GODFATHER DON - DIABOLIQUE (Hydra/ Sneak Tip, 1998)

venerdì 16 gennaio 2009

Voglio cominciare questa recensione con una breve e, volendo, anche banalotta riflessione sulla differenza che passa tra l'acquisto di dischi oggi e prima dell'avvento di internet. Infatti, benchè io reputi comodissimo Amazon e soprattutto ne sappia valutare l'importanza per quanto riguarda certi album esclusi dai circuiti commerciali ai quali s'appoggiano Vibra (o Goody Music, per dire), quando posso preferisco comunque recarmi di persona in negozio. Questo perchè, da romanticone decadente quale talvolta sono, mi piace dare la possibilità di associare un dato momento della mia vita alla musica; non a caso, posso facilmente ricordarmi di dove e quando acquistai la maggior parte dei CD che fanno parte della mia collezione. Esempio: so che Jealous One's Envy e Once Upon A Time In America li comprai insieme in un giorno di giugno del '96 durante il quale venne giù un acquazzone da tirare porchiddèi senza sosta; Mr. Smith lo presi all'ormai defunto Virgin di piazza Duomo (come molti altri, incluso The Awakening di Finesse), i Real live al WOM di Berlino centro, Stakes Is High ed il primo Sadat X a Monaco, War Report alla Tower Records di Piccadilly Circus eccetera eccetera.
Nel 2000, invece, mi imbarcai con due miei amici nell'immancabile interrail e, durante l'altrettanto obbligatoria sosta ad Amsterdam (ebbene sì, sono un luogo comune ambulante), non solo feci visita alla Fat Beats locale (come da indirizzo scansito dall'agendina che tutt'oggi porto nel portafogli) ma trovai per puro colpo di culo in un negozietto questo Diabolique, del quale avevo sentito parlare in precedenza in una recensione apparsa su Blaze. 44,95 fiorini olandesi -un casino coi cambi- e via; purtroppo queste mie spesucce mi costrinsero ad accorciare la vacanza e vabbè, ma intanto a distanza di quasi dieci anni posso dire di conservare un tot di ricordi anche grazie ai souvenir reperiti nei paesi bassi.
Bene: tutto questo per dire cosa? Assolutamente niente, è solo che ogni tanto mi piace piazzare du' palle autobiografiche, così, tanto per soddifare il mio ego. Ma ora arriviamo finalmente al succo del discorso: il secondo album da solista di Godfather Don, Diabolique. Questo arrivò nei negozi nel '98, durante una fase cruciale per il futuro del rap, in cui il mainstream non era più solo definibile come tale per via del successo commerciale, ma per via del suono: vale a dire che mentre fino a pochi anni prima -tolte alcune eccezioni irrilevanti ai fini della regola- era possibile che un album riscuotesse un buon successo ma ciò non significava automaticamente che esso si distinguesse particolarmente da altre produzioni meno fortunate (pensate anche solo a Tical, disco di platino nel '95). Nel '98, invece, il divario nel sound tra i dischi di successo e quelli relegati al secondo e terzo piano andava vieppiù allargandosi e conseguentemente gli alfieri delle due squadre consolidavano le loro rispettive identità in maniera sempre più forte ed urlata. Godfather Don esce in parte da questa logica, in quanto bene o male non si lascia andare a particolari dichiarazioni d'intenti, favorendo piuttosto l'autoesaltazione più classica e tradizionale. Questo è poi sostanzialmente il limite di Diabolique, e cioè che salvo gli addetti ai lavori dubito che qualcuno potrà trovarlo di particolare interesse se non per questioni puramente tecniche. Ma essendo ciò in fondo uno dei fondamenti dell'hip hop, di cosa ci possiamo lamentare? Per citare Phonte: "Dope beats, dope rhymes... what more do ya'll want?"
E difatti questo è l'approccio che ha Godfather Don per tutto il disco, sia per quel che riguarda le liriche che per ciò che concerne i beat, da lui interamente prodotti e mixati. Questi ultimi sono senz'altro la parte più interessante del disco, dato che il suo gusto è decisamente particolare sia nella scelta dei campioni che nel modo di adoperarli. Sintetizzando, si tratta di brevi loop sulle cui origine è difficile per me pronunciarmi anche con l'ausilio di the-breaks.com: si tratta sicuramente perlopiù di funk e fusion con qualche incursione nel soul e nel jazz classico, ma visti i suoni che egli decide di estrarre è francamento ardua per un profano come il sottoscritto intuire cosa si celi dietro (beh, Dip Dip Die credo che adoperi lo stesso campione di 10 Sacchi Per Ogni Smi, se vi può interessare). Le atmosfere che ne risultano sono comunque particolari e -passatemi il termine, vi prego- urbane; perchè è vero che di allegro non vi sia pressoché nulla, ma è altrettanto vero che non si può paragonare Diabolique a The Infamous: innanzitutto perchè il tiro è generalmente più veloce, e poi perchè la brevità dei sample, il tagliarli più volte per chiudere la misura ed il modo di effettarli si avvicina quasi di più all'elettronica. Che si tratti di pianoforte, archi, fiati o chitarra, Godfather smanetta di pitch ed equalizzatore fino a quando è talvolta difficile riconoscere l'esatta natura di un suono (cfr. Diabolique, Pick Up The Mic, Burn RMX e altre). Tutto ciò comunque si traduce -essendo lui uno capace- in un'estrema godibilità ed omogeneità del disco: il materiale skippabile è veramente pochissimo e, fatta salva Make'Em Suffer (davvero una cacata a spruzzo), ciò dipende perlopiù da gusti personali che non da questioni di qualità intrinseca. Ma gusti o non gusti, dubito che qualcuno non potrà apprezzare alcune tracce che si fanno notare per potenza: prima fra tutte la stranota Properties Of Steel, ma poi anche Connections (ed il suo campione a metà tra David Axelrod e Gary Byrd), la cupa Connections e le ottime collabo con Scaramanga e Mike L (Life Ain't The Same e No Competition) e Kool Keith (Voices).
Il successo di queste poi dipende anche da come esse riescono a "funzionare" se messe insieme all'emceeing. Fa piacere scoprire che Don deve avere ben chiare le sue capacità, perchè confeziona beat che calzano a pennello con il suo stile a metà tra Big Daddy Kane -velocità ed intrecci di rime- e Kool Keith -libera associazione del pensiero. Una buona sintesi di quello che il Nostro sa fare è rappresentato da Live & Let Die, in cui si può capire che a fronte di una piattezza vocale totale abbiamo di fronte un intreccio di rime relativamente semplice ma di grande impatto, essendo l'esecuzione veloce, pulita e, soprattutto, piena. Un esempio: "You wish you was half the lyricist that I persist to be/ Don't say shit to me, Godfather like Sicily/ The misery's consistency through similees will blemish these abnormalities in the industry". In quest'ottica è naturale che i pochi ospiti invitati gli siano artisticamente vicini: non solo Kool Keith, che fa la sua porca figura in Voices, ma anche tale Mike L (non eccezionale ma valido) e Sir Menelik alias Scaramanga, il quale in Life Ain't the Same caccia la strofa migliore del disco ed in generale regala una prestazione da lasciare a bocca aperta tutt'oggi. Come già detto prima, non sono i contenuti -che quando ci sono rientrano nei cliché del genere- a contare quanto la pura esecuzione tecnica, e da questo punto di vista non posso dire che Don sia la miglior cosa che mi sia mai capitata di sentire. Però il pregio del suo stile è di correre assieme alla traccia, risultando dunque quasi d'accompagnamento, ed in quest'ottica si può facilmente sorvolare su alcune sue manchevolezze (una su tutte: la pronuncia zoppicante nelle parti più tirate delle strofe).
In conclusione, Diabolique è pesantemente soggetto -molto più di altri dischi- ai gusti dell'ascoltatore. Il punto fermo è che come produttore è inngabilmente capace (sai che scoperta), un po' meno come MC; ma anche a distanza di undici anni dall'uscita originale, per godere appieno di questo prodotto si deve necessariamente essere aficionados del rap più essenziale e, dico sul serio, hardcore. Posto che si rientri quindi in questa categoria, allora non si corrono rischi. In caso contrario, meglio rivolgersi altrove.


