PETEPHILLY AND PERQUISITE - MIND.STATE (Epitaph, 2005)

giovedì 5 marzo 2009

[Disclaimer: Alcune delle recensioni incluse in questo blog sono originariamente state pubblicate sul sito Hotmc.com. La ripubblicazione di questo materiale su Rugged Neva Smoove non è in alcun modo dipendente dalla volontà di Hotmc, che per politica editoriale desidera rimanere estranea alle attività di qualunque audioblog supporti il download illegale. La riproposizione degli articoli si riduce a una scelta personale dell'autore di questo blog, nonché autore delle recensioni, che si assume totalmente la responsabilità delle eventuali conseguenze]

E’ buffo: alle volte incappi in un disco quasi per caso e magari senza dargli un gran peso. Questo, almeno, succede a me. Nel dettaglio, qualche settimana fa sono entrato in un negozio di dischi usati per vedere se avevano qualcosa dei primi Soundgarden ed invece me ne sono uscito con questo Mind.State del duo olandese formato da PetePhilly (Mc) e Perquisite (produttore).
Non che i loro nomi mi suonassero nuovi: se n’era già parlato in abbondanza sia in rete che sulla carta stampata, ed i vocaboli più sentiti in quelle occasioni erano “avanti”, “geniale”, “sperimentale” e via dicendo, cosa che, al solito, ha fatto crescere in me sospetti di pacco al limite della paranoia. Dopo due settimane circa di ripetuti ascolti, il mio scetticismo è stato finalmente sconfitto e così posso dire che mi sbagliavo.
Tanto per cominciare, il disco si presenta bene: digipack a doppia antina, grafica molto stile “street art” (curata da TwoThings... Boghe?), booklet contenente tutti i testi e adesivo recante un elogio da parte di nientepopodimenoche Talib Kweli. Mica cazzi. Altra peculiarità: tutti i titoli dell’album corrispondono ad uno stato d’animo: gli anglofoni e/o gli intelligenti cominceranno dunque ad intuire che si potrebbe trattare di un concept album. Le loro doti di fini osservatori della realtà saranno premiate: è un concept album.
Svelato l’arcano, comincia l’ascolto: bella intro coi soliti scratchini, e poi subito la prima traccia: Relieved… toh, un inedito di Ali Shaheed Muhammad con su un Talib Kweli in erba, maddài, mica lo conoscevo… invece no. Ascoltando con un orecchio meno ottuso, si nota che Philly tira sì saltuariamente delle sucate al Talibbo (tenete presente che mi riferisco al T. Kweli dell’immediato post-Black Star), ma resta comunque abbastanza riconoscibile per via della metrica un po’ meno complessa e d’un approccio alle tematiche più diretto, teso molto verso lo storytelling. Storytelling, appunto, inquadrabile come elemento principale dell’album; i suoi tratti somatici sono l’uso di uno stile a metà tra il racconto vero e proprio e l’utilizzo di immagini, un ibrido ben riuscito che più di una volta evita di dar peso a rime in sé un po’ banalotte o non propriamente fresche. L’analogia che mi viene in mente lo collega per certi versi alla scrittura di Guru, per capirci. Rispetto a quest’ultimo, però, PetePhilly gioca molto sull’interpretazione (da che mondo è mondo, di king of monotone Mc's ce n'è uno), eccellendo in pezzi come Paranoid o Mellow.
Ovviamente, a determinare il successo finale dell’evocazione è l’alchimia tra i beat e le rime, e questa funziona praticamente sempre: ottimi esempi sono Eager ed il suo bel loop di piano; la già citata Paranoid (bellissimo il campione ed il bridge, valide le batterie che, a metà pezzo, vengono programmate in stile drum’n’ bass); la più classica Hope (che vede finalmente ‘sto benedetto featuring di Talib); infine, l’omonima Mindstate.
Di Perquisite s’è detto molto, e a ragione: la cultura musicale classica che ha alle spalle ha evidentemente influenzato la sua produzione, che risalta per i frequenti cambi di stile e melodia nei diversi pezzi, senza però danneggiarne la continuità. Anche l’elettronica si fa sentire e, a parte l’epilogo technuso di Motivated (un po’ troppo da Molella, per i miei gusti), non disturba.
In conclusione: il prodotto è ben pensato ed ottimamente realizzato, specie dal punto di vista musicale, tanto che se ne potrebbe tranquillamente fare un album di sole strumentali. PetePhilly, di suo, non scrive rime in sé perfette (anche se qualche virtuosismo c’è, cfr. la terza strofa in Hope, veramente bella), ma compensa il tutto tramite una buona abilità nel descrivere situazioni e stati d’animo ed una capacità di interpretarli in modo decisamente fuori dal comune –magari esagerando, in certi allunghi, ma sono inezie. L’unica critica che potrei muovere al tutto –ma è una questione privata- è che occasionalmente il disco, in tutta la sua pulizia e semiperfezione- risulta un po’ freddino.
In definitiva, questo Mind.State è un album che piacerà sicuramente a chi ha un orecchio piuttosto allenato e resta occasionalmente annoiato dalle “solite” uscite; tristemente, però, verrà impugnato anche dai soliti contadini che amano occuparsi di paragoni fatti alla carlona tra “la VERA musica” e “quelle cose tutte uguali che ascolti tu”. Triste ma inevitabile.
Sono però seriamente in crisi per quel che riguarda il voto finale: l’album, nella sua coesione, può risultare un po’ pesantuccio; del resto, è un problema tipico di qualsiasi concept album. Musicalmente ineccepibile, è un po’ più debole sul versante dell’Mc: ma si può dire che sia davvero un difetto e non una semplice smagliatura? Insomma, se gli omini a mia disposizione fossero cinque, gli darei un bel 4 e 1/2; disponendo però solo di quei quattro miseri cazzetti, arrotondo (con qualche esitazione) e gli do il voto più alto, aggiungendo un “buona fortuna” per quel che riguarda le vendite.

