M.O.P. - TO THE DEATH (Select Street, 1994)

giovedì 10 settembre 2009

In questi giorni sto cominciando a pensare di trovarmi, più che nel 2009, a metà degli anni '90; in effetti, l'autunno dell'anno corrente sarà ricordato come il momento in cui tre degli artisti -ciascuno a proprio modo- più rilevanti di quella decade hanno marcato una sorta di ritorno sulla scena. Sto parlando ovviamente di Jigga, Raekwon e, appunto, gli M.O.P.: pur con risultati diversi tra loro, le rispettive opere segneranno senz'altro il periodo e per quanto ci sia già chi grida al capolavoro ed al vincitore, è divertente osservare come nessuno di questi album sia ancora uscito ufficialmente. Perciò, ferme restando le mie preferenze (che vanno a Rae, casomai non l'aveste capito), preferisco attendere di avere in mano i supporti fisici ufficiali e, nell'attesa, celebrare in un qualche modo l'operato precedente dei suddetti artisti. Oggi è il turno degli M.O.P., come potete vedere.
To The Death lo comprai praticamente in contemporanea con First Family 4 Life, e mentre quest'ultimo mi lasciò alquanto deluso, il primo mi fece letteralmente sbracare. Innanzitutto perchè è prodotto al 95% da D/R Period, che avevo imparato ad apprezzare sull'album di Smoothe, e poi perchè in esso lo stile del duo di Brownsville è ancora a metà tra la rima serrata e l'urlo feroce. In pratica, è un po' più equilibrato, per così dire (altri lo definirebbero a ragione "acerbo"); e questo, nell'epoca in cui la gente svalvolava per il famoso "dead in the middle of Little Italy" di Big Pun tutto sommato incontrava i miei favori -tant'è vero che ho dato un nome a questo blog scegliendo la canzone dell'album che preferisco. Poi, per carità, col tempo ho ricalibrato i criteri di giudizio e perciò ad oggi non lo reputo più il loro miglior disco, ma ciò nonostante To The Death era e rimane un gran bel album oltreché quello forse più accessibile (assieme a Warriorz) di tutto il loro catalogo.
In teoria la recensione potrebbe anche finire qui, ma vale la pena spendere un paio di parole in più su pregi e difetti di quest'opera, partendo per l'occasione dai primi. Il primo è una certa ripetitività in termini di suono: D/R infatti ha qui un'evidente formula consistente in batterie quadrate ed accentuate secondo gli stilemi dell'epoca (il classico riverbero su cassa e rullante) sulle quali va ad appoggiarsi un campione perlopiù dagli echi jazzistici, o comunque dove risaltano spesso i fiati, in particolar modo nel ritornello. Ora, per quanto non tutti i beat seguano pedissequamente quest'impostazione, c'è da dire che nessuno di essi è privo perlomeno di alcuni dei sopracitati elementi; e a quel punto, non appena il duo non si sforza abbastanza, è facile che un pezzo -per quanto d'impatto se preso singolarmente- nel contesto della scaletta vada a perdersi (cfr. Heistmasters, Top Of The Line, Drama Lord).
Secondo: pur non essendo lecito aspettarsi dagli M.O.P. altro che hardcore nelle sue forme più ghettuse, in questo disco le loro famose hood tales mescolate alla passione per qualsiasi tipo di arma da fuoco -Freud avrebbe molto da dire- non sono sorrette dagli estri d'inventiva che si sarebbero manifestati più avanti nel corso della loro carriera. Sto parlando naturalmente, oltre agli adlib urlati, dell'onomatopeizzazione dei rumori connessi al carrello, all'armamento del cane, allo sparo eccetera eccetera. Cagate infantili, dite? Ennò, perchè non è che vengano usati a cazzo, tanto per fare rumore: spesso e volentieri fanno parte integrante della costruzione della strofa e, basandosi sull'energia prima che sulla tecnica, nel momento in cui questi sono assenti la tensione cala. L'esempio più eclatante in tal senso è To The Death, peraltro aggravata da un beat in cui spadroneggiano i sintetizzatori e che contribuisce a renderla la traccia più debole dell'insieme.
Terzo: i ritornelli sono nella maggior parte dei casi semplicemente asinini. E fin qui in teoria può anche starci, senonché sovente manca l'energia necessaria per rendere una fondamentale cretinata in un qualcosa da urlare ad un concerto. Personalmente, cose come "Ring ding, ring ding/ Ring ding, ring ding, Ring ding motherfuckers ring ding" non le sussurrerei nemmeno nella solitudine del cesso di casa mia.
Last but not least, cinque skit, peraltro abbastanza inutili (fuorchè l'intro, magari troppo lunga ma sicuramente evocativa), mi sembrano fuori luogo in un album breve come questo e dove qualsiasi interruzione spezza decisamente il climax d'aggressività generale.
Ciò detto, vorrei comunque ricordare che stiamo sempre parlando degli M.O.P., e per quanto all'epoca pesassero 23kg ciascuno (Billy Danze fa spavento, al confronto paio un lottatore di sumo) i due non si risparmiano ed anzi sovente riescono a mostrare caratteristiche del loro stile che negli album successivi sarebbero divenute il lor marchio di fabbrica. How About Some Hardcore ne è un ottimo esempio, e nemmeno l'indiscutibile orecchiabilità della base riesce a rendere meno d'impatto le loro prestazioni; non parliamo poi di Rugged Neva Smoove o Blue Steel, in cui Fame e Danze danno il meglio di sè su due beat capaci di farti venir voglia di prendere a scarpate in bocca animalini indifesi dagli occhi rotondi e tenerosi. Niente male anche Ring Ding e F.A.G., senz'altro più vicine alle loro successive prestazione ed all'evoluzione del suono che imprimerà Premier con Firing Squad.
Poi, per carità, il duo non entrerà mai nel pantheon degli MC tecnicamente più abili del pianeta, men che meno di quelli più versatili. Ma di questo non dovrebbe fregare niente a nessuno, men che meno a loro: e difatti si vede che, contrariamente agli Onyx (indubbiamente più sofisticati), Fame e Danze puntano esclusivamente sul coinvolgimento direi "emotivo" dell'ascoltatore. E, lo ripeto, pur non avendo qui affinato il loro stile, ci riescono sorprendentemente bene anche su disco -un risultato che pochi possono dire di aver conseguito, anche al di fuori del ristretto campo del rap.
Il risultato è quindi un album viscerale, forse un po' immaturo per certi aspetti e ripetitivo per altri, ma che ciò nondimeno rappresenta un buon biglietto da visita per lo stile personalissimo ed oggettivamente inimitabile degli M.O.P. E pur non essendo la loro opera migliore, ne consiglio l'acquisto a tutti perchè -pur restando valide le mie critiche- con un minimo di scrematura fila via che è un piacere.