BLACK MILK - TRONIC (Fat Beats, 2008)

mercoledì 14 gennaio 2009

[N.B. Scusate se la scansione fa cacare, ma essendo il digipack stampato perlopiù in lamina argentata esso riflette la luce dello scanner. Ad ogni modo il packaging è potente, credete a me, QUI si capisce meglio]

Per un tradizionalista come me è generalmente difficile accettare grosse sterzate stilistiche da parte di artisti che apprezzo, e questo è specialmente vero nel caso del rap, dove spesso e volentieri un cambio di rotta va a tradursi o in un semplice e talvolta fallimentare ammiccamento alle tendenze del momento, o in una ciofeca pura e semplice. In altre parole, è estremamente raro che qualcuno riesca semplicemente ad evolversi ed al contempo progredire come invece tranquillamente accade in altri generi (cfr. QUI e QUI) e perciò tendo in genere ad avere forti pregiudizi quando leggo di "nuove visioni" o "nuove sonorità" da parte di un artista; il rovescio della medaglia è però abbastanza pesante e si riassume in manierismi di vario genere che possono anche andarmi bene la maggior parte delle volte, ma che di certo non possono essere l'unico piatto di una dieta musicale.
E qui entra in gioco Tronic. Vi confesso che proprio a causa dei timori di cui sopra non mi sono tuffato a comprarlo a scatola chiusa, favorendone piuttosto il download ed una serie di ascolti preventivi; inizialmente non mi piaceva -lo trovavo un po' plasticoso e raffazzonato (pensa te!)- ma durante le vacanze di natale ho finalmente potuto godere della tranquillità necessaria per potergli prestare maggiore attenzione e per poterne assimilare perbenino le sfumature, giungendo infine alla conclusione che questo non solo è un disco eccellente ma è anche il migliore dell'anno appena conclusosi. Vedete, di evoluzioni e progressi in senso positivo ce ne sono: prendete Hell's Winter di Cage e Piece Of Strange dei Cunninlynguists. La differenza tra questi e Tronic, però, è che Black Milk né compie un'inversione a 180°, né perfeziona il suo stile: grossomodo fa ambedue le cose, andando a pescare campioni da sonorità ben diverse rispetto persino al recente lavoro compiuto per The Preface, limando contestualmente suoni e programmazione delle batterie. Aggiungiamoci che vi inserisce l'utilizzo di strumenti suonati live e che il suo emceeing compie un bel balzo in avanti e, voilà, ecco uno dei pochi casi in cui qualcuno riesce ancora a stupirmi.
E allora, visto lo sforzo da lui compiuto, provo ad imitarlo cominciando la recensione dalla fine: volete sapere qual è l'unico vero neo che sono stato capace di trovare in Tronic? La scaletta delle ultime tre tracce, che sono messe in modo tale per cui prima trovate una strumentale (Tronic Summer), poi un pezzo pressoché di solo cantato (Bond 4 Life), ed infine un'outro anch'essa strumentale. Vorrei far notare però che, per quanto io detesti i cantati in generale, reputo altresì che la qualità dei suddetti pezzi è del tutto all'altezza del resto di Tronic; il problema è semmai che essi, infilati in questa sequenza, rendono l'ultimo quinto del disco skippabile già dal terzo ascolto o quantomeno ne rallentano enormemente il ritmo che, per il resto, è molto equilibrato, come si può notare man mano che si "insiste" nel far girare l'album nel proprio stereo.
L'apertura è dedicata, con una certa logica, alla propria carriera: in Long Story Short Milk decide difatti di fare un riassunto della propria carriera fino a quel momento, e le lodi che da solo si tesse vengono immediatamente ed automaticamente confermate da ciò che si sente. Innanzitutto la sua scrittura è evidentemente migliorata, dato che riesce a conferire una linearità, una chiarezza ed una capacità di coinvolgimento alla sua autobiografia francamente degna di lode; non parliamo poi della sua tecnica che, per quanto magari inferiore ad altri suoi colleghi (Oh No, per esempio, lo trovo più capace), ora non risulta più al traino del beat ma riesce a starci degnamente su. Non lo domina come potrebbero fare altri -vedi più avanti Pharoahe Monch- ma nemmeno lo intralcia, e questo è indubbiamente un pregio. E poi, beh, non scordiamoci che il Nostro nasce come produttore: Long Story Short è una ottima entrée che consente alle nostre orecchie da un lato di riconoscere al volo le sue eccellenti batterie (la cassa suona un po' sporca o lo-fi, come direbbero alcuni, in contrasto con il rullante dal suono adamantino), e dall'altro preannuncia una svolta che già fa capolino nell'incrocio tra l'epicheggiante melodia del Moog ed il suono di un flicorno, affidato per l'occasione al crooner e partner di lunga data Dwele. Svolta, questa, che diventa ancor più evidente nella successiva Bounce: se l'originalissimo titolo dovrebbe far capire che i contenuti ne saranno all'altezza (alias: zero), sappiate però che qui comincia un regno di synth che fortunatamente ben poco a spartire con alcuni dei più esecrabili esperimenti svolti in tal senso. Innanzitutto perchè vengono effettati in modo tale per cui non risultano così orrendamente plasticosi come altrove, e soprattutto perchè più tipi di essi vengono sovrapposti in brevi loop e crescendi di melodia quasi che fossero campioni tagliati; e poi, soprattutto, perchè al contrario di tanta robaccia dirrrty south qui le batterie giocano un ruolo fondamentale e se ne possono apprezzare le varie componenti, dagli schiocchi di dita alle interruzioni per giungere, nuovamente, al modo di equalizzarle caratteristico di Milk.
E questo suo talento di fonico e batterista -spero che dopo l'utilizzo del termine non passi di qui qualche metalluso inviperito- raggiunge uno zenith con il singolo Give The Drummer Sum. Inizialmente, e molto più dell'epigone Sound The Alarm, essa lascia un po' spiazzati per la sua apparente scarnitura e per l'utilizzo nel ritornello di una vocina cazzuta alla Quasimoto; in seguito, però, si cominciano ad apprezzarne tutte le sfumature ed in particolar modo i fiati (tromba, trombone e clarinetto) che entrano nel ritornello per evidenziarlo e "regolare" l'intera composizione. L'emceeing a questo punto inevitabilmente si sposta in secondo piano, e forse nemmeno è così necessario -al contrario della più rilassata Without U, in cui un beat ben più regolare consente a Milk di mostrare il suo dito medio all'intera categoria di hater, leccapiedi e zoccole varie che a suo dire lo importunano ogni singolo giorno della sua vita. E se con Hold It Down pare di tornare ad un suono più smaccatamente elettronico, Losing Out ci fa tornare ad un certo tipo di campionare vocine pitchatissime che, in tutta onestà, comincio a non sopportare più. Se non fosse per un'eccellente prestazione di Royce The 5'9'' reputerei questa come la canzone tecnicamente meno riuscita in tutto Tronic, e pertanto posso solo essere contento che il piglio futurista (ovviamente non in senso di movimento artistico) torni a far capolino con l'eccellente Hell Yeah. Di primo acchito un semplice ammasso di suoni, essa è in realtà un'ottima sintesi di come il Nostro riesca a tirar fuori dalla sua strumentazione delle atmosfere che non si spingono esclusivamente nell'area del bounce: difatti questa potrebbe provenire dalla colonna sonora di qualche film di fantascienza a sfondo distopico, dato che la sua angosciante melodia e l'incessante accompagnamento di batteria non stonerebbero in un eventuale remake di Blade Runner. Lo stesso giudizio si potrebbe esprimere per The Matrix, e non solo per via del titolo: nemmeno essa si fa notare per un'allegria delle atmosfere e, per quanto più regolare e "calma" i suoi synth paiono un incrocio stilistico tra Vangelis e Giorgio Moroder. Aggiungiamoci poi che al microfono Milk viene accompagnato da Sean Price e Pharoahe Monch con due gran belle strofe, che il ritornello è affidato al taglia e cuci di Premier, ed ecco che un altro bel pezzone (seppur onestamente inferiore alla somma delle parti) va ad aggiungersi alla lista. Ultima curiosità: tralasciando le ultime tre tracce, fa sorridere il fatto che l'unico pezzo in cui il Nostro campiona del soul (Try) presenti perfino delle sue SCUSE per averlo fatto; decisamente delle scuse non necessarie, visto l'eccellente lavoro svolto coi suoi bravi Rhode, Moog e chi più ne ha più ne metta.
E allora, riassumendo, mi preme sottolineare un po' di cose. La prima è che Tronic è superiore al pur validissmo Popular Demand per almeno due motivi: dimostra una maturazione sia nell'emceeing che nella capacità di beatmaker. La seconda cosa riguarda invece Black Milk come artista, che con Tronic progredisce notevolmente ed appunto comincia ad uscire dall'ombra di Dilla che in molti -per me esagerando- vedevano sopra la sua testa. La terza è che il suono di Detroit, di per sè già molto particolare e a parer mio originale negli intenti come nei risultati, grazie a quest'album trova un nuovo spiraglio di evoluzione. E scusate se è poco. Un acquisto obbligatorio, dunque e, date retta: tronic va assimilato con la dovuta attenzione e la dovuta calma perché, come in molti casi di dischi storici, i suoi pregi si fanno notare con un effetto valanga il cui principale vantaggio è poi di conferire una notevole longevità al prodotto nel suo insieme. Peccato solo non poter ibridare il valore lirico di Preface con i suoni di Tronic, perchè non ho remore a dire che quello sarebbe un classico istantaneo. Così com'è preferisco non sbilanciarmi e darlo a 4 e 1/2, ma sappiate che se proprio doveste scegliere tra i due, io vi consiglio il lavoro di Black Milk.