[Ah quanto si può sbagliare, una persona; persino io, che immodestamente sono un genio. Infatti, contando il fatto che negli anni passati dalla sua uscita ho riascoltato Mind State al massimo cinque volte, devo giungere a una conclusione: o sono io ad essere strano, oppure questo album è seriamente una mattonata sui coglioni. I beat, lo confermo, sono fatti bene ma viaggiano tutti sulla stessa lunghezza d'onda. Per quanto Perquisite dimostri senz'altro competenza e voglia di sperimentare, questo in fin dei conti non basta e se si prende l'album nella sua interezza non si può non risultarne annoiati. Diciamo dunque che una scrematura quantitativa avrebbe senz'altro giovato al prodotto. In più, PetePhilly non solo ha il difetto di assomigliare stilisticamente fin troppo a Kweli (fattore sul quale si potrebbe anche glissare), ma pecca di personalità. Ovverosia, né la sua scrittura, né le esperienze descritte nelle diverse tracce riescono a risultare un granché interessanti e, peggio ancora, le riflessioni su di esse spesso scivolano nella banalità tipica delle geremiadi da ubriaco. "Scialbo" è il termine che più gli s'addice, insomma, ed il suo cosid. self righteousness non fa altro che peggiorare ulteriormente le cose. Ne consegue che Mind State può essere apprezzato in piccole dosi, ma certamente non per i quasi settanta minuti di durata del tutto; come concept album in sè e per sè è anche pensato abbastanza bene, ma francamente non riesce a trasmettere molto e la sua freddezza mescolata ad una certa pretenziosità lo fa apparire un degno epigone dei lavori di Emerson, Lake & Palmer. Impossibile quindi dargli quattro -men che meno quattro e mezzo- però non me la sento di scendere sotto i tre zainetti abbondanti. Aggiungetegli mezzo, se volete, ma a vostro rischio e pericolo]




VIDEO: PARANOID

ORGANIZED KONFUSION - STRESS: THE EXTINCTION AGENDA (Hollywood Basic, 1994)

martedì 3 marzo 2009

Sentendomi di una bontà squisita, dopo avervi deliziati con i Non Phixion, oggi torno al mio tanto amato nine-flavor con un altro di quei album caduti sotto il peso della mannaia di Illmatic e della sua innegabile perfezione. Cosa voglio dire: voglio dire che è stato quel disco a imprimere a lettere di fuoco il nome "Nas" nelle nostre menti, e che quest'ultimo è riuscito a ridefinire i canoni qualitativi lirici attraverso sole nove canzoni.
Ma se è innegabile che Nas è uno dei dieci maggiori liricisti di sempre, è anche vero che la sua "ingombrante" presenza ha gettato un'ombra di pochezza su molti altri album del periodo anche quando alcuni di essi non l'avrebbero affatto meritata; è il mio solito ritornello riguardante la memoria selettiva, ma francamente non posso fare a meno di ritirarlo fuori un'ennesima volta, specie in quest'occasione.
Questo non solo perchè gli Organized Konfusion sono (sempre stati) un gruppo che sarebbe riduttivo definire "sottovalutato", ma anche perchè all'interno di questa visione i loro sforzi al microfono in Stress appaiono oramai dimenticati e -tristemente- privi di alcun tipo di "prole" o tangibile eredità. Eppure già solo i primi sei pezzi di STEA contengono più implicite indicazioni sulle qualità che dovrebbe avere un MC, sia dal punto di vista della scrittura che della tecnica vera e propria. In tal senso, l'unico motivo che mi viene in mente per spiegare come mai Pharoahe Monch non abbia mai fatto grandi proseliti è che, indubbia originalità a parte, il suo talento sia pressoché impossibile da replicare a meno che non si detenga la stessa bravura (non oso immaginare gli aborti che scaturirebbero da un'imitazione nella media). E a quel punto la cosa non avrebbe più senso.
Esagero? Avete ascoltato Desire e non vi pare poi 'sto gran mostro? E allora vi invito a sentire la sua strofa in Bring It On (votata tra le migliori 5 di sempre dai lettori della Source nel '98, altri tempi) così come quelle di The Extinction Agenda, Thirteen o Stray Bullet solo per citare i pezzi più noti. L'abilità del Faraone di distorcere accenti, spezzare sillabe, cambiare tonalità di voce e contorcere la metrica è qualcosa di realmente unico nel mondo dell'hip hop e sfido chiunque a dimostrare il contrario. L'unico reale paragone che mi viene da fare, peraltro in una sola occasione -cioè la seconda strofa di Thirteen- è col Jonathan Davis dei primi Korn che, come fa Pharoahe, in certi pezzi saliva di ottave fino a rasentare il cigolio; ma tolto questo passaggio davvero non trovo nessuno che possa assomigliare al Nostro per più di un 50%. Discorso diverso si deve fare per Prince Po, che pochi si cagano in quanto meno dotato di Monch, ma che in realtà è capace di dare la paga a molti come e quando gli tira il culo: in Stress, ad esempio, tiene il passo del suo compare ed altrove riesce comunque ad uscire a testa alta dal confronto. La sua sfortuna è di non essere così estremo come il Faraone ma, ciò detto, non gli si pssono non riconoscere indiscutibili capacità sia come MC che come scrittore vero e proprio (il suo storytelling è decisamente sopra la media e non soffre delle ovvie forzature dettate dallo stile, al contrario del socio).
I due mi cadono (in termini relativi, certamente) in 3,2,1 e Let's Organize, guardacaso i due pezzi dotati dell'atmosfera più cazzeggiara dell'intero disco. Ecco, appunto, i beat: storicamente tanto criticati ma in fin dei conti nient'affatto da buttare. Tolte le tracce sopracitate e Bring It On, che effettivamente necessitava di un remix prontamente fornito da Buckwild, il resto mi pare di qualità tutt'altra che media, figuriamoci poi bassa. Buckwild, per esempio, prende un giro di basso di Charles Mingus e lo trasforma nel singolo Stress, sulla cui potenza sarebbe ridicolo dubitare; è poi il turno di Herbie Hancock e della sua Dolphin Dance, invertita rispetto al sound originale per Extinction Agenda; oppure Black Sunday, che utilizza l'ormai stranoto loop tratto da Jagger The Dagger di Eugene McDaniels ma lo fa con la stessa incisività con la quale Nautilus di Bob James riaffora in Stray Bullet. Nell'insieme del disco, il mood è sfrontatamente hardcore nuiorchese, ovviamente, e questo agli occhi dei puristi (per quel che può significare il termine...) non può che essere motivo di gran gioia; d'altronde fatico a pensare che cos'altro avrebbe potuto costituire un valido tappeto musicali per un duo simile. Ridurre le melodie all'osso e lavorare casomai di basso e batteria mi pare ancor'oggi la soluzione migliore.
Insomma, volendo chiudere in bellezza, cosa potrei aggiungere? La prima metà del disco è assolutamente strepitosa, con basi ed MC che si spalleggiano come meglio non si potrebbe sperare; nella seconda i beat calano sia d'intensità che di qualità vera e propria ma, francamente, con un simile emceeing questo può risultare così grave? No, decisamente no.




