, alcuni puerili entusiasmi si sono spenti, ma la generale soddisfazione è rimasta ed anzi si è vieppiù rafforzata di ascolto in ascolto. Proseguendo nella sua letterale evoluzione, con Then What Happened Live crea il suo disco più bilanciato e complessivamente più soddisfacente e fruibile, riuscendo a scrollarsi di dosso gli errori di The Hear After ed eguagliando il suo capolavoro, All Of The Above. Lo dico subito: il prezzo da pagare è una minor complessità concettuale ed anche una minore varietà, ma la contropartita sta nel fatto che la media dei beat è qualitativamente superiore, che il disco è più sintetico e che nell'insieme il tutto fila via con maggior scioltezza.
Tuttavia, la formula è grossomodo la stessa: un sano boombap vecchia maniera con testi riflessivi espressi tramite liriche ricercate che ancora s'appigliano al caro vecchio concetto di stile. Pure, già solo con la introduttiva One To 31, metà rappata e metà discorsiva, le prime differenze si fanno notare: primo, Live ha un tono più caustico e deciso; secondo, il beat è più "moderno", meno legato ai fasti dei vari Ali Shaheed Muhammad e compagnia bella. Nella fattispecie, Jazzy Jeff prende tutta una serie di fiati (tromba e trombone) che renderebbero orgoglioso Pete Rock, ci aggiunge un brevissimo campione di synth e poi lascia che sia il tiro delle batterie a fare il resto. Un minimalismo che non sembra tale, sul quale Live fa un po' il punto della sua situazione personale sia sfruttando il concetto di dialogo/intervista, sia esprimendosi in maniera più nettamente autobiografica. È interessante notare come i due approcci si fondano bene e come il passaggio dall'uno all'altro non risulti forzato, e come persino gli scratch (curati da Live stesso) non risultino fuori luogo; personalmente avrei preferito più emceeing, ma non si può avere tutto dalla vita. Non dovrebbe comunque stupire tanto la brutale onestà -da sempre caratteristica del Nostro- quanto l'amarezza che trapela da certe affermazioni, come quando, alla domanda su quanti dischi ha venduto nella sua carriera, risponde seccamente "approximately 100,000" (!) -come lo stesso autore scrive nel booklet, quello passato non dev'esser stato un buon anno.
Si prosegue sullo stesso piano con Be No Slave, nella quale il discorso si fa più specifico e si va a toccare il sempre frustrante argomento del fare un lavoro che non ripaga economicamente degli sforzi e della passione riversativi. Fortunatamente, per quanto il tema sia pericolosamente tangente alla cerchia del playahating più intenso, che sovente si traduce in un misto di autocommiserazione e training autogeno, Live se la gioca con maggiore sobrietà e senso di responsabilità -dicendo, sostanzialmente, che si tratta di una scelta le cui conseguenze dipendono unicamente da lui (e, permettetemi, sono pochi a fare così). Dal canto suo, Evil Dee si mette al campionatore e crea una bella commistione tra un potentissimo giro di basso ed una batteria limitata a pochi colpi di cassa ed un fruscio di charleston, sul quale va ad appoggiarsi un bel sample vocale femminile che da quel tocco finale di blaxpoitation al tutto.