VIDEO: GIVE THE DRUMMER SUM

AZ - DOE OR DIE (Emi, 1995)

martedì 13 gennaio 2009

Siccome ieri qualcuno nei commenti aveva manifestato una certa soddisfazione nel mio recente riprendere in mano i "classici" (inteso, immagino, più in termini di memoria che di qualità vera e propria), oggi decido di chiudere questa breve parentesi con un bel pezzo da novanta: l'esordio di AZ.
A questo punto è pero obbligatoria una riflessione: all'epoca in cui Doe Or Die uscì, ben pochi lo considerarono un futuro classico; anzi, la delusione provata rispetto alle aspettative -generate ovviamente dalla sua storica strofa su Life's A Bitch- fu tale che in molti lo bollarono come sòla malgrado la presenza di un paio di tracce davvero niente male; del resto, non ho timore ad ammettere che io rientro tra quelle persone, eppure devo anche inchinarmi di fronte al fatto che negli anni Doe Or Die mi pare essere invecchiato come il vino quantomeno per quel che riguarda l'ascoltabilità del lavoro nel suo complesso. Ciò dipende forse dal fatto che negli anni le mie orecchie si sono addolcite e che i beat di gente come Buckwild e Pete Rock, che all'epoca reputavo troppo leggeri e melensi, oggi appaiono del tutto normali ed in fin dei conti coerenti sia con lo stile che con i contenuti di AZ. Ma forse sto correndo.
Sta di fatto che l'album si apre davvero molto bene con la breve Uncut Raw, che di fronte ad un beat costituito pressoché unicamente da basso e batteria vede Anthony Cruz destreggiarsi con insolita aggressività tra i colpi di rullante e far sfoggio della sua tecnica assai reminescente del classico trio Rakim/G Rap/Kane. Il campione di scorrimento del carrello di armi non è in sè una genialata -Throw Your Gunz docet- ma è certamente il benvenuto in quanto non fa altro che evidenziare ulteriormente la ruvidità dell'insieme. Bene, promossa con lode. Seguono poi Gimme Yours e Ho Happy Jackie, prodotte rispettivamente da Pete Rock e Buckwild, le quali fanno sterzare l'album in quella zona ghettobling che presto sarebbe degenerata in autentici mostri; infatti, per l'epoca e per lo stile dei sopranominati beatmaker queste due basi sono curiosamente melodiche e leggere, specie la seconda. Tuttavia, al di la dell'impressione che AZ abbia loro detto "famolo strano", non posso negare che l'alchimia tra Anthony e Pete funzioni meravigliosamente e che la produzione di Buck sia tutto sommato dignitosa e perlomeno funzionale alla tematica esplorata dal nostro.
Decisamente meglio, però, la successiva Rather Unique; qui finalmente si vede riaffiorare il taglio tipico del Pete Rock di quegli anni, sia per via della scelta e del taglio del campione che per le batterie -e, del resto, la giustapposizione tra un suono "pesante" e lo stile compassato di AZ conferisce maggiore interesse alla canzone. Cosa che peraltro viene riconfermata dalla successiva We Can't Win (dove una strofa resta inspiegabilmente senza paternità) ma soprattutto dall'apparente tranquilla Mo' Money Mo' Murder, autentica perla di D/R Period, costruita interamente attorno ad un lento loop di archi dotata di basso batteria giusto per sottolineare il ritmo naturale imposto dal campione. Sarà per questo, o forse per la presenza di Nas, ma sta di fatto che negli anni è stato questo il pezzo ad imprimersi indelebilmente nella memoria collettiva, con buona pace dei tentativi sparsi di AZ di creare tracce commerciabili e facilmente memorabizzabili.
Difatti -guardacaso- sono proprio le cose più smaccatamente radio-friendly ad abbassare la media dell'album: Sugarhill, dal punto di vista della produzione, non è altro che una Life's A Bitch 2.0 (anzi, visto che è meno bella direi una 0.6) e nemmeno il remix, nonostante il noto campione dei Stylistics così meglio utilizzato altrove, riesce a risollevarla dalla mediocrità e lo stesso dicasi per la noiosa e melensa Feel For You. Più interessante e con risultati meno drammatici è invece Doe Or Die, che grazie al beat dello houstoniano N.O. Joe rappresenta a suo modo uno dei primi incroci tra New York e Dirty South; tuttavia, l'esito finale non si può minimamente paragonare al successo raggiunto da altre composizioni e pertanto sarei propenso a relegare anche questo pezzo nel dimenticatoio (tanto più che a seguirla e rimarcare le differenze c'è la bella Your World Don't Stop).
Insomma, a conti fatti i beat non sono malaccio. Certo, manca il colpo di genio o il cosiddetto "pezzone" che dir si voglia, ma i candidati ci sono eccome: Mo' Money Mo' Murder, Rather Unique o Gimme Yours sono decisamente buone canzoni che, pur non potendo competere nello stesso girone di una qualsiasi Shook Ones, è comunque difficile non apprezzare. Inoltre, secondo me l'assenza di una traccia storica è anche dovuta al fatto che per quanto AZ si dimostri un MC più che capace, non riesce ad imprimersi nella memoria. Come mai? Un po' perchè la sua tecnica, per quanto indubbiamente affinata e precisa, non sa certo di nuovo; ma soprattutto perchè non è capace di scrivere né strofe dal grande contenuto (sono fico, ricco, bravo, tutte troie a parte la mamma ecc.), né -e questo pesa- singole frasi che fanno da marchio di un artista. Pensate, che so, a Shook Ones: a parte il beat, sono frasi come "I got you stuck off the realness" o "For every rhyme I write it's 25 to life" a sparare nell'immortalità la canzone; e lo stesso dicasi per qualsiasi traccia che noi oggi reputiamo storica, sia che si parli dei Run DMC che di Jay-Z.
Tuttavia, queste lacune sono di gravità relativa. A distanza di quattordici anni me la sento di affermare che all'epoca Doe Or Die venne complessivamente stroncato più sulla base di eccessive aspettative che di qualità sic et simpliciter. La media delle canzoni è decisamente buona e per quanto suoni un po' datato -in particolar modo, ripeto, nei club banger dell'epoca- resta un ascolto ben più che semplicemente gradevole.