VIDEO: STRESS

NON-PHIXION - THE FUTURE IS NOW (Uncle Howie/Landspeed, 2002)

lunedì 2 marzo 2009

Interrompo la lunga pausa sabbatica -dovuta vivaddio a lavoro in eccesso e non altro- con una recensione che è al contempo superflua ed importante. Superflua perchè suppongo che chiunque mastichi un po' di rap abbia avuto modo di apprezzare questo disco e quindi non necessiti di una conferma da parte mia, ma scriverne è importante vuoi anche solo perchè chi finisce qui usando criteri di ricerca bizzarri ("pestaggio mc") magari riesce a trovare qualcosa che sia all'altezza di timpani degni di questo nome.
E comunque m'ero un po' rotto il cazzo delle robe troppo chic, per cui riparto da una bella roba hardcore com'è questo The Future Is Now e bon.
Come potete notare dalla scansione, il digipak di questo CD è ben rovinato e segnato dal tempo, e questo nonostante io sia uno che tiene i propri oggetti -a maggior ragione i dischi- con cura ed attenzione certosini; in questo caso, però, trattarlo meglio di così era impossibile. L'esordio dei Non Phixion è infatti uno dei dieci dischi più belli di questa decade che sta volgendo al termine, nonché la miglior pubblicazione del 2002. Ne consegue che per lungo tempo me lo sono portato appresso, che fosse in giro (col Discman), in macchina, in vacanza eccetera. Solo con l'avvento dell'Ipod e, più recentemente, di un'autoradio con presa USB ho potuto dargli un po' di meritata requie.
Perchè il punto è che la qualità dei pezzi qui è elevatissima e vede tre MC più che bravi cavalcare eccellenti beat curati da personaggini da nulla come Premier, Pete Rock, Large Professor ed un Necro che non sfigura di fronte a questi mostri. Lo si nota fin dall'iniziale Futurama, costruita attorno ad un loop in crescendo di archi combinato a batterie che schioccano come spari, e dove Ill Bill, GoreTex e Sabac gettano le basi dell'atmosfera generale che regnerà per tutti e 56 i minuti di durata dell'album. Peep game: "Who decides truth, guys in ties and suits/ Violent coups in private schools, we got rules of taunt/ Duals of war, using thugs like swords, pay for groceries, the DNA codes in your vocal cords/ The order of the world has already been bought, Robocops programmed to kill and ready for war/ Drink your cocaine 'cause drugs is legal, androids rule the streets, it'll be dark, scremin' fuck the people".
Un immaginario, quello dei Non Phixion, decisamente decadente e di carattere distopico, dove il mondo si divide tra colletti bianchi corrotti e oligarchie di vario genere che gestiscono il mondo a proprio piacimento e la gente comune (nella loro ottica) che ne soffre più o meno conciamente e cerca rifugio in droghe, sesso, violenza e altro: andando per approssimazione si può parlare una versione ghettusa di William Gibson mescolata alla visione di Chomsky ed alla cospirazionistica assortita di Cooper.
Tuttavia vi sono attimi di respiro tra una visione opprimente e l'altra: vuoi mediante la solita buona vecchia autocelebrazione, vuoi attraverso contenuti più "liberi" o pezzi più emo, The Future Is Now non annoia. Ma vi dirò una cosa: se anche le liriche fossero limitate esclusivamente alla descrizione di un mondo orribile, queste comunque non verrebbero a noia perchè sia Bill che GoreTex e 'Bac hanno una capacità suggestiva da affabulatori professionisti; le associazioni di immagini ed idee sono assolutamente personali e cariche d'inventiva, tantopiù che non è certamente un caso se solo grazie ad un album si è potuto parlare in alcuni casi di "scuola Non Phixion". Non saranno pochi i casi in cui l'ascoltatore ascolterà un paio di versi e li manderà indietro, esclamando al contempo "COSA!?!"
E ciò detto -do ovviamente per scontato che i tre siano tecnicamente ottimi, Ill Bill in particolare- restano solamente da commentare i beat, e a questo punto la strada è in discesa. il singolo Rock Stars vede un Premier ancora in stato di grazia aggiornare la buona vecchia Crime Pays di Kool G Rap aggiungendovi però le sue batterie ed un ritornello fatto dei suoi classici cut; Pete Rock, per non essere da meno, si spinge oltre il marchio di trombe soul che lo aveva reso celebre in primo luogo e partorisce l'ottima If You Got Love. Potevano poi Large Professor e Necro farselo piazzare in saccoccia senza dir niente? Naturalmente no, ed ecco che il primo produce due beat di cui uno realmente fantastico (We Are The Future), mentre il secondo mostra una versatilità che in futuro saprà esibire solamente sul primo solista di ill Bill: la già nota Black Helicopters gira attorno ad un meraviglioso loop di chitarra pitchatissimo che malgrado duri quattro minuti non riesce proprio ad annoiare; in CIA Is Trying To Kill Me invece sfrutta l'ouverture di Milano Cal. 9 degli Osanna, salvo poi passare con disinvoltura a mood perfetti per un MF Doom (che infatti appare in Strange Universe) oppure alla ruvidezza tipica del Nostro e costituita anche stavolta da due scale di basso incessanti tanto quanto il beat (There Is No Future). Contestualmente, anche Dave One fa un buon lavoro con la sua Cult Leader, mentre JuJu dei Beatnuts torna al funk più puro per Suicide Bomb ma con risultati lievemente inferiori a quanto fosse lecito aspettarsi dopo il buon Take It Or Squeeze It (del 2001).
A questo punto è difficile stabilire quale sia il piatto forte del menu, se le liriche o i beat. Diciamo che ambedue sono mediamente di qualità elevata ed in molti casi eccezionale (soprattutto per quel che riguarda l'alchimia, il risultato finale). Se proprio devo muovere una critica particolare a The Future Is Now è l'inclusione di un inutile remix di CIA Is Trying To Kill Me, a scapito magari dell'inclusione della favolosa Refuse To Lose, ma cosa ci vogliamo fare? Il disco, così com'è, è da quattro e mezzo abbondanti. Forse non si può dire un classico vero e proprio perchè in alcuni momenti la perfezione non c'è (e forse manca di carica innovativa), ma in ogni caso poco ci manca. Da avere assolutamente.