VIDEO: HOW ABOUT SOME HARDCORE

DAME GREASE - LIVE ON LENOX AVE. (Priority/Vacant Lot, 2000)

mercoledì 9 settembre 2009

Quando nel rap si parla di carriere distrutte l'esempio più clamoroso è senz'altro quello di Ja Rule, che grazie al cortese interesse di 50 Cent è passato dal vendere fotoni di copie ad ogni rutto di disco che produceva al doversi trovare un lavoro serio -e colgo l'occasione per dire che se c'è una cosa di cui esser grati a Fiddy è proprio questa. Ma come esempio, per quanto eclatante, questo non mi sembra il top che si possa immaginare. No, scordatevi di Ja, non è nulla in confrinto a questo: la summa, l'apice, lo zenith della carriera in briciole è infatti ravvisabile in Dame Grease. Egli è infatti passato dal produrre (benissimo) un album come It's Dark And Hell Is Hot, e a riceverne i conseguenti frutti (sotto forma di lodi e ingaggi) nei due successivi anni, al finire nel dimenticatoio nell'arco di un solo anno: il duemila. Ma cos'è successo nel primo anno del millennio? S'è avverata una qualche ridicola profezia fatta a suo tempo da qualche sciroccato prerinascimentale?
Nulla di tutto questo: è bastato che egli, in un'azione kamikaze raramente vista finora, desse alle stampe il suo primo album completamente autoprodotto (beh, no, due tracce non sono sue ma vabbè), in cui a fianco dei suoi beat schiera(va) un vasto numero di disoccupati, balordi e degenerati vari di cui nessuno finora aveva sentito alcunchè. Ebbene: questa operazione -pur encomiabile dal punto di vista socioassistenziale- si è rivelata disastrosa sotto ogni punto di vista, cosicchè a partire dal duemila fino ai giorni nostri l'ormai dimenticato Dame Grease s'è ridotto a fare qualche beat quì e là su dischi di artisti analogamente decaduti (Yukmouth, DMX), oppure su album di elementi di seconda scelta (40 Cal, JR Writer) per cui l'interesse pubblico è durato al massimo il tempo di ascolto delle loro tristi operuccie.
Ma com'è potuto succedere, questo? Secondo me, molto semplicemente, perchè, in un empito di follia, un bel giorno ha deciso di passare dal suo stile contenente vaghe reminescenze degli anni '80 (come campioni, principalmente) mescolate a pattern di batteria tutto sommato abbastanza ortodossi ad una sorta di ibridazione tra i Neptunes e Swizz Beatz: in una parola, è passato a far cagate, né più, né meno. Ed in tal senso -per chi ha il gusto dell'orrido- Live On Lenox rappresenta la quadratura del cerchio di questa svolta stilistica. Ora, non ho la minima intenzione di entrare nel dettaglio di ciascuna traccia perchè sinceramente non vedo perchè soffrire; vi basti sapere che nel corso di queste 18 tracce troverete synth a spiovere, charleston velocissimi, rullanti che fanno "tchik", bassi usati per dare un po' più spessore a questi ultimi e, talvolta, qualche loop di piano(la) non particolarmente ispirato. 'Na traggedia, insomma, e hai voglia a dire che questa roba nasce per tearare da muh'phukkin' clubbup: ti rispondo "sticazzi" e ciao, perchè equivale a nobilitare Haddaway, roba da matti insomma.
Un po' meno peggio va per quel che riguarda gli ospiti, nel senso che a fianco dei cinghiali amici di Dame (all'anagrafe Damon, cioè Damiano -capisco quindi il nom de plume) ci sono anche Nas, Noreaga, DMX e Scarface. Certo, sui centosettantaquattro featuring di cui è composto Live On Lenox quattro nomi sono un po' pochini, ma meglio di un calcio negli stinchi. Anche perchè molta di questa gente dovrebbe seriamente dedicarsi ad altro in quanto al massimo riesce ad essere insipida dal punto di vista più tecnico (certi non stanno manco a tempo, ma perdio!) mentre come personalità lato sensu stanno a zero. Capisco che conducano una vita di merda, per carità, ma se proprio devi parlare di armi/droghe/fake a$$ hoez e quant'altro cerca una via originale, un guizzo di creatività, un qualcosa... Ovviamente questo non accade e, se si escludono le voci, questi bei soggetti sono fondamentalmente interscambiabili, cosicchè al disgusto misto ad un'isterica ilarità va ad aggiungersi una noia che ciao.
Ma prima di cassare definitivamente questo cesso di disco vorrei deliziarvi con alcune chicche trash che Dame regala al fortunato acquirente mediante una (sua) descrizione degli "artisti" presenti nell'album. Ve ne trascrivo alcuni: "Hot Ones - the first group out of The Lot. These three kids will be the phenomenon of the new millennium". "Meeno - He does it all for the love of the kids and the love of the block". "Emoni Montané [chiaramente la no-name bitch di turno, 'na crosta oltretutto] - This natural bomb has been waiting for the world with consistant [sic] flows and real rhymes, definitely a show stopper". "Baby Madison - Raw straight gutter. Pure energy. This kid is definitely a problem for all MC's". "E-Snapps - this kid is the street disciple, with words and metaphors that will send chills down your spine". Ebbene, pur essendo abituato al rap, in cui la comicità involontaria abbonda, credo che queste piccole perle di saggezza (fenomeni del nuovo millennio, ullallà addirittura!) rappresentino -unitamente alla pochezza di packaging e squallore generale- l'unico motivo per cui potrebbe valere la pena di comprare Live On Lenox.
Ma come motivo è un po' poco, direi, visto che con 15 sacchi si possono fare tante cose ben più degne. Alla fin fine, alla luce di quanto riesce a far ridere quest'album, quasi mi pento di aver cassato Sauce Money in quel modo; dico solo che se mai ho sentito un album che merita la piena insufficienza allora questo è Live On Lenox e ci aggiungo che Dame Grease s'è meritato di finire nei dischi dei portaborse dei Diplomats, tiè! E se vi state chiedendo perchè mai mi sia preso la briga di recensire questa barzelletta, beh, è perchè un frequentatore del blog me lo chiese qualche tempo fa. E ogni promessa è debito, perciò sucateve 'sto abbominio e ridetene con me.