Atmosfera che prosegue nella lunga (quasi sei minuti!) ma assolutamente godibile The Upgrade, dove un ispirato Oddissee si lascia andare su un 4/4 piuttosto veloce retto da campioni soul tra cui l'immancabile vocale, lasciato "scorrere" in chiusura di misura e tagliato e ripetuto nel resto -un po' à la 9th Wonder, per intenderci. Tendenzialmente, questa è una tecnica che mi ha stufato già da un pezzo e che ormai reputo priva di qualsivoglia motivo di interesse, eppure qua il risultato è piacevole e, soprattutto, l'assolo finale di tromba di Rashawn Ross (che ho scoperto avere un curriculum di tutto rispetto) conferisce una tocco di classe al pezzo. Per di più, l'aggiunta al microfono del "mentore" Posdnuous e dello stesso Oddissee interrompe piacevolmente il flusso di rime di Live (ma al contempo mostra con tutta la chiarezza di questo mondo quanto quest'ultimo ricordi stilisticamente Pos). Ancora migliore è però It Don't Stop (chi campiona il suono dello xilofono con me ha già vinto a mani basse), ed anche il ritorno al suono più prettamente nativetonguesiano di The Understanding arriva giusto in tempo per imprimere una svolta al suono di Then What Happened e per prepararci ad uno dei suoi migliori pezzi, The Last Third (in odore dell'Ali Shaheed Muhammad di Low End Theory), nella quale J narra della separazione/divorzio tra lui e sua moglie. Nulla di particolarmente allegro, insomma; ma ci pensa la messicaneggiante Olé -titolo del cazzo tizianoferresco- a tirar su gli umori, e per una volta tanto lo storytelling del Nostro si tuffa nel cazzeggio più spensierato (ispirato in questo dalle chitarre).
Purtroppo, però, What You Holdin' comincia ad incasinare le cose. Infatti, l'idea di sperimentare una rappata su un 6/8 si scontra non tanto col tempo stesso -che comunque non ritengo idoneo per canzoni più lunghe di due minuti- quanto con la ripetitività del campione e con lo stile forzatamente spezzato della dizione Live; tutti elementi, questi, che sparsi su quattro minuti e mezzo fanno scendere i coglioni all'altezza delle suole delle scarpe. Poi posso anche immaginare che ci sarà chi apprezza la sperimentazione in quanto tale e che dirà "eh, ma è voluto", ma oltre a non essere una giustificazione di per sè, il problema è che s'è voluta una stronzata. Discorso analogo si potrebbe fare per Simmer Down, dove, nuovamente, la dizione si lega troppo al pur gradevole beat e ciò che ne risulta è una mezza mattonata; ma stavolta la cosa non si può spiegare con una forzatura data dal tempo, e quindi risulta ancora più diffficile comprendere come un artista simile abbia potuto optare per una scelta così bizzarra e, in ultima analisi, infelice.
Ma le brutte sorprese finiscono qui: le restanti quattro tracce riportano il disco ad un livello alto e, per quanto uno potrà sempre trovarci qualche motivo di critica (Ooo Wee e We Are un po' scontate, You Out There con un Nicolay valido ma non al top) non si può in nessun modo parlare di materiale skippabile.
Giunti al termine d questa recensione-bibbia, avrete già potuto indovinare che questa è per me una delle migliori uscite di quest'anno. in tutta franchezza, reputerei deplorevole non aggiungere Then What Happened alla propria collezione; a maggior ragione se si apprezza Live come liricista, che imprimendo piccole svolte riesce a non risultare Né ripetitivo né a corto d'idee. Se invece dovesse essere la prima volta che v'imbattete nel Nostro, la scelta tra All Of The Above e questo spetta a voi; personalmente, ripeto, pongo ambedue gli album sullo stesso livello, pur trovando Then What Happened forse meno "completo" ma senz'altro più digeribile.



THE SHOW & A EXPERIENCE - LIVE HARD (D.I.T.C. Records, 2007)

domenica 8 giugno 2008

Sembra incredibile, ma il mio primo giradischi lo comprai solo nel '98. Fino ad allora me l'ero sempre sfangata altrimenti, generalmente rinunciando a qualche pezzo quà e là, oppure sfruttando pomeridianamente l'attrezzatura di qualche mio amico, oppure -e qui fui geniale- arrivando financo a farmi fabbricare un cavo con alle estremità un jack normale e dall'altra uno da 1/4" per sucare a sgunfio certi 12" dal Timeout, collegando il giradischi al line-in di un vecchio walkman. Ma quell'anno venne pubblicato un disco che, da solo, mi spinse a mettere via i soldi per comprare un Technics a cinghia: l'album che non riuscivo a pensare di non poter ascoltare era Full Scale. Da lì in poi non è che abbia comprato molti dischi su vinile, e -Full Scale escluso- l'unica cosa che non rende quel mio acquisto un investimento inutile sono gli album vampirizzati dalla collezione di mio padre.