VIDEO: ROCK STARS

BROOKLYN ACADEMY - BORED OF EDUCATION (Gold Dust Media, 2008)

mercoledì 25 febbraio 2009

Sapete una delle cose che più mi manca della seconda metà degli anni '90? Senz'altro il non dover tornar a casa dopo il lavoro e dover stirare come stasera, certo, ma soprattutto il fatto che all'epoca potevo metter su un album e facilmente questo mi si piantava in testa pur senza essere un insulto musicale. In altre parole, non c'era solamente Hey Lover di LL Cool J ad essere dotata di un alto coefficiente d'orecchiabilità/memorabilizzabilità ma anche diversi altri album di artisti che, non a caso, da lì in poi sarebbero diventati delle star (Jay-Z, anyone?).
Oggigiorno, per quanto l'hip hop underground sappia sfornare gente decisamente talentuosa e che senz'altro apprezzo parecchio, questa peculiarità è quasi del tutto assente tra gli esordienti, e anche i veterani talvolta sembrano dimentichi del loro passato o perlomeno delle lezioni imparate durante esso. Questo è il motivo per il quale spesso risulta difficile godere di un ascolto completo di un album, tantopiù se lo si vuole usare come sottofondo. Ebbene, dopo aver testato Bored Of Education persino nelle condizioni più estreme (al lavoro, in cuffia da ubriaco la sera, mentre stiro, mentre mi faccio la doccia), posso dire con un certo entusiasmo che questo disco rappresenta quella che reputo essere la prosecuzione più genuina del tanto compianto spirit of the '90s. Questo non significa che sia perfetto, che non sia possibile fare di meglio o altro: significa semplicemente che adempie al primo dovere del rap, cioè quello di intrattenere senza necessariamente inchinarsi alle richieste del pubblico e/o scadere nei cliché qualitativamente più bassi del genere. Sarò ancora più chiaro: pur non essendoci alcuna traccia dotata di un ritornello melenso o di strofe scritte apposta per far da colonna sonora ad un particolar mood, Bored Of Education rischia di risultare molto più apprezzabile da un pubblico vasto di quanto non possa sembrare di primo acchito.
Ciò si deve principalmente ai beat, non c'è dubbio: per quanto distributi in maniera disomogenea per tutto l'arco dei 70 minuti di durata dell'LP, con la prima parte di BOD tendente ad un suono più fresco, essi vanno dal boombap più classico al campionamento di musiche mediorientali, dall'uso di vocine soul all'impiego di synth; il tutto però avviene in modo spontaneo e nient'affatto forzato, tanto che la cospicua durata del tutto quasi non si sente. Le lodi vanno dunque innanzitutto ai produttori, molti dei quali pressochè completamente sconosciuti e/o esordienti, che hanno saputo inventarsi suoni che vanno a nozze con gli stili di Mr. Medaphoar, Pumpkinhead e Block McCloud. Ciò non è semplice se si considera che i tre hanno metriche ben diverse tra loro e quindi lo sforzo compiuto dai beatmaker va applaudito con ancora maggior calore. Tanto per far la solita lista della spesa, dico che tra i pezzi migliori spicca la ruvidissima Raise Ya Hands, curata da un Illmind finalmente lontano dalle trappole del plagio nainfuonderiano; segue a ruota il singolo Tear It Down (ignoro chi siano i Beat Brewers ma di sicuro qui dimostrano di sapere cos'è una melodia), poi vi sono le grezze quanto classiche Suicide e Splash ed infine quella sottospecie di Timbaland-incontra-i-Neptunes-e-assieme-diventano-undergound che è Back In Effect. Queste -ma non solo- pur risultando molto diverse tra loro legano magnificamente in quanto ad atmosfere e quasi riescono a fungere da perfetta colonna sonora a questa sorta di omaggio indiretto a Brooklyn che è Bored Of Education.
E quando dico che è un omaggio non scherzo: a parte la valanga di riferimenti al celeberrimo quartiere nuiorchese ed a suoi mille distretti -Park Slope, Bushwick, Crown Heights, Bed-Stuy eccetera- non passa nemmeno mezzo minuto senza che uno dei tre eroi vi faccia un esplicito riferimento. Ciò naturalmente non è esattamente un pregio nel momento in cui si considera che per molti degli ascoltatori certi riferimenti potranno suonare famigliari solo perchè accennati già altrove, ma d'altro canto non me la sento di condannare con troppa ferocia questa sorta di tic lirico, visto che in fondo si potrebbe considerare come parte integrante della personalità del gruppo. Ed allo stesso modo glisso volentieri sul fatto che in Bored Of Education non vi sia traccia di contenuti che si spingano oltre il bere/fumare/trombare/rappare (mentre, che so, nel solista di Pumpkinhead la varietà era maggiore): reputo infatti che, data la comunque oggettiva difficoltà nel coordinare gli sforzi lirici e la coerenza tematica da parte di tre differenti persone, i Nostri abbiano propeso per un approccio più cazzone al tutto.
E in quest'ottica non si può negare che essi abbiano avuto un ottimo successo: sia perchè la loro idea di polleggio è molto terra-terra (vedi sopra), sia perchè la mettono in atto sfruttando sia un'indiscutibile abilità tecnica che una buona dose di sense of humor e grezzume vario ("I keep a dime on me, I stay flippin' her/ I wear it out, she tighten it up with vinegar"). E di certo aiuta il fatto che non solo i tre si distinguano nettamente per voce come per tecnica -Block McCloud abbastanza libero e prono a canticchiare, Pumpkinhead regolare ma vicino alla nuova scuola nuiorchese, Mr. Medaphoar il più vicino alle rime multisillabiche- ma che in più sappiano generalmente concepire ritornelli capaci di "staccarsi" dal pezzo e d'imprimersi nella memoria.
E' un peccato che non osino di più e che restino fondamentalmente nel territorio a loro più noto, ma il rovescio della medaglia è che perlomeno le varie prestazioni sono impeccabili (salvo un paio di scivoloni in termini di figaccioneria della metafora) raggiungendo talvolta picchi di bravura, come nel caso della strofa di Medaphoar in Raise Ya Hands o Block McCloud in Suicide. Anche le collabo sono indubbiamente ben riuscite, con Jean Grae che appare in ben tre pezzi ed Ill Bill, Keith Murray e Killah Priest che regalano ai Brooklyn Ac delle ottime strofe.
Andando a chiudere la recensione, ora, come potrei sintetizzare al meglio il motivo principale che rende Bored Of Education un disco così godibile? Forse dicendo che in questi settanta minuti di musica ruvidezza ed orecchiabilità ritrovano una sintesi che troppo sovente manca nelle pubblicazioni contemporanee. E, naturalmente, che il talento c'è ed è tangibile in ogni traccia: da non perdere.