VIDEO: I'M THAT NIGGA

ONYX - SHUT 'EM DOWN (Def Jam/JMJ, 1998)

martedì 8 settembre 2009

Tanto per ricollegarmi al discorso fatto nella recensione di HII sul mutamento del suono in base alla logica di mercato: benvenuti a Shut 'Em Down, una delle migliori dimostrazioni del fatto che l'ibridazione, se messa in atto da artisti già dotati di una data connotazione, può essere tanto letale quanto ingiustamente condannata da parte del pubblico. Insomma, voi cosa pensereste se i Pink Floyd si mettessero a fare dnb? Oppure se Chris Cornell collaborasse con Timbaland? Esatto.
Ma è questo il caso degli Onyx, accusati all'epoca di essersi ammorbiditi? Di essersi messi a fare pezzi da club? Beh, francamente no; se si escludono infatti React, Ghetto Starz e, in minor misura, Broke Willies, Shut 'Em Down è innegabilmente un disco ruvido la cui unica "colpa" è di suonare in modo differente da All We Got Iz Us. Un cambiamento, questo, tanto innegabile quanto francamente irrilevante o casomai lodabile, visto che così facendo il gruppo ha saputo sfornare un disco da un lato al passo coi tempi ed al contempo rispettoso dell'essenza hardcore del trio di Queens. Beat affidati non più a Fredro Starr ma in buona parte comunque autoprodotti o affidati a beatmaker esterni (DJ Scratch, DJ Bud'da, Self -all'epoca da me molto apprezzato- e altri), numerosi ospiti tra lo sconosciuto o quasi (X-1, 50 Cent, gli All City) ed il celebre (DMX, Big Pun, Nore, il Wu ecc.), ed in più la consueta aggressività al limite del grottesco degli Onyx: a casa mia, queste sono carte in regola per un buon album, altro che "loffio".
Infatti l'inizio è quantomeno promettente: Raze It Up riaggiorna lo stile di Bacdafucup e lo trasporta nel '98 con indiscutibile successo, tra loop di piano, ritornelli (e non solo) urlati, scratch e strofe di Sticky Fingaz da applausi; segue l'ottima Street Nigguz, dove DJ Scratch fondamentalmente reinventa un beat (Survival Hungry di Busta Rhymes), perfezionandolo, e creando così, grazie anche ad alcune delle strofe migliori del disco, una delle tracce migliori del pacchetto; ed infine abbiamo Shut 'Em Down nella versione originale che, pur facendo la sua sporca figura, non può competere con il remix -peraltro gentilmente incluso in fondo alla tracklist- in cui sullo stesso beat ci sono Pun e Noreaga.
Ma non è finita qui: che dire infatti di Rob & Vic, uno dei pezzi secondo me più grandi di sempre degli Onyx? In esso, Sticky e suo fratello X-1 impersonano, per l'appunto, due fratelli che, cresciuti insieme in un susseguirsi di rapine e crimini vari, ad un certo punto si vedranno divisi ed in conflitto a causa dell'avidità del primo. In qesta canzone l'affiatamento tra i due è semplicemente impeccabile ed i continui scambi di battute -sotto forma di discorso diretto, cosa rara nel genere- riescono a costruire uno storytelling dai colori vividi che vede amplificato il sostanziale squallore umano della faccenda da una base semplice e cupa, basata esclusivamente su un melancolico loop di piano sorretto quasi più dal basso che dalla batteria. Imprescindibile.
Basta così? Ma no. Per i fanatici dell'hardcore c'è Fuck Dat, che pur non brillando per originalità a partire proprio dal titolo, regala cinque minuti secchi di notevole liricismo e di male al collo, visto che il beat, ispirato da Real Live Shit, fa anche più del suo lavoro; e non da meno è la collaborazione con Raekwon, Killa Sin e Method Man intitolata The Worst che, pur non avendomi esaltato al momento della sua prima apparizione sulla colonna sonora di Ride, devo ammettere che ha saputo reggere bene il peso del tempo grazie anche a performance stellari da parte di tutti gli attori coinvolti (e checché se ne dica, per me la prima parte del pezzo è più figa del pur degnissimo scambio di microfono tra Sticky e Meth). Ultime in questa lista di tracce meritevoli sono infine Conspiracy e soprattutto Overshine, una hidden track (chissà poi perchè) che vede la partecipazione dei sodali All City e che col suo azzeccatissimo campione degli Isley Brothers finisce nella mia top ten dei pezzi più ascoltati degli Onyx.
Ecco, riassumendo: se Shut 'Em Down si fosse limitato a queste otto tracce (nove se vogliamo essere buoni ed inserire Broke Willies o Veronica, che in verità reputo insipide) avremmo avuto un disco da quattro e mezzo. Davvero. Purtroppo, però ci sono degli episodi infelici che mi portano necessariamente a dover abbassare il voto a questo lavoro. Primo fra tutti è la frammentarietà dell'opera: salvo la prima tripletta, le altre tracce fiche di cui nei paragrafi precedenti sono separate l'una dall'altra tramite skit inutili o pezzi poco ispirati, col risultato che una evidente bontà complessiva finisce per essere inutilmente annacquata. Come seconda cosa ci sono poi due canzoni che come minimo si possono definire fuori posto: React è una ed il suo beat uptempo sembra rubato a Will Smith, mentre la seconda (e la peggiore) è Ghetto Starz: un abominio semijiggy che vede coinvolti i da me detestati Lost Boyz e che si risolve essere un vero e proprio tradimento finito male (ovviamente) di tutti i canoni stilistici che avevano reso gli Onyx un gruppo coi controcazzi. Poi, ovvio, c'è anche qualche canzone quà e là francamente trascurabile che di certo non aiuta in termini di prolissità, ma i difetti principali di Shut 'Em Down sono appunto questi due.
Ciò non giustifica ovviamente il flop commerciale che è stato questo disco, né tantomeno la reazione isterica di alcuni fan di fronte ad un simile disco, ma almeno può fornire qualche indizio sul perchè gli Onyx si sono poi prodotti in astronomiche puttanate come Triggernometry e Bacdafucup II. Avranno pensato: "l'hardcore non vende più, noi ci abbiamo provato, ma adesso vaffanculo". Non li scuso, ma in parte li capisco. Ciò detto, accatatevillo. E per pure questioni documentaristiche vi allego anche il CD bonus Survival Of The Illest Pt.2, secondo episodio su tre di CD promozionali che, allegati ad altrettanti dischi (questo, It's Dark And Hell Is Hot e El Niño), dovevano in parte far risaltare nuovi pezzi -ad esempio la seminale The Ripper Strikes Back- e nuovi artisti -cfr. Cormega- ed in parte servire da antipasto per l'omonimo tour che avrebbe avuto luogo in quello stesso anno.




VIDEO: THE WORST

DJ HONDA - HII (Relativity, 1998)

