M-BOOGIE - LAID IN FULL CHAPTER 2 (Ill Boogie/Groove Attack, 2001)

martedì 26 agosto 2008

Questa seconda giornata di lavoro è cominciata nel peggiore dei modi possibile, e cioè con la panza dolorante e l'ano cacante a causa di una ricca stroppa presa ieri sera a cavallo tra l'aperitivo e la visione di un filmone quale Cobra VS. Python. Cosa c'entri questo con Laid In Full proprio non saprei dire, ma ognuno di noi ha bisogno di qualcosa a cui appigliarsi quando non sa che cazzo dire - e questo è il caso di stamane.
In realtà, trattandosi di uno supersconosciuto, sarebbe utile presentarvi una piccola biografia e così, vincendo la fatica, eccovela: M-Boogie è un DJ/produttore/CEO californiano che intorno agli inizi del millennio (soprattutto nel 2001) ha firmato tutta una serie di prodotti che vanno dal mixtape alla compilation, dall'intero album all'occasionale produzione. I fan più sfegatati dell'underground probabilmente si ricorderanno quantomeno del disco di Akbar e del primo di Mykill Miers, mentre gli altri probabilmente vi si avvicineranno con un'espressione di granitico disinteresse à la Buster Keaton. Fatto sta che non vi voglio annoiare troppo e pertanto anticipo che, no, questo non è il nuovo Liquid Swords e nemmeno vi farà gridare al miracolo per originalità: è, molto semplicemente, un disco piacevole. Ad un paio di condizioni, però.
La prima è che l'idea di commistione tra tracce non vi disturbi più che tanto, considerato il fatto che esse sono spesso sovrapposte o mixate l'una con l'altra (vuoi anche in maniera "delicata" - per intenderci, non siamo ai livelli da denuncia dei mixtape di metà anni '90). La seconda è che ve ne freghiate altamente dell'originalità dei beat nonché della loro varietà, in quanto M-Boogie è un (bravo) imitatore del Premier più hardcore con tutto quel che ne consegue. La terza condizione, infine, prevede che siate dei convinti masticatori di underground classico privo di fronzoli così come di grandi temi, dato il fatto che qui non troverete traccia di altro all'infuori dell'egotrippin' e delle metriche.
Nel caso doveste aver crocettato tutt'e tre le condizioni di cui sopra, preparatevi ad una piacevole sorpresa fin dalla prima traccia. A Yeshua Da Po'ed (precedentemente autore di un paio di 12" col compare Siah, se non forse anche d'un EP) il compito di introdurvi in atmosfere smaccatamente nuiorchesi e sfacciatamente sucate a Primo, cut inclusi. Pure, bisogna dire che non solo Boogie dimostra mediamente buon gusto, ma soprattutto che è un fonico coi controcazzi: partendo dal presupposto che il budget per lo studio non dev'essere stato faraonico, tutti i beat suonano divinamente e vantano un mixaggio pulito e generalmente impeccabile. Questo è determinante proprio nel momento in cui senza di esso ci si troverebbe di fronte al classico esempio di "voglio ma non posso", mentre in questo modo il lavoro può davvero funzionare. Certo, sto scordando l'emceeing, ma qui il discorso si fa un po' più complicato: si tratta perlopiù di semisconosciuti, e se da un lato abbiamo conferme sia piacevoli (Buckshot, Jean Grae, Erule ed il suo impeccabile flow) che sgradite (Akbar ed il sempre inetto Grand Agent), dall'altro alcuni dei suddetti non lasciano grandi segni del loro passaggio e fanno pensare che qualcun altro forse sarebbe stato più degno di stare davanti al microfono. Tuttavia, posso dire che nel complesso non vi sia nessuno -a parte i soliti due noti di cui sopra- che davvero faccia venir voglia di skippare traccia, e se si vuol chiudere un occhio su alcuni evidenti difetti (Mykill Miers e Triple Seis legnosi, Born Allah tecnicamente lacunoso, i restanti privi di mordente) l'intero disco fila via che è una bellezza.
O quasi. Vedete, progetti come Laid In Full funzionano solo se gli elementi in gioco risultano ugualmente validi o se uno dei due compensa le lacuna dell'altro. Per esempio, Mind Wars è secondo me eccezionale sia come beat (campionare il soffio del vento è tanto bizzarro quanto azzeccato, specie su una simile linea di basso) che come rime (Erule sarà californiano quanto volete ma deve molto a Big Daddy Kane) e risulta nell'insieme una delle cose migliori del disco; World War I o la divertente How To Break Up With Your Girlfriend peccano rispettivamente per emceeing e per beat, ma la parte migliore trascina l'altra e se ne esce comunque soddisfatti. Il problema si pone quando due cacchine formano una gigantesca boascia, ed è questo il caso dei pezzi di Akbar, di Grand Agent, di Pri The Honeydark (chi?) o del secondo pezzo di Born Allah. Tutti casi, questi, che trascinano in basso un ascolto di per sè già appesantito dalla sensazione di già sentito nonché dalla monotonia delle atmosfere, ed è davvero una pecca che si sarebbe potuta evitare operando, banalmente, una sforbiciata alla tracklist.
A conti fatti non si tratta dopotutto di un peccato mortale e comunque lo si può perdonare viste le scarse ambizioni (spero, almeno) di un simile progetto e, naturalmente, anche perchè vi sono pur sempre quelle tre signore canzoni che giustificano da sole l'esistenza di un qualsiasi Laid In Full. Tuttavia, l'evidente insuccesso commerciale deve aver frustrato non poco il Nostro eroe, che dopo un'infornata impressionante di dischi nel 2001 è poi scomparso nel nulla senza lasciar tracce di sè (eccetto voci di corridoio che lo vogliono produttore house). Ma tant'è, poco importa: intanto questo Laid In Full ce l'abbiamo, e concesso che vada avvicinato senza enormi aspettative direi che vale senz'altro un ascolto.