VIDEO: TEAR IT DOWN

JOHNSON&JONSON - JOHNSON&JONSON (Tres Records, 2008)

venerdì 20 febbraio 2009

Recensioncina a razzo, ché alle 16 mi levo dai coglioni e vado a farmi un paio di giorni a Firenze: Blu e Mainframe alias Johnson&Jonson con il loro omonimo disco d'esordio. Il duo californiano, formatosi ad hoc per la realizzazione di questo progetto (che però nasceva come mixtape da accludere a Below The Heavens), deve buona parte della sua fama al rapper Blu; quest'ultimo, infatti, in soli due anni e mezzo ha generato attorno a sè una considerevole dose d'attenzione grazie ai lavori svolti in compagnia dei produttori Exile, prima, e Ta'raach dopo.
Inannzitutto, non nascondo che Below The Heavens m'era parso come uno degli album dalle produzioni più insipide degli ultimi anni (cfr. ciò che scrissi in merito alla prevedibilità musicale dei rapper "conscious") e di conseguenza ultrasopravalutato, mentre il successivo The Piece Talks mi aveva fatto pensare ad una virata hipster che mi avrebbe portato infine a spostare Blu nel reparto degli MC bravini dei quali però poco me ne potrebbe fregare (il principe di quel girone del mio personale inferno reppuso è Lupe Fiasco, se vi interessa saperlo). Fortunatamente per voi e per me, però, in un empito emofighetto della mia vita decisi di dare un'ultima chance al Nostro scaricando l'ultima sua fatica, J&J appunto, insospettito anche dal nome del produttore Mainframe -nel mio trip m'era venuto il dubbio che si potesse trattare del Mainframe citato da Common in I Used To Love H.E.R., pensa te; prevedibilmente, i due omonimi alla fine non c'entravano una beata minchia, ma in compenso questo qui dimostra un eclettismo ed una versatilità al campionatore come non ne sentivo da qualche tempo.
Per intenderci: prendete l'Edan di Beauty And The Beat e fategli un'iniezione di soul e funk e non andrete troppo lontani dal farvi un'idea dello stile di Mainframe. Le sue produzioni infatti hanno un suono che è al contempo fresco nei modi e classico (o rispettoso del gusto hip hop) nell'effetto finale sull'ascoltatore; contrariamente ad altri suoi colleghi, i suoi beat sono indubbiamente riconoscibili come prodotti di una matrice rappona ma altrettanto indubbiamente si nota come il suo lavoro nella programmazione delle batterie e nel taglio dei campioni non si sia fermato alla (peraltro rispettabilissima) scuola di Premier e Pete Rock. Egli infatti riesce a riproporre il mood dei tardi anni settanta (Wow) così come del soul dei primi '60 (The Only Way), senza però lasciare intoccati il funk (The Gusto Room), un pizzico di prog rock (A Perfect Picture) e financo i classici (Hold On John che campiona -sì- John Lennon).
Contestualmente, Blu su questo genere così diversificato di ritmi ed atmosfere dimostra una versatilità stilistica che era del tutto assente nel suo pur acclamato esordio al microfono: giocando anche molto con effetti applicati alla sua voce (distorsori di vario genere, principalmente) egli sa fondersi nella musica di Mainframe senza alcun tipo di difficoltà e senza risultare in nessun modo forzato. Forse facilitato dal non trattare temi particolarmente complessi e soprattutto non dedicando ad essi intere strofe dotate di consecutio logica, il Nostro plasma la metrica a suo piacimento riuscendo ad indovinare esattamente come si dovrebbe andare a complementare il beat. In quest'ottica egli sorpassa di parecchie spanne il rigido Edan, facendo così sorgere una naturale curiosità nell'immaginare a cosa potrebbe portare un incontro tra i due. Ma leziose fantasie a parte, il punto è che l'innata godibilità dei beat di Mainframe giova enormememnte da un Blu che contenutisticamente decide di andarci relativamente leggero e favorisce i giochi di parole, l'umorismo ed una bona dose di spacconeria (non fastidiosa, fortunatamente) rispetto all'introspezione -sincera e lievemente scoglionante- di below The Heavens.
Il risultato si condensa quindi in appena 45 minuti di musica stavolta davvero eccellente e che riesce a trovare un suo perchè tanto più ci si addentra del campionario di suoni e metriche del duo; la relativa brevità dei pezzi (una media di circa 2'30'' ciascuno) non produce schizofrenia ed anzi ne favorisce un ascolto ripetuto, che diventa poi obbligatorio per poter apprezzare le varie sfumature di J&J. va da sè che oramai gira nell'Ipod da tempo e, considerando che per andare giù dai toscani prenderò il temibile interregionale Partenopeo (nome proprio), ho come l'idea che avrò modo di riascoltarmelo più d'una volta.