VIDEO: MO' MONEY MO' MURDER (HOMICIDE)

ARTIFACTS - BETWEEN A ROCK AND A HARD PLACE (Big Beat/Atlantic, 1994)

lunedì 12 gennaio 2009

[Prima di spendere qualsiasi parola su questo disco, lasciatemi andare ad un seghino di autocompiacimento dovuto al fatto che stamane, malgrado il solito guasto sulla linea 2, grazie alla mia superba conoscenza dei mezzi di trasporto sono riuscito ad andare da Garibaldi a Cadorna in soli venti minuti. Garibaldi-Lanza a piedi, Lanza-Cairoli col 7 e poi Cairoli-Cadorna con la rossa: nessuno avrebbe saputo fare di meglio.]

Se avete letto la mia precedente recensione avrete notato il mio accenno alla filosofia del backpacker duro e puro, così ben sintetizzata da O.C. e così legata al 1994 tutto grazie alle uscite di Word Life, per l'appunto, così come di Resurrection, The Sun Rises In The East, Main Ingredient e chi più ne ha più ne metta. Tra gli esclusi di questa lista, però, figurano due "underdogs" già all'epoca ritenuti materiale strettamente per appassionati: gli Artifacts. El Da Sensei e Tame One, oriundi di Newark, diedero alle stampe il loro disco d'esordio proprio in quel fortunato anno e, grazie all'ode al writing Wrong Side Of The Tracks (una delle migliori in assoluto, secondo me), fecero breccia nei cuori dei bibbòi di mezzo mondo. Ma si può dire che entrarono nella storia? Forse no, ma di sicuro c'è che il loro esordio è forse uno degli ultimi genuini tributi de facto all'hip hop ed alle sue cosiddette quattro discipline -senza naturalmente scordare la stritlàif, che però qui viene solo accennata e di certo più come una sorta di condanna che non un mezzo tramite il quale farsi belli.
In ogni caso, a far da sfondo alle evoluzioni liriche del duo (a dire il vero più di Tame One, dato che all'epoca El era legnosetto anzichenò) ci sono le basi di due giganti del beatmaking: Buckwild da un lato e l'ora semidimenticato T-Ray dall'altro. Il primo si fa subito notare con il singolo C'mon Wit Da Git Down ed il relativo remix, campionando nel primo caso la stupenda Ripped Open By Metal Explosions e nel secondo l'immarcescibile Holy Thursday; ma la parte del leone la fa T-Ray che, già alla terza traccia, regala al pubblico una delle linee di basso più memorabili che la storia ricordi (Bubble Gum, per chi dovesse essere interessato) oltreché una fusione tra strofa e ritornello del tutto perfetta e che in tal modo partorisce materiale che all'epoca veniva salutato come purissima jeep music e che ora resta una ficata puntebbasta. Più avanti, Buck cerca di rispondere con Attack Of New Jeruzalem e What Goes On, ma purtroppo anche quest'ultima, la più riuscita delle due, deve cedere il passo a quanto concepito da Ray (complice il fatto che lo stesso campione era stato utilizzato -meglio- da Large Pro per Halftime di Nas). E per quanto ciò sembri strano oggigiorno, è proprio quest'ultimo che, lavorando di taglia e cuci, butta fuori una serie impressionante di beat i quali, pur rielaborando ad libitum la combinazione bassopesante+batteriasostenuta+brevesample e risultando saltuariamente monotoni, riescono a fornire un suono omogeneo e virtualmente ideali per Tame ed El. Pur non trovando tracce all'altezza di Wrong Side Of The Tracks, anche oggi è difficile sorvolare sulla potenza di una Heavy Ammunition o di una Dynamite Soul: estremamente ruvide nei suoni, queste non concedono pressochè nulla alla melodia (almeno in apparenza) preferendo limitarsi a fornire un ritmo regolare ed innegabilmente incisivo in modo tale da lasciar spazio agli MC ed alle loro liriche.
Le quali liriche sono come minimo perfette per questo tipo di sound: analogamente ad alcuni loro illustri predecessori (Run-DMC, Das EFX e De La Soul su tutti), Tame ed El giocano molto di sponda, scambiandosi spesso il microfono e riuscendo così a fornire una varietà sonora che altrimenti risulterebbe un po' latente. In più, ciò che manca loro come diversità vocale ,(Tame, tra l'altro, ricorda un po' Grand Puba) lo compensano con la metrica: piuttosto fluida, complessa e tendente a bei incroci A-B-B-A quella di Tame, un po' più semplice quella di El ma pur sempre sopra la media e dunque nient'affatto d'intralcio al piacere d'ascolto nel suo complesso (il che è un bene in sé, certo, ma diventa ancor più importante nel momento in cui gli ospiti si contano sulle dita di una mano).
Le tematiche, come accennato precedentemente, sono perlopiù strettamente orientate verso l'hip hop ed i suoi derivati: da qui la dichiarazione d'amore verso il writing così come l'ode alla marijuana e le relative speranze di legalizzazione (quando ancora farle non aveva rotto i coglioni, mind you), ma anche la promozione della propria città, l'amore verso il rap (Whayback è uno degli Amarcord più riusciti del genere) e l'autoesaltazione più classica. In tal senso non si può certo dire che concettualmente ci troviamo di fronte a chissà che -anzi, chiunque non condivida la loro passione almeno al 90% troverà Hard Place una mattonata d'album- però bisogna ammettere che non solo la realizzazione del tutto è ben fatta ma, soprattutto, risulta indubbiamente sincera. Oggi come oggi viene quasi da sorridere se si pensa come il tutto suoni talvolta naïv, specie se si prende poi in considerazione che le loro brave dosi di merda le devono pur aver ingoiate, ma in fondo da tutto ciò deriva una visione d'insieme che da un lato conferisce loro un'identità di rappresentanti dell'hip hop a tutto tondo, e dall'altro segna uno degli ultimi colpi di coda di un genere che già in quegli anni stava abbandonando con sempre maggiore rapidità gli stilemi da b-boy vecchia scuola per favorire l'emergere del ghettuso più incazzato o del megalomane pacchiano che usa le banconote per accendersi i sigari.
Insomma, come dire: Between A Rock And A Hard Place vale oggigorno quasi più come "segnalibro" culturale e musicale che come musica tout court, ma è proprio questo a renderlo per me importante. Per di più, avendo vissuto quell'epoca in prima persona, non riesco ad essere obiettivo come dovrei e pertanto lo giudico come l'avevo giudicato quindici anni fa (13, in realtà, perchè nel '94 m'era sfuggito): quattro ed una bella lode per il fattore nostalgia che evoca in me.