SCREWBALL - LOYALTY (Landspeed/Hydra, 2001)

lunedì 25 agosto 2008

Dire che sono imbruttito ed in piena gnugna è dir poco... come un provato frustratone milanese, stamane proprio non riesco a pensare a lavorare senza tirare giù cristoni, ed il solo vedere la città ancora sostanzialmente vuota mi priva definitivamente della poca voglia di vivere rimastami. Ma tant'è... in attesa di compiere la mia prima visita stagionale da Vibra per cercare qualcosa di fresho, non vedo perchè non scavare nei ricordi delle estati precedenti e tirar fuori questo Loyalty, uscito in sordina intorno a giugno-luglio del 2001 e puntualmente passato inosservato ai più.
Insoddisfatti all'epoca dal rapporto con la Tommy Boy, infatti, il gruppo del QB aveva reciso il contratto con la suddetta poco tempo dopo l'uscita di Y2K per legarsi alla ormai defunta Landspeed; una mossa che oggi sarebbe perfettamente normale e che non minerebbe più che tanto il potenziale di un disco, ma che allora certamente non aiutò i nostri eroi a creare le premesse per un vuoi anche relativo successo. Aggiungiamoci anche forti dissidi interni, l'assenza di un produttore "pesante" come Premier e la generale tendenza ad inseguire Atlanta più che New York e si capisce come mai in seguito a questo disco gli Screwball si fossero sciolti.
Tuttavia il loro testamento artistico è di tutto rispetto, e per quanto sia privo dell'impatto di Y2K esso risulta comunque un più che buon album oltrechè una piccola perla per gli aficionados del Queensbridge. E questo perchè su di esso si possono trovare non solo gli stessi Screwball, ma anche gente da nulla come Tragedy, Kool G Rap, Cormega ed altri, i quali vanno a supportare i protagonisti su produzioni gestite perlopiù dai sempre ottimi (ma non ditelo in giro) Godfather Don e Ayatollah. Non stupisce quindi la generale impressione di qualità che si riceve dall'ascolto, al contrario resta l'amaro in bocca per l'inclusione di questa o quella canzone che rovina il sapore dell'insieme. Ma vediamo nel dettaglio cos'ha da offrire questo Loyalty.
Innanzitutto direi l'omonima traccia che, su un cupo loop di archi coadiuvato da delle batterie belle pesanti courtesy of Godfather Don, vede Poet, KL ed un Cormega in ottima forma passarsi il microfono per discettare sull'importanza della lealtà e su quanto l'assenza di questa possa risultare nociva; in particolare è la strofa di KL a risaltare di più, in quanto estremamente personale e diretta contro una specifica persona che in seguito si scoprirà essere nientemeno che Hostyle -non stupisce a questo punto che si siano sciolti, direi. Dello stesso tenore qualitativo sono poi Where Ya At (curiosamente "solare" per un pezzo degli Screwball), la valida Live And Let Die (che gira su un campione vocale tagliato à la Premier), l'inquietante