JAZZ LIBERATORZ - CLIN D'OEIL (Kif Records, 2008)

martedì 17 febbraio 2009

Proprio mentre sul blog di Antonio è in corso una diatriba tipica degli ascoltatori di rap e degli elettori di sinistra, zitto zitto quatto quatto l'anno scorso è uscito un disco di rara bellezza e che è completamente sfuggito alla mia attenzione: Clin D'Oeil dei Jazz Liberatorz.
Fortunatamente, a supplire alla mia ignoranza c'è stato Basement Magazine che, qualche numero fa, scriveva di un produttore francocanadese di nome Dela apparentemente molto legato al jazz. Googlando questo nome mi sono dunque imbattuto non solo nell'oggetto della mia ricerca (che non mi ha appassionato più di tanto, se devo essere onesto) ma anche in questo trio di produttori francesi che, all'insaputa dei più, nel 2008 hanno imbastito 80 minuti con campioni jazz, strumentazione suonata dal vivo e ospiti dall'indiscutibile spessore come J-Live, Buckshot, Asheru, i redivivi Fatlip e Tre et similia. Tutta gente, questa, che in passato ha dimostrato ben più d'una casuale affinità con il jazz rap e che in quest'album trova pane per i propri denti proprio grazie a questi tre mange grenouilles, i quali dimostrano un talento, un gusto ed una competenza assolutamente straordinari e degni di ben'altra attenzione di quella ricevuta finora.
Ricalcando certi passi ed omaggiando apertamente (a partire dal titolo autoesplicativo) tutti coloro che li hanno preceduti nel mescolare jazz e rap, i Liberatorz traggono un'evidente influenza dai lavori dei Native Tongues, dei Digable Planets e soprattutto dei Stetsasonic, che furono tra i primi a ibridare l'uso del giradischi con una band vera e propria. In questo caso, inoltre, il numero di strumenti utilizzati è abbastanza impressionante e si spinge ben oltre il consueto e sempre ben accetto basso; nei crediti si può leggere di Rhodes, tastiere, flauti, batterie e sassofono: davvero fuori dalla norma. Ma naturalmente i campionamenti restano mezzi essenziali del loro mestiere, e dunque non stupirà sentire tracce di Hubert Laws, Gary Burton, Herbie Hancock e della Mahavishnu Orchestra; perlopiù si tratta comunque di suoni presi dalla fusion e dal cool jazz e questo conferisce un'atmosfera molto calma all'intero lavoro, senza particolari escursioni soliste e forse per questo un po' limitante (ma su questo punto tornerò più avanti).
L'ammiccamento, la strizzatina d'occhio è esplicitata nel modo più chiaro possibile lungo i sette minuti dell'intro, in cui da un lato abbiamo Tre dei Pharcyde che ricorda all'ascoltatore l'importanza del jazz e dei suoi maestri per l'evoluzione dell'hip hop e della musica in genere (interessante è notare come si sostenga che così come in passato i jazzisti americani venivano in Europa per ricevere il maggior calore lo stesso stia avvenendo oggi con il rap), e dall'altro vengono ripresi i campioni originali di pezzi storici come Electric Relaxation, Supa Star, Carmel City e chissà quanti altri che per mia ignoranza non riesco a cogliere; l'effetto finale è comunque efficace e per quanto il messaggio sia espresso in modo un pochino didascalico di certo funge impeccabilmente da abbecedario per l'opera intera.
Opera che prosegue poi eccellentemente grazie a Tre, Fatlip e Omni (?) e la loro Ease My Mind, in cui si può trovare davvero poco di cui lamentarsi: Rhodes e flauti si sposano impeccabilmente, e i tre stanno sulla traccia con una disinvoltura degna di menzione. Segue Asheru con un lungo tributo al jazz (e qualche frecciata all'hip hop contemporaneo), e sia la sua bravura che sentire lo stesso campione di Shout degli Onyx rende I Am Hip Hop uno degi migliori episodi di Clin D'Oeil. La successiva When The Clock Ticks è invece lasciata alle cure di un J.Sands notevolmente migliorato dall'ultima volta in cui lo sentii rappare, e la confidenza che dimostra con questi tipi di suoni ed atmosfere (di pari qualità delle migliori produzioni di J.Rawls) non può far altro che spingere oltre l'ascolto.