VIDEO: WRONG SIDE OF THE TRACKS

O.C. - WORD... LIFE (Wild Pitch, 1994/ Mushine, 2007)

venerdì 9 gennaio 2009

In alcune delle passate recensioni ho più volte menzionato alcuni dei criteri che rendono classico un determinato disco. Volendo riepilogare grossolanamente, potrei per esempio citare la presenza di uno o più pezzi forti capaci di distinguersi dal resto delle tracce presenti, che comunque debbono essere tutte di alta qualità; poi, l'innovazione gioca un forte ruolo, certamente, ma non va scordato che anche la "sola" perfezione può bastare; in aggiunta a ciò si può scoprire che nella maggioranza delle pietre miliari si può notare la presenza dello Zeitgeist dell'epoca; infine, la coesione ha da essere presente affinché si possa notare una sorta di visione artistica complessiva, senza la quale si avrebbe una mera compilation e non il ritratto di un artista.
Fermi restando questi punti, vorrei però aggiungere un elemento forse non fondamentale ma anch'esso sovente rintracciabile in album come It Takes A Nation Of Millions, AmeriKKKa's Most Wanted o The Infamous: la presenza di un concetto forte, personale, dichiarato per tutto il disco. Esso può essere estroverso (vedi l'afrocentrismo di fine anni '80) come introverso (l'arroganza e l'ultratamarria del fare bbrutto dei Mobb Deep) ma, a prescindere da ciò, questo se espresso bene andrà a creare schiere di accoliti ed anche "imitatori" e contribuirà in seguito a definire un certo modo di pensare. E Word Life fa esattamente ciò: principalmente attraverso il singolo Time's Up ma anche con pezzi tipo O-Zone o la traccia omonima, questi sintetizza il pensiero dei cosid. puristi, lo amplifica in un primo tempo, ed infine diviene esso stesso una sorta di Segno convenzionale. Senza scomodare De Saussure, basti andare col pensiero a qualsiasi backpacker degno di questo nome ed alla sua collezione di dischi... e TUTTI sono stati backpacker almeno una volta nella vita.
Paradossalmente proprio io, che invece zainettaro continuo ad esserlo ininterrottamente da quindici anni e più, solo recentemente ho aggiunto ai miei dischi una copia originale di Word Life. Fino a poco tempo fa, difatti, a causa dell'irreperibilità dell'album e dei pregiudizi altrui (il "mentore" che mi iniziò al rap diceva che O.C. era solo bravino, pensate che coglione lui e più coglione io a dargli retta. Ma s'era sbarbi), l'esordio di Omar Cradle aveva girato prima su cassetta, poi su Minidisc, poi in Mp3 ma mai su ciddì. Fortunatamente, quella stessa buonanima di O.C. ha ben pensato di dare alla luce una sontuosa ristampa in cui oltre agli originali troviamo pure un paio di remix, inediti e chicche oramai introvabili; sicché a questo punto l'acquisto è divenuto obbligatorio e pertantoi eccomi qua a svelare per un'ennesima volta la bellezza di questo prodotto.
Il singolo, per esempio, lo conosceranno cani e porci ma come esimersi dal tesserne le lodi e sottolinearne la magnificenza? Negli anni Time's Up non solo è diventato un punto di riferimento concettuale per molti, ma soprattutto è uno dei rari esempi di vera perfezione: la produzione di Buckwild, che campiona Dolphin Dance, è nel tempo giustamente assorta a pietra miliare del beatmaking in quanto non solo riesce a dare un taglio squisitamente hardcore al pezzo originale (paragonare per credere: Resurrection di Common), non solo lavora di batteria in un modo tale da astrarsi dal sound tipico dell'epoca, ma come ciliegina sulla torta vi inserisce dei cut di Slick Rick che raramente come in quest'occasione s'imprimono nella mente e diventano parte essenziale della canzone. E O.C., dal canto suo, rilascia due strofe dense di frasi che negli anni sono state più volte campionate -e fin qui nulla di particolarmente eccezionale- ma che soprattutto sono diventate un manifesto di cosa significhi nel concreto l'emceeing. In tal senso citare la celeberrima frase "I'd rather be broke and have a whole lotta respect" è tanto scontato quanto obbligatorio, perchè aggiunge al classico "devi essere bravo" un concetto più vicino a concetti etici che puramente artistici; concetto, questo, che più di una volta era stato implicitamente dichiarato da altri suoi colleghi ma che ora trova la sintesi definitiva.
Ma per quanto questa dichiarazione intenti sia decisamente forte in Time's Up, fortunatamente non lo è a sufficienza per gettar ombra sugli altri pezzi. Impossibile infatti non notare la potenza di O-Zone, sì più classica come beat che come esposizione dei concetti ma non per questo meno d'impatto; o la stupenda Word... Life, la cui matrice jazz conferisce una melodia orecchiabile che ben s'accompagna al tiro lievemente più veloce della media. E se i contenuti in ambedue questi pezzi rientrano comunque nella categoria del "vi faccio vedere io chi ci sa fare", bisogna ammettere che O.C. riesce anche a sconfinare in territori con un approccio decisamente personale: Ga Head, ad esempio, di primo acchito potrebbe sembrare il consueto sfogo nei confronti della ragazza macchiatasi di adulterio; ma al di là del fatto che l'esecuzione è comunque degna di nota, il fatto che si scopra che il tradimento è avvenuto seguendo le vie di Saffo rende il tutto meno scontato (e per certi versi più tragicomico). Le fa sponda Let It Slide, ancora più unica della precedente nel suo sostenere che talvolta, anzichè accettare provocazioni, è meglio lasciar correre (se ci pensate, una simile affermazione in un contesto sostanzialmente da bullo come quello del rap è abbastanza clamorosa); o, ancora, Constables, che pur riproponendo il tema già esplorato della violenza da parte delle forze di polizia gli da un taglio meno estremista della media e soprattutto lo fa attraverso uno storytelling che anche nella peggiore delle ipotesi rende più digeribile l'insieme.
Per il resto non è che i temi si discostino un granché dagli standard reppusi del tempo, ma al di là dell'esecuzione stessa sono i beat di Buckwild (e di Ogee e degli Organized Konfusion) a fare la parte del leone. Eccetto Born 2 Live -un tentativo di crossover non proprio riuscitissimo- le musiche sono straordinarie. Il punto di riferimento più vicino che posso trovare è Pete Rock (soprattutto in Point O Viewz), ma sarebbe del tutto sbagliato non riconoscere il talento e l'originalità del Nostro, che in questo album riesce a concentrare una varietà di atmosfere considerevole, certamente, ma soprattutto contribuisce attivamente a dettare gli standard del sound nuiorchese dell'epoca. Pensate, infatti, ai nomi di album che inevitabilmente vi vengono in mente quando qualcuno vi chiede degli esempi della New York di metà anni '90: The Infamous, Illmatic, Living Proof, Ready To Die e, appunto, Word Life -non si sfugge. Anche in questo caso, in realtà, le cose da aggiungere in materia sarebbero molte; dal canto mio, però, non solo reputo che vi sia gente che lo ha fatto meglio di quanto potrei io, ma soprattutto che la cosa più logica da fare sia ascoltare il tutto in prima persona (nella rara eventualità che non lo si fosse già fatto).
Detto ciò, mi pare evidente che di fronte abbiamo un vero e proprio classico nonchè l'opera migliore di O.C.; una pietra miliare che, al pari di Illmatic (MC Serch è coproduttore di ambedue gli album), pur non raggiungendone la stessa perfezione è imprescindibile per chiunque abbia a cuore un genere musicale in cui da sempre si deve scremare parecchio per trovare autentiche perle.