venerdì 4 settembre 2009

Siccome da un lato ho ricevuto apprezzamenti per il bècchindedeis fatto nell'ultimo periodo, e dall'altro ho recentemente scritto di Honda e Problemz, la mattutina scelta del disco da recensire nel corso della giornata è stata di una semplicità adamantina: uno dei solisti di Honda, ovvio. Quale, però? Il terzo è escluso, non possedendolo, mentre il primo ha sì i suoi momenti ma per molti versi oggi mi pare un po' acerbo; scelta semplice anche in questo caso, allora, e così andiamo di HII, che non solo è l'opera del diggèi nipponico più conosciuta ma indubbiamente la migliore.
Pubblicato sul finire di quella che molti -me incluso- reputano la seconda età dell'oro del rap americano, HII è interessante, oltre che dal punto di vista strettamente musicale, perchè a posteriori si può vedere come esso fotografi per certi versi il mutamento che stava avvenendo nella scena in termini di estrazione artistica. Provo a spiegarmi meglio: pur non potendosi definire una regola dal rigore matematico, verso la fine dello scorso millennio il percorso tipico dell'artista reppone veniva costretto ad una mutazione dettata dallo spropositato allargamento del mercato di quegli anni. Dove un tempo cominciavi come sconosciuto e se eri valido passavi ad un certo grado di notorietà senza dover per forza cambiare il tuo stile, a partire dal '95 in poi questa evoluzione non era più così automatica. Poteva infatti benissimo essere un campione al microfono, ma questo non ti garantiva assolutamente un posto nella top ten di Billboard. E se andiamo a scorgere i nomi presenti nella scaletta di quest'album possiamo renderci conto che in molti casi il sopracitato percorso abbia visto una sua conferma pratica. A fianco infatti di nomi affermati e che all'epoca non venivano considerati underground -i Beatnuts, i De La, KRS One, Keith Murray ecc.- ce ne sono altri che, pur avendo tutte le carte in regola per avere successo (in un mercato dalle dinamiche dei primi anni '90), nel nuovo scenario non avrebbero avuto questa fortuna: A.L., i Rawcotiks, No I.D., Problemz e, in minor misura Mos Def, sono i primi nomi a risaltare anche perchè in buona parte provenienti dagli ambienti della Lyricist Lounge. Certo, va detto che molti di questi hanno anche difettato di prolificità e di costanza (e altri come tali Syndicate, S-On o Dug Infinite semplicemente difettavano di talento), ma con l'orecchio e le conoscenze di allora mi sarei aspettato un maggior ritorno d'immagine dopo le capacità dimostrate in alcuni di questi pezzi.
Alla luce di queste considerazioni direi che a Mos Def tutto sommato è andata pure relativamente bene; credo che il successo ottenuto da Travellin' Man abbia contribuito enormemente ad accrescere la sua reputazione e la sua fama e, per una volta tanto, i motivi sono tangibili. La canzone è infatti uno dei momenti più alti di HII, sia dal punto di vista del beat che dell'emceeing. Il primo è infatti al contempo accessibile e di classe, con campioni effettati di flauto e organo elettrico che s'appoggiano su batterie pulite ed una linea di basso bella spessa, mentre il secondo è a dir poco impeccabile sia nella costruzione che nell'esecuzione. Aggiungiamoci anche un cantato di Mos, che all'epoca non potevamo sospettare delle atrocità fatte su The New Danger, ed ecco che così ci viene confezionato l'archetipo del singolo commerciabile e di qualità. Chapeau.