Too High Too Low (segnalo la strofa da dieci e lode di Tragedy, che aiuta a glissare sui suoni vagamente fastidiosi del synth) e le ottime tracce soliste di Poet e Hostyle (The Bio e Street Life, rispettivamente). Naturalmente, la bontà delle suddette non è tanto data dai contenuti -siamo sempre nel contesto della thuggery più rozza- quanto dall'efficace connubio di MC e beat: i primi sono tutti senz'altro competenti e riescono a complementarsi ottimamente l'uno con l'altro, mentre i secondi non risentono più di tanto dei cliché dell'epoca del QB ed anzi riportano su un percorso più vicino al boombap classico le sue atmosfere. In una frase: l'alchimia tra gli elementi funziona.
Va purtroppo però notato che di fianco a cose buone come le sopracitate vi sono alcuni pezzi fondamentalmente insipidi anche se ascoltabili -When The Sun Goes Down, la fracassona Torture (primo singolo, peraltro) dove gli M.O.P. fanno un po' troppo casino persino per i loro standard, I Spit, Real Niggaz. Tra questi va poi anche inclusa la collabo con Noreaga e G Rap, che in tutta franchezza asciuga al terzo ascolto, oltreché la deludente Screwed Up (da una produzione dei Beatnuts mi sarei aspettato qualcosa di meno generico). Tutt'altro discorso va invece fatto per l'orrida Gotta Believe, che incorporando un atroce ritornello R&B -come se non bastasse il beat pseudojiggy- si candida a canzone più brutta in assoluto mai prodotta dal quartetto. Questo è uno di quei pochi casi dove si può parlare, a ragion veduta, di trash -inteso non nel senso "ironico" di cui tanto abusano gli idioti, quanto nello scarto esistente tra gli obiettivi posti dall'autore ed il risultato effettivo.
Concludendo, Loyalty è un disco certamente non d'impatto come il predecessore e per di più soffre di alcune lacune oggettivamente non presenti in Y2K (più precisamente una canzone davvero oscena contornata da altre senza infamia e senza lode), per cui se proprio voleste cominciare ad ascoltare gli Screwball vi suggerirei di provare quest'ultimo. Pure, non si può negare che nel complesso vi siano alcuni pezzi davvero efficaci e che l'insieme risulti appagante all'ascoltatore incallito; soprattutto, sarebbe ingeneroso trattare Loyalty alla stregua di una qualsiasi cazzata prodotta -che so- da Iman Thug o gente simile, per cui il mio consiglio è di dargli una chance. Sai mai che sette anni fa non ci si sia persi qualcosa...



ENCORES 2006 - REWIND HITTERS VOL.3

venerdì 1 agosto 2008

Avendo io cambiato abitudini grazie all'acquisto di un Ipod (cfr. post precedente) e di un lavoro che mi ha bloccato fino all'8 di agosto, in questo Encores ho preferito cambiare periodo di riferimento dovendo però giocoforza includere alcune cose, oltre che del 2006, anche dell'autunno-inverno 2005. Tracklist:

01. Hope (Bassi Maestro RMX) - Nas (prod. Bassi Maestro)
02. Reality Check - Bars 'N' Hooks feat. V-12 (prod. Now & Laterz)
03. Exploitation Of Mistakes - DJ Muggs & GZA (prod. DJ Muggs)
04. Chinese New Year - The Ckipse feat. Roscoe P. Coldchain (prod. Neptunes)
05. Understand Me - Self Scientific (prod. DJ Khalil)
06. My Life - Termanology feat. L Da Headtoucha (prod. D.C.)
07. The Cool - Lupe Fiasco (prod. Kanye West)
08. Brain Cell - Cunninlynguists (prod. Kno)
09. 1,2 - Slum Village (prod. MoSS)
10. Put 'Em In Their Place - Mobb Deep (prod. Havoc)
11. Uncommon Valor - Jedi Mind Tricks feat. R.A. The Rugged Man (prod. Stoupe)
12. Dirty Game - Cormega (prod. DJ Premier)
13. Bloody Mess - Blaq Poet (prod. Alchemist)
14. Music For Life - Hi-Tek feat. Nas, Common & Marsha (prod. Hi-Tek)
15. Angels - Ghostface & MF Doom (prod. MF Doom)
16. Hip Hop Quotable - AG feat. Aloe Blacc (prod. J.Dilla)
17. You Know I'm No Good RMX - Ghostface Killah feat. Amy Winehouse (prod. Mark Ronson)
18. Get Mines - Oh No feat. Buckshot (prod. Oh No)
19. In The Music - The Roots feat. Malik B & Porn (prod. the Roots)
20. Brothaz - Mr. Lif (prod. El-P)
21. Something RMX - Lawless Element feat. Diverse (prod. Magnif)

Encores 2006 - Rewind Hitters Vol.3

ENCORES 2005 - REWIND HITTERS VOL.2

Questo invece è un po' più atipico, nel senso che lo creai quando ancora ero sprovvisto di lettore mp3 e giravo ancora con borse piene di CD. Ovviamente, in quel caso, per semplificare le cose mi veniva più comodo partire per le vacanze con lo stretto indispensabile, e da qui la selezione dei pezzi che include il periodo agosto 2004 - luglio 2005.

01. Anything Can Happen - Blueprint (prod. Blueprint)
02. Verbal Clap - De La Soul (prod. J.Dilla)
03. Hideyaface RMX - Ghostface Killah & El-P (prod. El-P)
04. Urban Warfare RMX - Screwball (prod. Mike Heron)
05. Poet's Comin' - Blaq Poet (prod. DJ Premier)
06. Beautiful - Masta Ace (prod. KoolAde)
07. Audio Visual - J-Live (prod. Floyd The Locsmif)
08. Psychological Warfare - Q-Unique (prod. Necro)
09. What They Want - The UN (prod. Large Professor)
10. Dead Bodies - Prodigy & The Game (prod. Alchemist)
11. Making Planets - Edan feat. Mr. Lif (prod. Edan)
12. Welcome 2 Reality - Declaime feat. Grand Agent & Lil' Dap (prod. Oh No)
13. Don't Stop - Maroons (prod. Chief Xcel)
14. Flashback - Gift Of Gab (prod. Jake One)
15. Authentic Made - Access Immortal feat. Smiley The Ghetto Child & Breez Evahflowin' (prod. Green Steez)
16. So Glorious - 7L & Esoteric (prod. 7L)
17. Fahrenheit 911 (Short Edit) - Virtuoso (prod. Phrequincy)
18. Hope - PetePhilly & Perquisite (prod. Perquisite)
19. One Chance - Zion I (prod. Amp Live)
20. Hate It Or Love It - the Game feat. 50 Cent (prod. Cool & Dre)
21. So Real - MED (prod. J.Dilla)
22. Throw Your Hands - Mobb Deep (prod. Kanye West)
23. You Know The Name - Hostyle (prod. Godfather Don)
24. Windows - The CMA (prod. J-Thrill)