VIDEO: BORN 2 LIVE

VAKILL - THE DARKEST CLOUD (Molemen Rec., 2003)

lunedì 5 gennaio 2009

Ricordo che quando The Darkest Cloud uscì nei negozi (uhm, diciamo su Soulseek), la piccola comunità reppusa milanese -che all'epoca frequentavo- era scissa tra coloro che idolatravano il disco e quelli che nemmeno l'avevano mai sentito nominare o lo bollavano come l'ennesima sòla proveniente da una scena underground non esattamente entusiasmante (e poi era il periodo di Get Rich Or Die Tryin'). Io ovviamente propendevo più per la prima opzione, e per quanto all'epoca non è che divorassi album a cura di battle rapper, quello di Vakill aveva certamente un pregio: quello di essere completamente prodotto dal trio dei Molemen, dei quali ho sempre apprezzato il gusto nella scelta dei campioni (sia come melodia che come atmosfera) e l'approccio genuinamente classico.
In effetti, a distanza di cinque anni reputo Darkest Cloud come una di quelle opere meglio invecchiate e, in maniera abbastanza analoga a ciò che è successo a Here To Save You All di Chino XL, esso è stato capace di "bruciare" completamente un pur discreto sequel; se ciò gli è riuscito non è naturalmente solo per questioni legate alla novità o alla effettiva qualità finale, ma anche perchè in mezzo a tonnellate di one-liners quà e là si riescono a trovare tracce dal senso compiuto che, seppur "isolate", spezzano l'eventuale monotonia creata dal Nostro.
E parlo di monotonia perchè Vakill è sì tecnicamente bravo, ma non è STRAORDINARIO; la sua voce -simile oltre ogni ragionevolezza a quella di Ras Kass- viene usata senza grande inventiva come puro e semplice mezzo attraverso il quale far giungere a noi il piatto forte del menu, ovverosia le punchlines. Peccato però che queste si perdano nel flusso costante e serratissimo (onestamente alle volte lo è fin troppo) del Nostro, il quale pressoché mai cambia tono o inserisce pause ad effetto per sottolineare un'uscita o semplicemente spezzare il ritmo; e basti pensare a quanto questi pur banali trucchetti invece giovino all'ascolto di pezzi concettualmente leggeri come quelli di un Sean Price per capire che c'è un problema. Problema, questo, che viene ulteriormente rimarcato ogni qualvolta il beat e la melodia finiscono con lo stridere con un simile stile: prendete ad esempio Forever e noterete come base e liriche viaggino su due strade parallele che MAI s'intersecano, il tutto a scapito della godibilità che invece si sente appieno con una Sickplicity o una Sweetest Way To Die. In più -e qui chiudo il Vakill-bashing- ci sono momenti in cui 'Kill non riesce ad essere brillante come vorrebbe: o perchè a metà traccia si rompe le palle di essere concettuale e scivola nell'ennesimo abuso di one-liners (The Creed), oppure perchè se ne esce con cagate come "Wife's an acronym for wash, iron, fuck et cetera".
Ma non tutto è da mettere in croce: bisogna ammettere innanzitutto che il più delle volte le trovate che ha il Nostro sono delle autentiche perle costruite su solide fondamenta di humor, inventiva ed assonanze; senza star qui a elencarle tutte, per darvi un'idea vi cito solamente "Competition is like parking spots, good ones' hard to find/ And everything else is handicapped" e "Call my style 'c-section' cause I'm a cut above you pussies". Inoltre 'Kill non è affatto malvagio né come storyteller -vedi l'ottima Fallen, in cui lui e Slug riprendono i ruoli di Samuel L. Jackson e Kevin Spacey per proporre una versione reppusa de Il Negoziatore- né come autobiografo (Til The World Blows Up e The Flyer, ambedue sincere ed appassionate pur non risultando melense o impostate). Certo, siamo a diverse spanne di distanza dai maestri del genere, ma al Nostro va concesso che sa intrattenere molto meglio di diversi suoi colleghi e che la sua arroganza risulta comunque apprezzabile nel momento in cui dietro ad essa si trova molta fantasia e competenza; Sickplicity, End Of Days e la posse cut Forbidden Scriptures sono lì a testimoniarlo.
Quanto ai beat, devo dire che qui His-Panik e Memo (ma soprattutto il primo) fanno un ottimo lavoro, restando sì sui binari del good ole boombap scegliendo talvolta campioni non scontati (ad esempio arpeggi di chitarra elettrica, oppure qualche roba ottantona), ma principalmente curando molto l'aspetto melodico ed affidandolo in maggior parte ad archi di vario genere. Certamente ci sono escursioni nel funk o nel soul più evidente (Sweetest Day To Die, Dear Life), peraltro validissime, ma la cupezza fa da padrona a Darkest Cloud nella maniera più assoluta: che sia l'Orfeo Negro di Fallen piuttosto che i clavicembali di End Of Days, non sperate di trovare da nessuna parte qualcosa che si discosti di più di un passo dal cosid. hardcore. Una scelta, questa, che ben si sposa col tipo di MC che è Vakill, e che francamente non vedo come potrebbe deludere i fan del genere; casomai, questo sì, l'originalità va a farsi benedire ma questa non sempre è essenziale e forse avrebbe avuto poco senso sentire battleraps come questi su robe storte à la Madlib.
Conclusione? Bello, sì, ma solo per aficionados. Gli altri -vuoi per carenze di comprensioni o semplicemente gusti tout court- dubito che potranno trovare in Darkest Cloud qualcosa di particolarmente esaltante salvo, forse, due o tre tracce.



FRESH FOR '08... YOU SUCKAS

sabato 3 gennaio 2009

Bene: a distanza di un anno dall'apertura del blog posso finalmente togliermi lo sfizio di creare la guilty pleasure di ogni blogger che si rispetti. Esatto, una lista. Purtroppo, però, le circostanze non sono delle migliori: il 2008 non è stato un grande anno (al contrario del 2007) e solamente poche promesse sono state mantenute, mentre molti progetti (Saigon, Poet, Dre ecc.) sono slittati al 2009 - forse. Ma fatto sta, cominciamo dal peggio.