Al lato opposto dello spettro vediamo invece dei buoni esempi di hardcore melodico -se la cosa può aver senso- ugualmente di classe ma certamente meno foriero di successo; ma questo è irrilevante per i nostri fini di ascoltatori, che consistono semplicemente di godere di buona musica, e da quest'ottica Around The Clock di Problemz non presenta problemi. Con un campione fusion in odore di Gary Burton il beat non può che vincere, e se poi alle consuetamente ottime strofe di Prob aggiungiamo un ritornello scratchato contenente nientemeno che una barra tratta da Liquid Swords, ecco che abbiamo un'altra chicca di cui tenere conto. Serve altro? E allora gustatevi l'ibridazione tra i campioni di Did You Hear What They Said di Gil Scott-Heron e la classica Street Life di Randy Crawford, con quest'ultima che da il titolo alla canzone dei Rawcotiks, e godete in silenzio: pur trattandosi sempre della solita pappardella sulle miserie della vita nel ghetto c'è da dire che a fianco di una performance più che buona dei Nostri avere a disposizione un beat così atmosferico non può che aiutare.
E mentre un po' più in basso nella scala qualitativa collocherei la tautologicamente intitolata When You Hot You Hot aka Stigrancazzi, che vede un emceeing accettabile sorretto efficacemente da un beat decisamente più allegro della media (pur ricordando la discomusic sbirluccicosa da Febbre Del Sabato Sera), a far salire nuovamente il livello ci pensano a questo punto i veterani. Tra di essi svettano i De La Soul e la loro Trouble In The Water, impeccabile sotto ogni punto di vista e piacevolmente distante dal loro sound di quegli anni in termini di beat (Gary Burton pure qui), così come i sempre affidabili Beatnuts che, pur non regalandoci una seconda Do You Believe, con Who The Trifest aggiungono un'altra solida pietra nella loro discografia. A deludere un po' sono invece la traccia con KRS One e tal Doe-V (che altri non è che Truck Turner, autore di tre pezzi carini negli anni successivi), insipida sotto ogni punto di vista eccetto che per le due strofe del Blastmaster, e Hai!, in cui Keith Murray viene affiancato da uno dei suoi portaborse con risultati analogamente "meh". Sospendo il giudizio per la posse cut On The Mic, che da giovine mi piaceva assai ma che adesso reputo un po' kitsch nei suoni e mal assortita in termini di featuring (Cuban Link e Problemz esclusi, gli altri sembrano rappare su un altro beat).
Ecco: il maggior problema di HII è forse un'eccessiva abbondanza di canzoni "carine", cioè istantaneamente trascurabili. Per un motivo o per l'altro, infatti, a parte le due tracce sopracitate, ve ne sono altre che francamente lasciano il tempo che trovano e che, specie nel caso dei pezzi con Black Attack, riescono financo ad annoiare. E se questo va ad aggiungersi ad un pezzo genuinamente orribile come Every Now & Then e ai troppi skit (cinque) sparsi per l'album, ecco che un disco potenzialmente ottimo perde parecchia della sua ascoltabilità "in sequenza".
Questo significa che abbiamo di fronte un disco in odore di mediocrità? No, ovviamente no: come s'è visto, i pezzoni da 90 non mancano e buona parte di ciò che rimane è tutto fuorchè malvagio. Ma se vi fosse stata una maggior selezione tra ciò che andava incluso e ciò che sarebbe stato meglio utilizzare come b-side, con una conseguente riduzione della lunghezza e perciò dei tempi morti, allora ci troveremmo tra le mani un'opera imprescindibile. Così com'è, invece, merita "solo" un acquisto convinto.