Encores 2005 - Rewind Hitters Vol.2

FAT JOE - JEALOUS ONE'S ENVY (Relativity/Violator 1995)

martedì 29 luglio 2008

Quando oggi sono andato a controllare l'andamento del torneo fuffa su chi è il miglior MC vivente, inizialmente mi è venuta la tristezza a vedere Fat Joe eclissato da 50 Cent. Per carità, l'ultima volta che Fat Joe diede alle stampe un album veramente valido -e non considero tali J.O.S.E. o Loyalty- io andavo ancora al liceo, però comunque gli resto piuttosto affezionato e ciò principalmente grazie a Jealous One's Envy (figurarsi che mi ricordo persino che il giorno in cui lo comprai venni colpito da un temporalone estivo... mi chiedo se questo tipo di memoria non renda un tantinello ricchione).
Rispetto infatti all'odierno curriculum di porcherie create con l'ausilio di idioti come DJ Khaled così come da solo, vi fu un tempo in cui l'obesone portoricano riusciva a creare album degni di ascolto. Ma se il suo esordio era tanto interessante come beat quanto risibile in termini di rime, col seguito egli riuscì secondo me a creare un efficace connubio tra beat di indubbia efficace ed il suo pur non esaltante flow. Aggiungiamoci poi un paio di ospiti piazzati strategicamente quà e là e avremo un disco che, per quanto non certamente imprescindibile, ancor'oggi può regalare generali soddisfazioni nonché materiale di qualità per le proprie escursioni a piedi per la città.
Per esempio, l'introduttiva Bronx Tale vede un ottimo KRS One fare da spalla al Grasso Giuseppe in modo tale che questo si sforzi di tirare fuori il meglio di sè; contrariamente però a quanto ci si possa aspettare, non si tratta di un pezzo in cui i due se la contan su riguardo al loro quartiere in maniera creativa. No, si tratta "solo" di un'esibizione di stile da parte dei due; ma chi dovesse pensare male di ciò non solo dovrebbe ascoltare effettivamente le rispettive prestazioni ma, soprattutto, dovrebbe provare a tener ferma la testa mentre Diamond D fa girare ad libitum le prime battute di Shoreline Drive e nel ritornello entrano dei cut tratti da Come Clean e Ill Street Blues: se ci riuscisse, beh, allora gli suggerirei di correre a comprare l'ultimo Lupe Fiasco. Non siete ancora convinti? E allora provate a dare una chance a cosine da nulla come Success, che tra i plumbei "campanellini" di Domingo e memorabili uscite di Joe ("For every shell that fell there's a story to tell") non lascia spazio a dubbi sulla sua bontà; oppure, ancora, il modo in cui L.E.S. stravolge la übermelensa All I Ask Of You per creare Fat Joe's In Town non lascia dubbi sul taglio hardcore dell'intero progetto; del resto, Barry White non aveva mai avuto un suono più pesante che in Part Deux, e pure l'eccellente lavoro nella scelta del campione fatto da Premier per il remix di Shit Is Real consente a Giovannino di esprimersi al top delle sue potenzialità ("can't afford a gold chain so you wear gold fronts", idolo). Ovviamente, lo ripeto, lui non è che sia tutta 'sta bomba di rapper, però diciamo che in questo album risulta quantomeno competente e senz'altro credibile; purtroppo, ciò non può bastare quando ad ergersi a mo' di metro giudizio ci sono personaggini come il già citato KRS One o l'allora emergente Big Pun, che ruba lo show al protagonista con una gran bella strofa in Watch Out: "I doom the world like I was God and throw my gun away/ Then snatch the moon out the sky and blow the sun away/ Me and my brothers play hardball, strictly hardcore, lyrics 'till I'm finished breakin god's laws/ My job's raw but I gotta do it, I'm feelin high and buddh'ed so you might get shot and lose a lotta fluid". Un indicatore per quello che ci avrebbe colpito due anni dopo con lo storico Capital Punishment? Ah, senz'altro.
Purtroppo è anche vero che un altrettanto valido indicatore per le ignobili fetecchie che ci sarebbero toccate SEI anni dopolo possiamo trovare nel "radio joint" di turno, Envy, che suca in maniera disgustosa Marvin Gaye e la sua Sexual Healing e ci spiattella su l'immancabile no-name-r&b-beeeyotch di quegli anni. Beh, perlomeno il testo non raggiunge abissi di insondabile squallore come le successive Make It Rain o, che ne so, Lean Back -però vi garantisco che nel contesto di Jealous One's Envy uno non avrebbe disdegnato piuttosto qualcosa di più Cage-iano, tipo quattro minuti e mezzo di rumori naturali di Fat Joe stesso. Dal lato converso troviamo il premierano remix di Success, ultrahardcore e ultrainutile, e poi qualche altra cosa un po' meno eccitante come Dedication o Say Word, che non tolgono nulla al piacere dell'ascolto ma nemmeno fanno un granchè per migliorarlo.
Come s'è visto, dunque, non abbiamo tra le mani un classico perso tra le pieghe della memoria; quello che c'è è un bel spaccato del suono nuiorchese in chiave ghettusa di metà anni '90, con alcune vere perle ed altre meno convincenti ma indubbiamente degne. Il difetto maggiore di Jealous One's Envy sta però purtroppo nello sbilanciamento di qualità: sorvolando sulla pacchiana Envy, è inutile nascondere il fatto che la vera carica del disco sta nei primi sei pezzi, mentre via via che si procede verso la fine si ha l'impressione di tracce assemblate tanto per (anche se Bronx Keeps Creating It con me vince anche solo grazie all'uso dell'intero loop di Holy Thursday), nelle quali oltre a beat meno d'impatto si fa vivo il dubbio che il Nostro paffuto eroe non abbia un granché da dire. In conclusione, che gli do? Tre e mezzo o quattro? Facciamo così: oggettivamente Jealous One's Envy sarebbe da tre e mezzo (sempre per la solita storia della contestualizzazione storica) e quindi eccoli qua, ma siccome sono un sentimentalone sappiate che per me è da quattro. Abbiate pazienza.