Ma tant'è; a dieci anni di distanza non solo si sono succeduti innumerevoli sistemi di P2P (Audiogalaxy era il migliore, btw) che hanno ovviato a problemi come il mio di diciassettenne, ma anche il panorama dell'hip hop è mutato in maniera considerevole. Ad esempio, se dieci anni fa mi avessero detto che la D.I.T.C. un giorno non sarebbe praticamente più esistita, non ci avrei creduto; se mi avessero detto che Fat Joe avrebbe fatto canzoni con Lil' Wayne, idem; ma, soprattutto, se mi avessero detto che avrei dovuto aspettare dieci anni prima di avere una nuova raccolta di materiale originale da parte di Show & A probabilmente sarei scoppiato a ridere. E invece eccoci qui, nuovamente con un EP: pare incredibile. Va detto che in questo lasso di tempo, mentre Show è rimasto sostanzialmente fermo al palo, AG prima ci ha deliziato (si fa per dire) col suo solista del 2000 e poi ha resuscitato la sua carriera con un più che discreto seguito nel 2006, contenente produzioni di Oh No, Madlib, Dilla e Jake One. Ma i fan volevano altro, e così eccoci a Live Hard.
Francamente, non c'è molto da dire sul contesto in cui questi sette pezzi e cinque strumentali escono: così a naso si tratta solamente di un piatto cucinato per saziare gli appetiti degli orfani della D.I.T.C., ed in tal senso il risultato può dirsi raggiunto. Purtroppo, anticipo fin da ora che Live Hard uscirebbe a pezzi se confrontato con Full Scale, ed è solo per affetto nei confronti del duo che cercherò di evitare paragoni nella disamina di queste sette tracce. Anche perchè Business As Usual, il pezzo d'apertura, eccetto usufruire del ritornello scratchato da Premier (ma cos'è, una moda?), non ha nulla di particolarmente degno di nota. Certo, è ben prodotta, ha delle belle batterie e AG, pur non eccellendo (la prima strofa è poi discutibile, pare quasi un freestyle), si lascia ascoltare, però la cosa finisce lì. Le cose poi migliorano con Can't Relate, ma è solo grazie a The World Is Listening che si comincia ad avere un sentore di vero ritorno del duo anzichè della consueta anonima uscita underground nuiorchese. Il 90% del lavoro lo fa il campione di glockenspiel scelto da Show, che restituisce al pezzo un'atmosfera tra il cupo e l'etereo, un po' come avvenne per Raw As Ever. Ma sarebbe ingiusto non spendere due parole su AG, che qui decide finalmente di uscire dalla sua comfort zone scrivendo un pezzo (vagamente definibile come concettuale) nel quale descrive se stesso ed i suoi comportamenti in base a ciò che gli è stato detto da certe persone in dati momenti della sua vita. Menzione speciale per il ritornello, un'autentica perla fatta di giochi di parole: "I overheard talk is cheap, anyway that's the word on the street/ I don't talk if I'm forced to speak, I speak the truth 'cause the world is listening".
La china continua a venir risalita poi dall'ottima Running Man, che compensa uno storytelling un po' "meh" (immaginatevi grossomodo Il Fuggitivo in chiave ghettusa, yawn) con un beat lento che profuma meravigliosamente di Stax, e che con un basso tirato su a livelli irragionevoli non sfigurerebbe tra le meglio cose Return Of The Mac. Ma è solo con la quinta traccia che si raggiunge quello che per me è lo zenit qualitativo di Live Hard: Land Of The Free. E ciò non solo perchè a far da spalla a AG c'è O.C., cosa che spezza di molto la monotonia del primo, ma anche perchè il Nostro dedica un intero pezzo a criticare materialismo e consumismo cieco... eh? Essì, AG, uno dei pochi campioni di orgoglioso cazzeggio, s'è momentaneamente ravveduto. Non aspettatevi naturalmente un novello Immortal Tech, però -l'approccio qui è molto più terra-terra, arricchito, più che da attente analisi sociologiche, da piccoli esempi di miseria quotidiana. E poi la base, insolitamente melodica con quel sovrapporsi dei campioni di piano e di archi, ben si adatta al testo e ci ricorda ulteriormente come suona un duo affiatato. Chapeau, insomma. Tristemente, però, da qui in poi la strada è in discesa e si ritorna al tiro delle prime due tracce: senza infamia e senza lode e con qualche scivolone da parte di AG abbastanza patetico ("You lack iron like anemia", per dire, che farebbe cacare a prescindere dallo svarione medico. Parentesi: i niguz ce l'hanno su con l'anemia, ricordo un meraviglioso Lord Have Mercy che ci ammoniva che lui era "cold blooded like anemics").