VIDEO: TRAVELLIN' MAN

DJ HONDA & PROBLEMZ - ALL KILLA NO FILLA (DJ Honda Recordings, 2009)

giovedì 3 settembre 2009

All Killa No Filla è stato per me un parto doppio: sia perchè è dai tempi del primo Lyricist Lounge (dove Problemz furoreggiava in Society) che aspettavo un esordio solista di questo straordinario MC di Brooklyn, sia perchè nel momento in cui ciò è avvenuto mi sono dovuto districare tra pagine web in giapponese e continui problemi di consegna, che non solo mi hanno fatto sgambettare per portinerie ma mi hanno fatto passare momenti d'estasi al numero verde della FedEx. Ma ora ci sono, finalmente ci sono: il travaglio è stato lungo ma posso finalmente presentarvi il disco che fino ad ora reputo quanto di meglio sia uscito nel 2009 e che dubito potrà essere sorpassato da altri che non Cuban Linx II o Cormega -sempre che quest'ultimo esca.
Come avete potuto facilmente intuire da queste righe poche righe introduttive, non sono esattamente la persona più obiettiva quando si tratta di parlare di Problemz, ma cosa vi devo dire? Ogni sua strofa mi ha letteralmente lasciato a bocca aperta, ogni sua cameo ha fatto a pezzi il padrone di casa e lui è fondamentalmente l'unico elemento che salva dall'incenerimento e dalla scomunica quel aborto di disco dei Big City uscito un paio d'anni fa. Aggiungiamoci anche il fatto che stavolta s'è scelto un produttore coi controcoglioni e che ho sempre amato -anche lui ha giocato un ruolo non indifferente nel salvare in extremis le prestazioni non eccelse di Parrish Smith- ed ecco che risulta facile capire il motivo per cui All Killa No Filla è per me una sorta di wet dream divenuto realtà.
Una realtà, questa, che s'apre sotto i migliori auspici: dopo una breve introduzione ecco che Da Payback stabilisce quale sarà l'aria che tirerà nei successivi tredici pezzi, ovverosia boombap classico privo di facili nostalgismi accompagnato da rap fatto per il gusto di rappare. Il piglio epico di questo pezzo potrebbe teoricamente sovrastare lo stile di Problemz, che è estremamente pacato nell'esposizione, ma la sua profonda voce baritonale compensa ampiamente l'assemblaggio di violini e tamburi concepito dal produttore giapponese. Sulla stessa falsariga di Payback è la successiva Neva Had, ma per quanto l'ispirazione sia simile si nota comunque una vena un po' più dimessa e "meno da Ben Hur", non so se mi spiego; in altre parole, pur conservando una certa solennità, Neva Had è meno roboante e si distacca così da quell'impostazione classica che hanno i pezzi di questo genere (vedi ad esempio le intro dei dischi di Jay-Z d'inizio millennio).
Una scelta, questa di abbassare i toni, perfetta anche nell'ottica della scaletta complessiva; infatti, con Give It Up si passa ad atmosfere decisamente più minimaliste e ruvide. Qui a dettar legge sono basso, batteria e poche note di piano accompagnate da un occasionale flauto, salvo nel ritornello in cui intervengono anche dei fiati. L'estrazione del campione pare essere il funk, ma contrariamente a quanto si sarebbe portati ad immaginare il risultato finale è tutt'altro che funkeggiante ed anzi fa sì che Give It Up si classifichi tra i pezzi più cupi, oltre che più belli, di AKNK. Del resto sono proprio i beat minimalisti quelli in cui il talento di Problemz risalta maggiormente; la sua metrica assolutamente originale, combinata ad una voce da quello che s'è magnato le palle der leone, crea momenti in cui anche se concettualmente siamo sullo zero lo stile trasuda da ogni sillaba: "May I please have your attention, undivided no division/ There's a demand for the supply I'm givin/ Distributin' rivetin' paragraphs, words pivoting/ And tremblin' contributin' to a non-stop listening/ Pleasure is my pleasure supply you with any measure/ Any weather any clever down for whatever, the cheddar/ However, by any means, I choose to serve many fiends/ I get it poppin' like [?] and [?] with 'em/ Paragraphs are oxygen -aaah- a breath of fresh air/ A solution to the pollution you usually hear/ In conclusion I leave 'em rootin' and givin' cheers/ On the contraire, you leave 'em booin' and tossin' beers".
Come vedete non dice assolutamente nulla, ma perdio quanto lo fa bene. Tutta, dalla voce alla metrica alla tecnica più pura (pause, adlib, doppie voci in sottofondo ecc.), combacia perfettamente e restituisce un MC che credo nessun aficionado del rap possa ignorare. Persino quando Prob decide di lasciare il tema libero per concentrarsi su argomenti meglio definiti i risultati sono tecnicamente eccelsi; e perciò sia la doppia ode, alla sua città (NY/NY) e al suo quartiere (BKLYN), funziona benissimo così come anche i pezzi in cui decide da un lato di omaggiare l'hip hop (Crookz) e dall'altro di criticarne gli aspetti più desolanti (Boycott The Game). Insomma: la sua passione nei confronti di questo mondo si manifesta sia nella pratica e nell'impegno che ci mette, sia nella "teoria"; perchè se Crookz forse non brilla per originalità, Boycott The Game risulta molto sentita e questo si sente.
Ma tornando a Honda, che dirne? In breve, si può definire il suo lavoro in All Killa No Filla atmosferico e cupo, non particolarmente originale (ma i guizzi di genio ci sono) ma più che adeguato. Certo, questa pesantezza un po' potrebbe risultare indigesta a chi non è completamente aperto a questo sottogenere, ma il rovescio della medaglia è che finalmente ci ritroviamo un disco vero e proprio, e non una di quelle classiche paraculate del tipo "it's an album for everyone". L'identità impressa dal produttore nipponico va a braccetto con quella di Prob, e difatti si verifica un'alchimia assai rara tra i due e che in certi episodi si concretizza in autentiche perle del genere: Give It Up, NY/NY, BKLYN, Puff Puff & B Out (l'ultimo minuto e mezzo è da stracciarsi le vesti), P Rated R e Boycott The Game sono semplicemente strepitose.
Facciamo quindi i conti: tredici tracce effettive di cui sei sono da applausi a scena aperta e le restanti sette sono molto belle (anche se Stack Billz è l'unica tra tutte a non convincermi appieno), un produttore bravo ed un MC di straordinaria bravura, meno di quaranta minuti di musica... Sì, il duo è stato fedele alla promessa insita nel titolo. Per ora è l'album dell'anno, non ci sono discussioni; occhio però a comprarlo dal Japone perchè rischiate di dover pagare dazi doganali folli (18,12€). Il mio consiglio è di ascoltarlo e digerirlo per benino, come ho fatto io per mesi, e dopo decidere se lasciar giù qualcosa come 50 e rotti sacchi. Io non me ne pento.