VIDEO: THE SHIT IS REAL (DJ PREMIER RMX)

THE ROOTS - THE GAME THEORY (Def Jam, 2006)

lunedì 28 luglio 2008

I Roots sono un gruppo/collettivo che nel corso degli anni si è dimostrato innovatore sotto diversi aspetti, primo fra tutti quello di usare regolarmente strumentazione live per la prima volta dopo anni di ricorso a campionatori, drum machine e quant'altro; poi, non si può certamente scordare l'utilizzo di internet a mo' di comunità/punto di contatto (funzionante) tra fan ed artisti così fortemente promosso dal batterista ?uestlove mediante il suo okayplayer.com; o ancora, e poi la smetto, il loro incrociare i diversi percorsi artistici di gente diversa come Beanie Siegel, Mad Skillz, Common e Jay Dee mantenendo inalterata la formule che li ha resi artisti di successo fin dal secondo album: la libertà d'espressione artistica.
Da queste righe qualcuno potrebbe presumere che io sia un fan accanito del gruppo di Philadelphia, pronto a venerare qualsiasi cosa da loro promossa così come prono a disperarsi se ?uestlove esprime opinioni non in linea con la mia (cfr. la sua geremiade simil-antirazzista che un par d'anni fa comportò tanti spargimenti di lacrime tra i fan italiani). In realtà non è così; negli anni ho seguito i Roots con un certo interesse, riconoscendo loro tutti i meriti di cui al primo paragrafo e valutandoli oggettivamente artisti con le palle, salvo però giungere alla conclusione che il loro unico album che davvero mi piace dall'inizio alla fine è Illadelphalflife. Proprio per questo non avrei alcun alcun problema a dire che Rising Down è un'opera relativamente mediocre e non troppo dissimile negli esiti da Tipping Point, e dal versante opposto non potrei e non posso astenermi dal dire che questo Game Theory è un disco eccezionale in sè e per sè oltreché la loro opera migliore dal 1996 ad oggi.
Non fatevi spaventare dalla brevità del lavoro (47 minuti scarsi), vi posso garantire che quà dentro c'è più materiale a cui ispirarsi che nell'intera discografia di Common Sense, a partire da un Black Thought rinvigorito nella forma e nei contenuti per passare alla resurrezione di Malik B (che credo avesse passato qualche tempo in galera, ma non vorrei sbagliare), giungendo infine ad una varietà musicale ed atmosferica encomiabile persino se valutata secondo i canoni rootsiani. In quest'ordine, la prima cosa da approfondire è il frontman e la sua evoluzione: tecnicamente è da sempre un mostro di bravura, ma per questo album pare avere lasciato libere le briglia della sua aggressività riproducendo così la stessa differenza che poteva passare tra il Big Daddy Kane di Ain't No Half-Steppin' e quello di Raw: sempre valido, per carità, ma il secondo lascia(va) a bocca aperta. In più, per l'occasione egli ha finalmente fornito del materiale per il quale il comun sentire che lo ha immotivatamente distinto negli anni come uno "conscious" riesce a trovare conferma nei fatti; certamente il Nostro ci ricorda sporadicamente quanto sia bravo, ma per il resto la sua vena di critica sociale è allo zenith assoluto, dedicando all'argomento un'intera canzone (Don't Feel Right) ma soprattutto riempiendo le altre canzoni di piccole osservazioni che lasciano intuire una visione complessiva piuttosto ben definita e coerente. Ora, con questo non voglio dire che questo sia un disco pieno di perle da cogliere come fossero pomi di saggezza, però rispetto al passato (in particolar modo rispetto a Tipping Point e Phrenology) i suoi pensieri sono più focalizzati e meno frammentati.
Ma va da sè che senza un adeguato contraltare musicale persino le migliori elucubrazioni messe in rime non andrebbero da nessuna parte, e qui entra in gioco l'eccellente produzione di Game Theory, curata interamente dagli stessi Roots ad eccezione dell'ottima Can't Stop This di J Dilla. Innanzitutto va lodata la postproduzione che, come ad ogni disco dei Roots, è a livelli eccelsi e ci si può solo immaginare il tempo dedicato da ?uestlove & soci a ripulire, filtrare ed equalizzare ogni singola cassa, voce o nota di pianoforte: uno sforzo che non va sottovalutato e che effettivamente, di fronte a beat così belli, amplifica l'esito positivo del tutto e mostra ancora una volta la professionalità del gruppo. Detto questo, però, ad affascinare possono essere sia l'imponente rullante di In The Music ed il minaccioso crecendo melodico che l'accompagna (pezzo migliore dell'album?) che la bella commistione di piano, lamenti soul e bella batteria di Don't Feel Right; oppure, ancora, le atmosfere eteree di Clock With No Hands e Take It There... qualsiasi cosa, insomma. Chiedete e vi sarà dato, diceva quello. E ciò che apprezzo particolarmente è che in Game Theory i Nostri non se la giocano con l'ambiguità della sperimentazione, fatta per dimostrare quanto essi siano eclettici e quindi per attirare a sè i gonzi in ricerca di uno status di figaccioneria musicale; no, i Roots variano il loro repertorio pur rimanendo ancorati alle radici dell'hip hop e quindi lasciandosi contagiare dai suoni che l'hanno preceduto senza snaturarli ma semplicemente plasmandoli di traccia in traccia.
Che posso dire d'altro? Il passaggio da Geffen a Def Jam ha segnato per i Roots un periodo forse non molto fortunato in quanto a vendite e promozione, però li ha senz'altro invigoriti nel suono e ciò ha portato, in ultima analisi, ad un disco eccellente che dovrebbe stare nella collezione di chiunque segua la musica in generale. Peccato solo che Rising Down non sia all'altezza del predecessore, ma questa è un'altra storia...




VIDEO: IN THE MUSIC b/w HERE I COME & DON'T FEEL RIGHT

JERU THE DAMAJA - WRATH OF THE MATH (Payday/FFRR, 1996)