Giunti a questo punto, cosa si può dire? Beh, innanzitutto che Show & A sono stati bravi a non steccare nemmeno un pezzo -del resto, su sette sarebbe stata ardua. Ancora più bravi, ne hanno creati tre davvero belli, epperò... epperò, cazzo, è come con Indiana Jones: dopo tutto questo tempo non può bastare un semplice disco "OK", come minimo deve avere glieffetti speciali sbirluccicosi e farti gridare FUCK YEAH!. Ora, io sono sufficentemente raziocinante da riconoscere la competenza dietro a Live Hard, ma non posso nascondere una mia delusione. Come potrei? Per belle che siano, le tre canzoni di metà disco non sono né una Q&A, né una Drop It heavy, né men che meno una Spit. E d'accordo che Full Scale è un capolavoro, però... Insomma, peccato ma anche no. Va bene così, ma ora voglio qualcosa di assolutamente stellare.



ARMY OF THE PHARAOHS - THE TORTURE PAPERS (Babygrande, 2006)

sabato 7 giugno 2008

[N.B.: sono estremamente spiacente, ma stamattina ho dovuto lavorare, e per di più alle 4 ho un appuntamento per vedere un appartamento. Insomma, non ho tutto il tempo che vorrei per scrivere qualcosa di sensato su uno dei dischi di cui al post precedente -a proposito, mi sono arrivati. Pertanto, per ora "riciclo" una recensione scritta un paio d'anni. Peraltro, avendo oggi recuperato i due dischi degli AOTP, aspettatevi una sorpresa in settimana]

"Introducing… 1998. Un gruppo dal nome altisonante, Army Of The Pharaohs, pubblica il singolo “The Five Perfect Exertions b/w War Ensemble” tramite la allora sconosciuta ed ora defunta Superegular Recordings. L’underground (e gli utenti di Napster), disgustati dalle paillette delle tute di Puffy e Mase, ne decretano il successo per due motivi: il primo è ovviamente l’altissima qualità dei pezzi, il secondo perché era da tempo che non si vedeva un allineamento di simili MCs: Jedi Mind Tricks, 7L & Esoteric, Virtuoso, Chief Kamachi e Bahamadia.
2000. Sull’ormai leggendario secondo LP dei Jedi Mind Tricks viene pubblicato un ennesimo remix di “Five Perfect Exertions”, oltre all’inclusione di War Ensemble come ghost track. Nel frattempo, corrrono voci sempre più insistenti sulla pubblicazione di un EP da parte del collettivo.
2001-2005. Dell’EP nemmeno l’ombra. In compenso, nel corso degli anni escono dal gruppo diversi componenti (Virtuoso, Jus Allah, Bahamadia e, per ultimo, Stoupe) per far posto ad altri (Apathy, Celph Titled, Outerspace, King Syze, Reef Tha Lost Cauze, Des Devious e Faez One); nel mentre, ciascuno dei suoi membri porta avanti i rispettivi progetti solisti.
Gennaio 2006. Il sottoscritto legge dell’imminente uscita dell’album, intitolato The Torture Papers, e comincia a temere il peggio: sarà l’ennesimo polpettone epico-battle-fintofacentebrutto? Viste le tendenze di alcuni dei componenti del gruppo (Vinnie Paz e Celph Titled su tutti) il rischio c’è. […] Vabbè, ma ‘sto album alla fin fine com’è? Merita o è puzzone?, perché è questa l’unica cosa che importa.