VIDEO: ALL KILLA NO FILLA PROMO

WU-TANG KILLA BEES - THE SWARM VOL.1 (Wu-Tang/Priority, 1998)

mercoledì 2 settembre 2009

In questo 2009 altrimenti privo di grandi rivelazioni c'è stata però una sorpresa del tutto inaspettata: una raccolta/compilation legata al Wu s'è dimostrata essere degna di un ascolto se non addirittura di un acquisto. Mi sto riferendo naturalmente a Chamber Music, che grazie a beat e featuring convincenti è riuscita ad infrangere una regola che durava ormai da quasi undici anni (anche se potrei fare uno sconto a Think Differently), e cioè che le compilation legate alla crew di Staten Island si rivelano essere delle puntuali cazzatone col botto. Una regola, questa, colpevolmente montata ad arte dai coordinatori di questi progetti che, oltre a permettere a delle sostanziali pippe di fregiarsi di un'affiliazione al clan facendogli perdere prestigio, così facendo generavano confusione tra i fan meno avveduti che non sapevano più districarsi tra eventuali soci validi (Sunz Of Men, Killarmy e pochissimi altri) ed i cosiddetti weed carrier (North Star, Royal Fam e moltissimi altri). Com'è noto, quindi, la decadenza del Wu passa anche e soprattutto per questa "atomizzazione" del marchio e del valore ad esso connesso.
Ma nel '98 questa tendenza, pur avendo già fatto sentire i propri vagiti (Shyheim), sembrava essere più un malore passeggero che una malattia cronica, e questo perchè venne dato alle stampe un disco contenente nomi di affiliati in larga parte sconosciuti che però per l'occasione tirarono fuori (quasi sempre) il meglio di sè: questo disco è appunto intitolato The Swarm. In esso si possono trovare 15 tracce in cui dei Carneadi quali i Ruthless Bastards, A.I.G., Wu-Syndicate e altri fanno il loro esordio ufficiale a fianco di qualche sporadica apparizione d'eccellenza (Rae, Deck ecc.), spesso e volentieri dando la paga a questi ultimi.
Oggi come oggi, se vedessi un progetto simile, non credo che perderei il mio tempo manco per scaricarlo; ma allora, nel pieno del mio stan-ismo verso tutto ciò che era in odore di Wu, era bastato leggere un "RZA Presents" per farmi spendere i pochi sghèi che avevo e, devo dire, per non farmene pentire affatto. Insomma, non solo beccavo una traccia semisolista di Deck -le cui quotazioni erano a livelli paurosi- ma ad essa potevo aggiungere i Killarmy, i Sunz Of Men, Ghostface, Cappa e altra gente che -non nutrivo dubbi in merito- sicuramente mi sarebbe piaciuta. Ebbene, in buona parte avevo ragione.
Dico solo "in buona parte" perchè The Swarm presenta comunque qualche motivo di delusione, facilmente riassumibile nelle produzioni di RZA. Prima fra tutte quella di Justice For All, tra il poco ispirato ed il cacofonico, con tre note in croce che si alternano in un crescendo di monotonia e fastidio da parte dell'ascoltatore e che, prima di subire il cappotto dal trucido ritornello (firmato Islord: a suo modo, un nome, una garanzia), viene salvata in corner da buone strofe dei vari personaggi coinvolti -Killa Sin e Dom Pachino su tutti. Co-Defendant, invece, nemmeno viene recuperata dall'emceeing perchè gli autori sono Shyheim e Hell Razah; e comunque credo che nemmeno Rakim e Kool G Rap sarebbero stati capaci di tirar fuori dall'abisso della bruttezza quell'accozzaglia di sample vocali, arpeggi e batterie plasticose che ne compongono lo sfondo musicale. Infine, meno peggio va con Execute Them, la cui unica colpa è di non essere all'altezza degli ospiti (Rae, Deck, Street Life e Masta Killa), ma in fondo il semplicistico loop di chitarra non è malvagio ed al limite ci si chiede perchè ad un certo punto del pezzo RZA abbia deciso di toglierlo del tutto: misteri dell'abate.
Anche perchè egli è in fondo lo stesso capace di produrre una '97 Mentality, forse il pezzo migliore del futuro solista di Cappadonna, così come l'ottima Concrete Jungle - che ad un primo ascolto può apparire scarna ma che in realtà gode di quell'aura di ruvidezza tipica di 36 Chambers e che perciò, dopo un iniziale momento di sgomento, entra a far parte del tris di bombe presenti in The Swarm.