martedì 22 luglio 2008

Nella memoria collettiva dei nostalgici degli anni '90 il nome di Jeru The Damaja viene automaticamente associato a The Sun Rises In The East e alla storica Come Clean, le quali contribuirono -assieme a Illmatic, Enter The Wu e Ready To Die- a riportare New York sulla cresta dell'onda dopo la carestia di notorietà dovuta all'esplosione del g-funk losangelino. Purtroppo, ho però l'impressione che la magnificenza del suddetto disco determinò altresì un oscuramento del suo successore: essendo stato ristampato Wrath Of The Math proprio in questi giorni, quale migliore occasione per parlarne e cercare in qualche modo di farne vendere qualche copia, seppur in ritardo di dodici anni?
Incomincio dalle cose facili: l'intero album è prodotto da Premier. E vorrei sottolineare l'ovvio: era un Premier in stato di grazia, era quello che tra il '94 ed il '98 ci donava perle come Livin' Proof e Moment Of Truth come se nulla fosse. Naturale dunque aspettarsi grandi cose in termini di beat, e difatti va detto che non c'è un unico pezzo che sia meno che "potente", con alcune vere bombe piazzate strategicamente quà e là. Riascoltarlo oggi fa impressione, un po' perchè torna in mente quanto fosse ruvido l'hardcore di allora, e un po' perchè dimostra purtroppo quanto Primo si sia fossilizzato negli ultimi anni su un unico modo di produzione. In Wrath Of The Math, infatti, possiamo sì ascoltare dei campioni tagliati e delle batterie inadatte a woofer dal diametro inferiore ai 20cm, ma la gamma dei campioni e la conseguente ricaduta sulle singole atmosfere è decisamente varia e passa con eleganza dai suoni minacciosi di Not The Average e How I'm Living alla calma di Whateva, senza contare naturalmente la musicalità di una Me Or The Papes o The Frustrated Nigga. Vi dirò di più: per quanto mi riguarda, la produzione nel suo complesso è per me sullo stesso altissimo livello qualitativo di Livin' Proof, compensando l'assenza di singoloni come l'omonima canzone o Supa Star con quattordici pezzi di prim'ordine che solo in due casi (Tha Bullshit, Revenge Of The Prophet) recedono dalla definizione di "ottimo".
Contestualmente, il leitmotiv dell'album è ugualmente ben strutturato attraverso le diverse canzoni; il nemico di Jeru è sempre l'ignoranza nelle sue più svariate forme, ed egli l'individua e la combatte nei modi più diversi. Ad esempio, Tha Bullshit è una sostanziale presa in giro, narrata in prima persona, dei manierismi gangsta-jiggy in auge allora come oggi; in Not Your Average e Me Or The Papes affronta il rapporto con l'altro sesso sottolinenado cosa è per lui una vera donna e cosa, invece, la può rendere degna della definizione "puttana"; lo svilimento dell'hip hop viene poi affrontato in maniera decisa nella celebre Ya Playin' Yaself e in One Day, mentre sprazzi di critica politica-sociale si avvertono in particolar modo in Invasion e Scientifical Madness. Ora, non intendo proseguir oltre in questa lista della spesa perchè reputo che sia noioso per voi oltre che per me, e pertanto chiudo dicendo che il Jeru che possiamo sentire in questo disco è senz'altro un personaggio interessante con molte cose da dire (tra cui un paio di diss nemmeno troppo velati ai Fugees -in risposta a quanto disse di lui Pras in Zealots- oltreché a Puffy, Foxy Brown eccetera), e che l'esposizione delle sue idee riesce a risultare all'altezza delle stesse. Difatti, al di là della linearità dei ragionamenti, ad aiutare il Nostro sono, oltre ovviamente ad una buona tecnica, un vocabolario piuttosto ampio ed un carisma innegabile che si manifesta sia tramite le rime che attraverso la sua voce da oratore.
Devo dire che sono profondamente dispiaciuto di non essere riuscito a scrivere più su questo disco, e non vorrei pertanto che il mio apprezzamento nei suoi confronti venisse sottovalutato. D'altronde, dopo dodici anni di "conoscenza" mi viene difficile saltarmene fuori con l'entusiasmo che pure meriterebbe (e all'epoca ebbe); ad ogni buon conto, onde evitare equivoci metto nero su bianco che Wrath Of The Math è una delle perle dimenticate di metà anni '90 nonché uno dei migliori esempi del talento di Premier. Imprescindibile dunque -se non possederlo- almeno conoscerlo, calcolando che da lì in poi Jeru avrebbe solamente sfornato cagate su cagate (ad eccezione, forse, del non malvagissimo Divine Design).




VIDEO: YA PLAYIN' YASELF