Incominciamo col dire che mi rifiuto categoricamente di prendere sul serio le fesserie di Vinnie Paz; che i testi pseudogangsta di Celph Titled raggiungono dei livelli di involontaria comicità da tempi non sospetti; che gli Outerspace possono passare come rapper-jolly data la loro piattezza in termini di contenuti e di personalità; e, infine, che King Syze è un bombolone a cui deve piacere molto, dico molto, Big Punisher. A questo punto incrociamo le dita per lui e speriamo che limiti l’emulazione al solo rap. Insomma, considerate dunque queste Verità non posso nascondere che mi sono effettivamente approciato all’ascolto del disco con tutta una serie di pregiudiziali riguardanti il suo valore (tanto per cambiare).
Per certi versi di conferme ne ho avute fin troppe, mentre in altri casi posso dire di essere stato sorpreso. I beat, innazitutto: malgrado/grazie all’assenza di Stoupe, il progetto è stato portato a termine perlopiù da perfetti sconosciuti (Shuko, DC The Midi Alien e via così), molti dei quali europei, ed il risultato si sente fin dalla prima traccia. The Torture Papers si apre infatti con un’asciugata assassina di SEI minuti dove TUTTI gli MCs hanno la loro opportunità di dire la loro. Un campione con trombe, violini, cori gregoriani ecc. (tratto probabilmente da chissà quale colonna sonora), una batteria classica in 4/4 e un centinaio di barre da battaglia è decisamente troppo per i miei gusti, anche se in mezzo a quest’orgia di rime qualcuno si fa notare: Reef, per dire, una volta capito chi è lo si apprezza volentieri; Eso ha subìto una metamorfosi ed è tornato ad una metrica serratissima a metà tra Kool G Rap e Percee P, che se presa in piccole dosi spezza bene il tutto; Apathy e King Syze si lasciano ascoltare. Aggressività a parte, Vincenzino Pazienza continua invece a dire fesserie con metriche sempre più triviali, ma se paragonato allo sciattume degli altri svetta. Ecco, grossomodo questo è il tenore delle apparizioni attraverso l’intero CD. Così potete cominciare a farvi un’idea.
Ma se Battle Cry tinge di pessimismo le previsioni, già alla terza traccia arriva Henry The 8th e rimescola le carte in tavola: il beat, costruito su un bellissimo quanto semplice loop di musica barocca (archi ed oboe) ed un giro basso veramente potente, trasforma il pezzo in un headnodder da 3’39’’. Per giunta, Vinnie apre e chiude la strofa come da tempo non faceva (“For whom the bells toll/ Vinnie Paz I call hell home…”), Kamachi e Reef proseguono più che degnamente e, mirabile dictu, Planetary registra alcune delle migliori barre del disco –e della sua carriera, se è per questo.
Di diverso stampo è invece Into The Arms Of Angels: sia musicalmente (è l’unica traccia lenta presente sul disco) che contenutisticamente, tant’è vero che qui Faez One, Crypt e Vinnie si lanciano in un’audace impresa d’introspezione… Vinnie Paz? Introspezione? Ebbene sì, dopo tre album e svariate apparizioni, Vincenzino mette da parte la sua patologica omofobia per la bellezza di una strofa intera! Purtroppo però, effetto vinnie-sorpresa e base gradevole a parte, Crypt non brilla per ars poetica e Faez, dal canto suo, può vantarsi di avere uno dei flow più letargici del mondo dell’hip hop. Avanti la prossima.