SCRONDI & DELUSIONI

5. The Roots - Rising Down/ Termanology - Politics As Usual Per Termanology non sprecherò troppe parole. Prendete le legittime aspettative anche solo in quanto a produzioni (affidate a Havoc, Pete Rock, primo, Buckwild, Large Pro ecc.) e paragonatele al risultato. Senza poi dire delle performance altalenanti di Term... un'occasione sprecata, punto. Au contraire, dopo l'eccellente Game Theory, i Roots sfornano un disco che si presenta benissimo con l'omonima traccia ma che traccia dopo traccia lascia in bocca una sensazione di "meh". Intendiamoci: qualsiasi cosa i Roots facciano è pur sempre superiore all'80% delle porcherie partorite dai colleghi, ma forse questa verità ha spinto i recensori professionisti a sopravvalutare un album che poteva essere intitolato "Tipping Point 2.0". Il colpo di grazia è stato inflitto poi dall'atroce singolo Birthday Girl, carico di saccarina al punto tale da poter ambire al posto di canzone più gaia del 2008... [Leggi la recensione completa/ Termanology]

4. Kanye West - 808's & Heartbreak ...se non ci fosse l'alfiere della metrosessualità per eccellenza, Kanizzle (a proposito: avete mai visto qualcosa di più criptobusone e kitsch di 'sto video qui? Eccetto Do You Really Want To Hurt Me, voglio dire). Una garanzia per certi versi, ma pur sempre capace di creare cose carucce come lo era, ad esempio, Graduation. Purtroppo -e qui non è colpa sua- è evidente che molti ascoltatori di rap devono avere un background musicale ancor più ristretto del mio, perchè è bastato che il Nostro infilasse in serie valanghe di suoni plasticosi come non si sentivano dai tempi di Invisible Touch, "liriche" in cui l'autocommiserazione supera i toni dell'umano decoro e, infine, un'abilità vocale pari a quella di Jovanotti per far sì che si gridasse al miracolo. In effetti, alcuni sostengono che non si tratti nemmeno di un disco rap. Concordo. E' una porcheria a tutto tondo.

3. Guilty Simpson - Ode To The Ghetto Il fatto che fosse stato scelto come MC preferito da J Dilla ha significato molto, perlomeno in termini pubblicitari. E d'altronde va detto che il suo album ha alle saplle produttori di innegabile talento come Madlib, Oh No, Dilla stesso e altri. Eppure il risultato è stato una mezza tavanata, un po' perchè i suddetti hanno proposto beat perlopiù del tutto inferiori alla loro stessa media, ma soprattutto perchè Simpson ha dimostrato di avere al massimo una buona voce ed un discreto carisma. I suoi testi (una trasposizione all'underground di Young Jeezy, direi) sono di un'ignoranza caprina, ma non di quella che riesce a sorprenderti ma del tutto prevedibile; così come prevedibili sono le rime, purtroppo, e allora uno cosa può fare se non sbadigliare? [Leggi la recensione completa]

2. Carlos Nino & Lil' Sci - Elevation Madonna santa che piombo. Con titoli quali Love Hugs And Hip-Hop Soul, Honor Courage And Karma, The Dream e Freedom sapevo benissimo che mi sarei trovato di fronte a dei diretti discendenti del Common più predicatore. La cosa in sè non mi turbava -chiarisco- perchè spesso e volentieri apprezzo anche un po' di rettitudine. Purtroppo sbagliavo per difetto, nel senso che a fronte di beat spesso eccellenti (ma alle volte anche scontati) l'emceeing è nel migliore dei casi tollerabile. La voce nasale e la cadenza priva di una qualsiasi enfasi di Lil' Sci massacrano il potenziale del disco, e se ci aggiungiamo che è uno di quelli che predicano ai convertiti, dunque più che propenso a lanciarsi in interminabili pistolotti moralisti incapaci di far breccia al di fuori dei suoi accoliti, allora la voglia di ascolto si riduce facilmente allo zero malgrado diverse incursioni ben fatte nel funk e nel jazz da parte del compare Carletto. Rap da oratorio.

1. Jedi Mind Tricks - A History Of Violence Ecco come sprecare il titolo più fico dell'anno con una minestra riscaldata e pure insipida. Voglio dire: non che mi aspettassi chissà che novità da parte di Vinnie e Stoupe, ma perlomeno reputavo che le bassezze raggiunte con Visions Of Gandhi non si potessero ripetere. E invece qui abbiamo il loro album più inutile oltreché meno ascoltabile. Sì, chiaro, qualche roba passabile la si trova anche ma l'insieme è paragonabile, nei suoi suoni barocchi e nei testi ridondanti di minacce inattuabli e riferimenti epicoreligiosi, ad una delle qualsiasi porcherie prodotte dai Manowar. E questo non è un bene. Aggiungiamoci che in passato, oltre ad essersi pian pianino evoluti nella ricercatezza delle tematiche (pensate solo al precedente album, in cui c'erano Uncommon Valour, Shadow Business e Black Winter Day), spesso invitavano ospiti più che degni come Tragedy, Ill Bill, R.A. The Rugged Man, Sean Price e Killah Priest; stavolta, invece, ci offrono una serie dei loro peggiori portaborse come Demoz e gli Outerspace i quali, guarda un po', riescono a malapena a rendere la pillola ancora più indigesta. Personalmente farò finta che questo disco non sia mai esistito.

[Dishonorable mentions: Nas - Untitled; Kool G Rap - Half A Klip; Genius/GZA - Pro Tools; DJ Muggs & Planet Asia - Pain Language; D.I.T.C. - The Movement; Common - Universal Mind Control]

SORPRESE E CONFERME

10. Large Pro - Main Source/ EPMD - We Mean Business Va bene, nessuno di questi due dischi può ssere definito un capolavoro. D'altronde non è che li abbia messi in decima posizione per caso, giusto? Ecco. E allora, piuttosto che fare le pulci alla loro non eccelsa qualità tout court, perchè non provate a prendere in mano quell'immane porcheria che è Out Of Business e paragonarlo a questo loro ritorno? Sì, certo, si autocitano un po' troppo e di novità non ve ne sono, ma d'altronde da un gruppo che ha alle spalle una carriera ventennale cosa vi aspettavate? Io volevo gli EPMD e sono stato soddisfatto: Roc Da Spot, Run It, Puttin' Work In, Never Defeat 'Em e persino Listen Up sono un ritorno in forma del tutto imprevedibile e che dovrebbe far gioire qualsiasi fan dei loro precedenti lavori. Lo stesso dicasi per Large Pro: mai stato un cattivo MC, sempre stato un eccelso beatmaker, anche se 1st Class in un paio di volte ce l'aveva fatto scordare. Qui, per fortuna, non solo non sgarra pesantemente in nessuna occasione, ma per giunta regala ai posteri almeno due perle assolute: 'Maica Living e la straordinaria In The Ghetto, in cui riconferma il suo gusto e la sua capacità di essere l'atmosfera di New York. In breve: bentornati a entrambi.

9. East Coast Avengers - Prison Planet Come definirle quest'opera? Un fumettone in 4/4? Un album "politico"? Un omaggio al suono nuiorchese? Le stesse domande che mi sono posto nella recensione giacciono ancora lì senza risposta, e pertanto oramai mi sono rassegnato -si fa per dire- a godermi l'ascolto di questo Prison Planet senza prendere alla lettera ogni singola cosa che dicono. Francamente non ho molto da aggiungere rispetto a quanto già scritto: il tutto scorre che è un piacere, intrattiene egregiamente e sovente presenta sprazzi di genio (nelle tematiche come nell'esecuzione vera e propria) che lo distinguono nettamente da altri eventuali epigoni; il richiamo ai classici è presente ma non urlato, e l'atmosfera cupa che avvolge ogni singla traccia ne fa un eccellente scelta per chiunque reputi eccessivi i richiami epicheggianti dei vari Army Of The Pharaohs et similia. [Leggi la recensione completa]

8. LoDeck & Omega One - Postcards From The Third Rock Lorsignori mi consentano un dubbio: ma di chemminchia parla LoDeck? Non sto scherzando quando vi dico che, pur dopo ripetuti ascolti, il più delle volte seguire ciò che intende esprimere (ammesso che voglia esprimere qualcosa tout court) mi risulta impossibile. Ciò non di meno, i suoi eventuali sproloqui hanno un pregio: suonano bene. E così, al contrario di quanto avviene con Lil' Sci, egli non va a smantellare il lavoro di fatica curato in questo caso da Omega One, il quale, dal canto suo, non ne sbaglia una e regala un beat migliore dell'altro al Nostro. Alcuni hanno parlato di elementi di psichedelia, ma personalmente mi sono sfuggiti; casomai, questo sì, la sua tecnica nel costruire melodie che vanno ad intersecarsi possono rimandare il pensiero agli episodi più "leggeri" di RJD2 o certi passaggi di Endtroducin', il che non è affatto male. In conclusione, quindi, non il capolavoro da molti decretato ma di certo un ascolto che si discosta dai canoni più tradizionali del rap e che come tale andrebbe spinto di forza nelle orecchie di molti aficionados del genere.