Ma prima di andare a sottolineare le chicche dell'album vorrei far notare una cosa: è veramente difficile trovare album come questo, in cui uno o più produttori dotati di un tipico sound sappiano scegliersi con così grande cura gli ospiti. I Liberatorz, invece, hanno saputo pescare alcuni dei nomi più idonei per corroborare il loro lavoro, infilando anche un paio di scelte tutt'altro che scontate come Buckshot e Apani. E' chiaro a questo punto che solo un madornale errore da parte di una delle parti in causa poteva rovinare il connubio, ma fortunatamente non solo i Nostri producono un beat più bello dell'altro ma, soprattutto, nessuno degli MC si lascia andare a performance fiacche.
Prendete J-Live: uno come lui avrebbe potuto accendere il pilota automatico e venirsene via tranquillo senza sfigurare, e invece con Vacation prende la definizione di vacanza e la usa come parabola estesa per definire il suo rapporto con la musica; Tableek dei Maspyke invece non si spinge così in là con i contenuti ma in compenso regala delle ottime strofe che vanno ad incastrarsi in uno dei beat più spinti dell'intera opera; Buckshot, infine, si muove con la stessa logica su una produzione dal sapore genuinamente vintage, forse quella che più s'avvicina al periodo d'ispirazione di Clin D'Oeil.
Gli altri ospiti, come già scritto, si comportano più che degnamente e ciascuno fa del suo meglio per non guastare in alcun modo l'atmosfera del disco; ciò nonostante non posso dire che il mai precedentemente udito Soulclan brilli per personalità, e dal canto suo Raashan Ahmad (già sentito su State Of The Art di Presto) conferma essere l'MC semplicemente "OK" che mi aveva dato l'impressione di essere in precedenza; pollice su poi per Sadat X e Apani.
Insomma, fino a qui parrebbe di trovarci di fronte a qualcosa di molto simile alla perfezione e dunque ai quattro zainetti e mezzo che riservo a questo genere di opere. Invece ci sono dei limiti che non possono farmi pendere così a favore del pur ottimo lavoro dei Liberators; in minima parte è perchè non tutti i pezzi hanno la fortuna di avere un J-Live o un Buckshot, ed il semplice fatto che tutti gli ospiti s'impegnino quasi al massimo delle loro potenzialità non significa naturalmente che tutti siano dei geni inarrivabili al microfono. In maggior misura, invece, ciò che più penalizza Clin D'Oeil è il fatto che il sound attinga solamente ad una certa tipologia di suoni e che dunque il risultato sia parimenti omogeneo: detto altrimenti, a meno che uno non si trovi sdraiato al fresco con in mano una birretta a contemplare la natura è facile che dalla metà del disco in poi si annoi. Le atmosfere sono estremamente rilassate, forse fin troppo, ed inoltre è abbastanza limitante che non vi sia lo spazio per qualche assolo di sax o batteria sparso quà e là (vedi ad esempio 05 dei Slum Village o In Accordance di Diverse); per di più, l'estrema pulizia del suono può da un lato essere motivo di complimenti, ma dall'altro priva un po' il tutto del calore che si può invece trovare in altri dischi dello stesso sottogenere, come ad esempio quello di Presto o l'ultimo dei Sound Providers.
Così com'è, invece, Clin D'Oeil trasuda classe da ogni poro e rappresenta senz'altro un ottimo esempio di come andrebbero fatti certi album; tuttavia, non riesce ad evitare di scadere talvolta nella monotonia e forse solo questo lo rende inferiore ad un (semi?)capolavoro com'è lo straordinario esordio dei Y Society. Un consiglio per il futuro? Fusion e cool jazz vanno benissimo, ma ricordatvi che anche il post bop ed il free jazz hanno qualcosa da dire, sebbene sia ben più difficile da riutilizzare in chiave hip hop. D'altronde è qui che sta la bravura, no?