Anzi, no, non è necessario. Uno dei problemi di questo disco è infatti l’eccessiva somiglianza tra le tracce, per cui non è difficile tracciare un identikit di Torture Papers nel suo complesso. I beat gravitano tutti nell’area hardcore-cupo (eccetto la sopracitata Into The Arms ed il singolo Tear It Down, che invece è una sucata di proporzioni imbarazzanti al Premier di cinque anni fa e che pertanto mi rifiuto di commentare), e si contraddistinguono dunque da due tipologie di campioni: quello platealmente epicheggiante (Battle Cry, Henry The 8th, Pull The Pins Out, Listen Up, All Shall Perish, Feast Of The Wolves) e quello più o meno tipico delle produzioni east della seconda metà degli anni ’90 (Gorillas, The Torture Papers, Narrow Grave, King Among Kings, Wrath Of The Gods). Intendiamoci, una minima di varietà c’è –è solo che l’impressione è quella di ascoltare una unica, lunghissima traccia con qualche bridge sparso qua e la. Et encore: sfido chiunque a differenziare i “contenuti” di un pezzo dall’altro: siamo sempre lì, rime da battaglia su rime da battaglia senza particolari significati, niente. A molti altri recensori una simile incredibile “omogeneità” (eufemismo) ha addirittura condotto una teorizzazione di concept album. Interessante punto di vista, ma il “concept” dov’è?
Forse nel fatto che saltuariamente c’è qualcheduno che grida “it’s that ’94 shit… that hardcore shit”? Al di là del fatto che di somiglianze col ’94 non ne vedo NESSUNA (almeno, non se ripenso agli Organized Konfusion, alla D.I.T.C., a Jeru e via dicendo), rimango dell’idea che, proclami a parte, questo sia un disco in realtà intrappolato nella mentalità da estremista dell’underground, il quale prende quello che viene fatto dai vari D4L o Franchise Boyz, se lo immagina invertito specularmente, e fa un disco. Peccato però che nemmeno un nostalgico come il qui presente riesca a vederci grossi motivi d’interesse, anche considerando la presenza di pezzi come Henry The 8th, King Among Kings, Wrath Of The Gods (queste ultime due sono le uniche a suonare davvero crude, tipo le produzioni di Ahmed –quello di Flip Shit dei Ghetto Dwellas, per intenderci, alla quale King… somiglia assai. Sarà un caso?). La volonta c’è, ma manca completamente una traccia di particolarità, di identità. I dischi di quell’epoca sono tutt’altra cosa, e dubito che sia possibile raggiungere anche solo una vaga somiglianza.
Riassumendo: malgrado le buone intenzioni, una serie di MC più che decenti ed i beat tutto sommato sopra alla norma, l’insieme mi sembra mortalmente noioso. Non ci vedo nulla di interessante né sotto l’aspetto musicale, né, soprattutto, sotto quello delle liriche. Non è né un tuffo nelle atmosfere del passato, né una possibile visione del futuro del rap hardcore. Il disco non è brutto, tutto sommato, e sta all’underground odierno come i White Stripes stanno al pop; certo che se dovessi tener in considerazione il potenziale inespresso… meglio non pensarci. Scaricate, ascoltate e decidete con calma se valga la pena di un acquisto. Io, a distanza di un mese, ancora non ho preso una decisione."

[Come avrete potuto notare, nella recensione non sono stato esattamente magnanime con l'esordio del collettivo. Tuttavia, oggi come oggi il mio parere è più favorevole, sia perchè ho ascoltato il secondo disco (un passo indietro sotto ogni punto di vista, a partire dal lineup che ora comprende ceri scarsoni da paura come Demoz), ma sia soprattutto perchè Torture Papers gode di una longevità fuori dal comune. Difatti, ferme restando le mie critiche, ad un certo punto si smette di prendere sul serio ogni singola parola proferita dai tizi e ci si concentra sullo stile e sulla musica. E lì c'è poco da fare: tradizionali fino a sfiorare il manierismo, ma ci sanno fare eccome. E anche i beat funzionano più che bene, risultando l'equivalente dell'amico con cui esci sapendo benissimo che tipo di serata sarà ma col quale, trovandoti bene, poco t'importa di fare cose nuove. Ora: non alzo il voto perchè si tratta oggettivamente di un buon disco, ma posso dirvi che i tre zainetti e mezzo gli stanno stretti. Riallacciandomi dunque alla conclusione della recensione, ci ho messo ben più di un mese per decidermi a comprarlo: ma se dopo due anni uno ha ancora voglia di spendere 18€ per un disco, appare evidente che questo ha un valore.]




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