7. J-Live - Then What Happened Confesso che a distanza di mesi devo rimangiarmi alcune delle conclusioni alle quali ero giunto nel corso della recensione, e cioè che Then What Happened sia qualitativamente paragonabile a All Of The Above. Purtroppo non è così, principalmente perchè la varietà di quest'ultimo risulta impareggiabile, mentre TWH punta di più su un'immediatezza d'ascolto che però dopo non molto scema e si riduce ad una selezione di pezzi. Ciò nonostante, Live resta l'MC coi controcoglioni che è sempre stato e in quanto tale si merita un ascolto approfondito. It Don't Stop, The Upgrade, The Last Third sono solo alcune delle gemme contenute in quest'opera e che possono assurgere all'Olimpo della sua produzione; e scusate se è poco. Un ben gradito ritorno alla forma ottimale del Nostro, dopo il parzialmente deludente The Hear After. [Leggi la recensione completa]

6. Atmosphere - When Life Gives You Lemons You Paint That Shit Gold Quando qualche amico estraneo al reps mi chiede quale album potrebbe essere di suo interesse, da qualche mese mi gioco la carta Atmosphere. Reputandolo una sorta di Automatic For The People del rap -cioè un qualcosa che è impossibile non piaccia- il suggerimento è scontato. Slug, graziaddio, abbandona la sua Weltanschauung ombelicocentrica e dipinge immagini di disgrazie umane che ben rimandano ad un certo tipo di letteratura americana contemporanea, Le Correzioni di Franzen su tutti, grazie anche all'analogo senso dell'umorismo, decisamente amaro. Contestualmente, Ant si diletta con una varietà di suoni di per sè piuttosto vari ma che riesce ad unire mediante batterie di matrice ovvimnte reppusa ma mai scadenti nella prevedibilità. Consigliato, insomma, non solo a chi ama mettersi i coglioni sottovuoto ed un paio di Converse ai piedi -il che, di questi tempi, è piuttosto raro. [Leggi la recensione completa]

5. Immortal Technique - The 3rd World In attesa di Middle Passage, il buon Tech, anzichè perdersi tra milioni di mixtape ed altrettanti quantità di freestyle irrilvanti, si unisce ad un oggettivamente inutile (ma almeno non troppo intrusivo) Green Lantern e sgancia un album che per molti versi regge tranquillamente il confronto col capolavoro Revolutionary Vol. 2. Certo, l'effetto novità non è qui presente, ma vedere un già eccelso MC migliorare ulteriormente delle doti innate come voce, carisma e contenuti -senza dimenticare lo humor, come dimostrano uscite come "before 9/11 y'all was shoutin' Allah as if he was hostin' your mixtape and now y'all scared, bitch ass niggas"- fa sempre piacere. Il singolo 3rd World varrebbe da solo l'ascolto, ma oltre ad esso vi sono alcune autentiche perle come Stronghold Grip, Harlem Renaissance, Crimes Of The Heart e Mistakes che non potranno non far gioire i fan di uno degli MC più rilevanti del decennio.

4. Vast Aire - Dueces Wild/ Mighty Joseph - Empire State Come già spiegato nelle rispettive recensioni, personalmente reputo questi due dischi perfettamente complementari. Grande lavoro alle macchine da parte del semiesordiente Melodious Monk, che si conferma non solo una delle sorprese da me più gradite del 2008 ma riesce a rinvigorire il suono di un Vast Aire rendendolo al contempo contemporaneo e legato ad atmosfere di metà anni '90. Nel complesso, due opere dotate di ottima longevità e rientranti tra il miglior materiale da walkman dell'anno. [Leggi la recensione completa/Vast Aire; leggi la recensione completa/Mighty Joseph]

3. Q-Tip - The Renaissance Ha! Non avrei puntato una mezza lira su un Tip capace di sfornare il miglior comeback album degli ultimi cinque anni (almeno!), e invece ecco che con questa concentratissima opera (tredici tracce) pressoché completamente autarchica -liriche e beat sono suoi eccetto una base di Dilla- eccolo qui. Il singolo, Gettin' Up, ben rappresenta il gusto di un album che si muove con eleganza tra soul, jazz e buon vecchio boombap; ma vi suggerisco di non limitarvi ad esso, bensì di comprare questo disco e lasciarlo scorrere per un paio di volte nel vostro lettore. Pian piano caprete che questo non è solo un buon lavoro, ma anzi un ottima dimostrazione di cosa possono fare gusto ed esperienza combinati. Chapeau.
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2. Elzhi - The Preface Che dire? Forse non il classico che noi tutti ci aspettavamo ma certamente impressionante; la punta di diamante dei Slum Village non solo conferma la sua bravura ma finalmente ha la possibilità di espanderla per spazi più lunghi di quaranta secondi. Concept track eccellenti, un po' di sano amore per la figa e soprattutto battle raps da riascoltare più e più volte; il tutto accompagnato da un Black Milk ancora legato al sound del (peraltro validissimo) Popular Demand e che forse rispetto a Tronic risulta meno incisivo, ma ciò nondimeno fornisce a El il tappeto sonoro più adeguato per il suo esordio. [Leggi la recensione completa]

1. Black Milk - Tronic Sapete, quando alle volte mi sorge il sospetto che per il rap vi siano solo due strade percorribili (l'abbandono al dirty south da un lato e la fossilizzazione del suono dei tardi anni '90), prima mi do uno schiaffo, poi ascolto una produzione a caso di Black Milk, e poi mi do uno schiaffo, ancora tantoper ricordarmi di quanto sia coglione. Posso tranquillamente confermare che anche quest'anno la città più rilevante per il rap è stata Detroit; e non solo perchè ci sono alcuni cinghiali da competizione che distribuiscono sghiaffi con grande attenzione alla scelta della vittima (Yung Berg), ma soprattutto perchè ormai è il terzo anno di fila che da essa vengono sfornati prodotti eccellenti e dotati di un suono unico e fresho. Tronic, in tal senso, rappresenta l'epitome di questo discorso: io mi sarei anche accontentato di di un Popular Demand 2, ma il venticinquenne Curtis Cross ha voluto strafare, passando dal parco di campioni più classico ad un sound più... beh, sì, elettronico. La sua evoluzione, ben delineabile, non si limita solo al sapersi destreggiare con gran classe tra synth, tastiere Korg eccetera senza pestare merde, ma si vede anche al microfono. Pur non essendo certo un Rakim, nel suo secondo LP il Nostro è decisamente migliorato e rende interessante l'ascolto di ogni traccia; e anche qualora l'attenzione dovesse calare, ci sono pur sempre i suoi fantastici pattern di batteria e tirarla sù. Insomma, disco eccelso, packaging da urlo... a questo punto solo una domanda: dov'era Elzhi, su 'sto disco?

[Honorable Mentions: nessuna, nel senso che di dischi piacevoli ne sono anche usciti, ma nessuno di essi merita secondo me di aspirare a rientrare tra le dieci mejo cose del 2008. Ve l'avevo detto che è stato un anno di merda!]