KENN STARR - STARR STATUS (Halftooth, 2006)

lunedì 16 febbraio 2009

Con questa recensione voglio riallacciarmi al discorso inerente la prevedibilità artistica di molti tra gli MC che, sia commercialmente che contenutisticamente, sono inversamente speculari ad alcuni dei più disprezzabili nomi del mainstream; e ciò non tanto per ampliare il discorso -che mi pare abbastanza semplice- ma per fornire un esempio di questa mia teoria che non mi faccia scivolare nel rancoroso. Ecco perchè scelgo Kenn Starr: il ragazzo è capace e si è contornato di gente che lo è altrettanto, eppure il risultato finale non risulta pari alla somma delle parti.
La spiegazione di ciò non ha a che fare tanto con una disamina traccia per traccia di Starr Status tutto e con l'individuazione di campioni già usati, cliché ed altro, bensì con una combinazione tra originalità intorno allo zero e reiterazione plurima di concetti espressi in modo solo talvolta interessante. E credetemi se vi dico che su un piano "personale" fare queste affermazioni mi spiace molto, perchè in base a ciò che traspare dai testi il Nostro sembra essere una persona a modo, piuttosto intelligente, riflessiva ed anche sincera. Solo che queste qualità fanno, appunto, una brava persona ma non necessariamente un buon artista e men che meno un buon album (controprova: adoro Cuban Linx ma con Raekwon non ci prenderei nemmeno il caffé). Questo poi non significa che vi siano bei pezzi, naturalmente, ma purtroppo la lunghezza eccessiva e la diluizione di quattro concetti per un'ora di musica risulta esiziale per quanto riguarda il giudizio complessivo su Starr Status.
Cominciamo però dai lati positivi: Kenn Starr è un buon MC. Per quanto vocalmente e tecnicamente ricordi il più bravo Wordsworth -suo compagno d'etichetta, peraltro- non si può sorvolare sul fatto che si sappia muovere con agilità tra vari schemi metrici, mantenendo un'impostazione classica ma elaborandola più e più volte in modo da non risultare monotono. In più, la sua dizione è cristallina (indice di controllo del respiro ottimo) e per quanto abbia un accento piuttosto marcato questo non sarà affatto d'intralcio alla comprensione dei testi persino da parte di chi ha un inglese scolastico o poco più, grazie anche al fatto che usa un vocabolario relativamente ampio e scevro da espressioni in slang troppo estreme; dove cade, purtroppo, è ovviamente nei ritornelli. Onestamente sono meravigliato che persino a distanza di anni sia difficile trovare un MC dell'underground capace di realizzare dei réfrain efficaci e al contempo significativi: non che sia un difetto esclusivamente del Nostro, ma ciò non toglie che passare da una metrica complessa ad una a filastrocca usando adlib a spiovere per me non significa molto se non carenza d'inventiva e/o sforzo compositivo. Ma glissiamo.
Come s'è visto -la ricerca della conferma la lascio a voi- Starr sa stare al microfono, tanto che pure quando gli si affiancano ospiti come Supastition, Asheru e Talib Kweli il nostro non sfigura affatto. Quello che ora bisogna vedere è se la sua tecnica risulti funzionale e se il risultato sia godibile; rispondo affermativamente alla prima domanda e passo alla seconda, che è il vero nocciolo del problema. Come molti rapper, KS è terribilmente autoreferenziale: qualsiasi evento, vuoi anche lontano, è a lui ricollegabile. Le sue storie sono tutte degne di essere raccontate, e le sue sue difficoltà nell'essere un rapper/uomo/amante ecc. vanno esplicitate sempre e comunque. Nulla di drammatico, in teoria: l'accettazione dell'egocentrismo quale che sia è una conditio sine qua non per essere fan dell'hip hop. Il dramma è che, come dire, stando a quanto racconta lui la sua vita non è proprio una fucina di esperienze increddibbili o di aneddoti appassionanti... fatte le debite proporzioni, non è poi tanto diversa dalla mia. La quale può interessare me e le persone a me vicine, molto più difficilmente uno sconosciuto; specialmente se prima non operassi una accurata selezione degli eventi e se non decidessi di esprimermi al meglio delle mie possibilità. Kenn purtroppo questo non lo fa: più che affabulare, redige rapporti; oppure, in alternativa, si lascia andare ad un tono confidenziale parlando di sè stesso in maniera cristallina, peccato però che noi siamo ascoltatori e non psicologi e che quindi subire una sorta di elenco di sue azioni e del perchè le compie non è ciò che io propriamente definirei interessante. Last but not least, tutte le sue turbe prima o poi riafforano quà e là benché siano già state magari discusse in un pezzo precedente: e passi che magari alcune di esse possano pure interessare, ma in una conversazione normale questo modo di comportarsi si chiama asciugare e drammaticamente è proprio questo ciò che il Nostro fa.
Dice: ma anche i Mobb Deep dicono sempre le solite du' palle. Sì, certo, però (1) le sanno dire ogni volta in maniera diversa -consideriamo il periodo dal '95 al '99- e sono capaci di attirare l'attenzione dell'ascoltatore con one-liners da applausi, e poi (2) le loro avventure sono più appassionanti. E' come paragonare Valzer con Bashir al filmino delle vacanze, ecco.
Per fortuna ci sono però i beat , giusto? La risposta è nì, nel senso che per rendere godibile un disco che concettualmente ha ben poco di interessante (l'amore per il reps, la fatica di emergere, l'incapacità altrui... sem semper lì) ci vorrebbe un tappeto sonoro di straordinaria bellezza e/o efficacia, e invece anche qui ciò che passa il convento perlopiù galleggia nel mare del "meh". Il problema è che il grosso delle produzioni pescano nel consueto oceano del philly soul -un must se si vuol passare per reppuso "positivo"- e pertanto avremo di nuovo sottomano una pletora di voci e archi tagliati, con poche o nessuna variazione. La figura più magra la fa Kev Brown ed i suoi tre fiacchi beat, che al di là del non avere nulla di lontanamente memorabile non appaiono nemmeno mixati; lo seguono a ruota un Khrysis col pilota automatico attivato (solita vocina pitchata, solito breve taglio del campione durante la strofa, solito drum pattern for dummies) ed un Illmind in stato catatonico, incapace di spingersi oltre l'eventuale spunto interessante (l'arpa di Against The Grain) -stupisce in tal senso quanto questo sia migliorato nei scorsi tre anni. Oddisee, invece, perlomeno riesce a fare un lavoro decoroso con qualche sporadico guizzo di bontà: If è davvero molto bella col suo suono fortemente influenzato dal dub, ed il pianoforte campionato in Carry On da una botta di vita davvero necessaria al tutto e Know Too Much incrocia elegantemente chitarre funk e clap rimandando il pensiero alla miglior fusion. Il resto non è esattamente da applausi e appare inferiore a quanto da lui fatto per l'esordio di Wordsworth, ma rispetto alle cialtronerie proposte dagli altri pare una ventata di freschezza. Menzione speciale va all'australiano M-Phazes, però, che pur non allontanandosi dall'atmosfera generale sa come far suonare un beat e quindi le sue Middle Fingaz e Back At It Again suonano tanto melodiche quanto potenti e ben si sposano con lo stile di Starr.
E ora le conclusioni. Benché ci sia andato giù pesante, non crediate che Starr Status sia una ciofeca: in quest'ottica mi auguro che i suoi punti positivi siano abbastanza chiari e soprattutto che si capisca che la merda sta altrove. D'altronde è anche vero che qui manca quel tanto di spessore che serve per rendere degno di un ascolto approfondito un disco; e, tragicamente, la controparte musicale non è nemmeno tale da permettere ad uno di ascoltarselo così, en passant, come sottofondo. Da ascoltare per tre tracce, dunque, a meno che non siate relativamente nuovi all'ascolto di certe cose e/o queste vi piacciano particolarmente.