Tris del quale fa parte, oltre a '97 Mentality e la suddetta Concrete Jungle (che strofe!), la storica Never Again di Remedy. Dico "storica" perchè da quanto ne so io è l'unica canzone mai scritta riguardante l'olocausto e, soprattutto, perchè è effettivamente toccante. Autoprodotta, questa inizia con una preghiera in ebraico sulla quale va immediatamente ad innestarsi un beat dal sapore hollywoodiano ma indubbiamente efficace, composto perlopiù da archi e veloci arpeggi, che veicola in modo perfetto il testo del Nostro: "Rabbis and priests, disabled individuals/ The poor, the scholars - all labeled common criminals/ Mass extermination, total annihilation/ Shipped into the ghetto and prepared for liquidation/ Tortured and starved, innocent experiments/ Stripped down and carved up or gassed to death, the last hour/ I smelled the flowers [immagino si riferisca al vago odore di mandorla del Zyklon B], flashbacks of family then sent to the showers". Un classico, pochi cazzi.
Ma attenzione: queste tre canzoni sono semplicemente la punta di diamante dell'insieme. A farvi da seguito vi sono almeno altri cinque o sei pezzi che definire semplicemente "degni" sarebbe riduttivo e che contribuiscono in modo determinante a trasformare The Swarm in un album che secondo me va comprato a prescindere che si sia fan del Wu o meno. Il primo di questi pezzi è S.O.S., in cui su una produzione minimalista di Inspectah Deck, incentrata più sull'impatto sonoro che altro, si vedono quest'ultimo e Street Life scambiare strofe con rara efficacia; seguono a ruota i Ruthless Bastards con la semiomonima Bastards -fiaccata solo da un ritornello asinino- e tali Beggaz, ed ambedue i gruppi si affidano ai loro beatmaker per dotarsi di classiche basi fondate su un giro di piano -più cupo nel primo caso, più allegro nel secondo. E se ai Wu-Syndicate è affidata la narrativa triste ghettusa di turno -che, cinismo a parte, è scritta davvero bene- per il consueto shit talking di professione c'è qualcuno superiore a Ghostface? La sua Cobra Clutch è uno dei tanti esempi per cui nel rap un pezzo può essere figo anche se non esprime una ceppa, e per quanto il beat non rientri tra le cose migliori di Mathematics fortunatamente è più che sufficiente per permettere al Nostro di sbizzarrirsi nei suoi viaggi.
Note finali: i Black Knights Of The North Star firmano due tracce che godono di basi decenti ma che risultano prive di una grande personalità, mentre tali A.I.G. stanno dietro alla noiosa e banalotta Bronx War Stories e vengono incorrettamente creditati per le decisamente migliore Legacy, di cui sono autori i Royal Fam o perlomeno Timbo King (Discogs non ne parla, ma ascoltate con le vostre stesse orecchie e ditemi se ho torto).
Ciò detto, a costo di ripetermi, il mio consiglio è di ascoltare The Swarm. Non sarà fondamentale come un Liquid Swords o un Cuban Linx, ma nella logica delle compilation è una delle cose meglio fatte che abbia mai potuto sentire.




VIDEO: COBRA CLUTCH

GODFATHER DON - THE NINETIES SESSIONS (No Sleep, 2007)

martedì 1 settembre 2009

Avere un blog può alle volte essere una seccatura: sei svogliato, hai altro da fare, l'apatia ti corrode, ma comunque qualcosa dovrai pur scrivere anche se proprio non ti gira per un cazzo. E lì per lì ti chiedi se non sia il caso di dedicarti alla coltura dei bonsai o alla costruzione di orologi a cucù. Ma nello stesso istante in cui ti passano per la testa mille modi diversi per passare il tempo libero, ecco che ti sovviene tutta la storia del uèbbeduepuntozzèro e dello scambio di informazioni tra utenti; scambio che, diversi mesi addietro, si è concretizzato, nella sezione dei commenti alla recensione di Diabolique, nel consiglio da parte di un frequentatore di ascoltare The Nineties Sessions.
Il suddetto disco rientra nella categoria delle raccolte di inediti, b-side e rarità di vario genere di artisti sconosciuti al grande pubblico, le quali sempre più nascono da iniziative di appassionati i quali, tessendo una tela di contatti con chiunque possa aiutarli nell'impresa (dall'artista stesso all'ex manager fino all'amico personale), alla fine riescono quasi sempre a raccogliere materiale di qualità che altrimenti sarebbe rimasto a conoscenza di pochi eletti. Ma se questa sorta di DIGGING ha già visto sforzi non comuni per entrare in possesso di materiale inedito (cfr. Rob-O), per questa raccolta di tracce di Godfather Don realizzate tra il '93 ed il '97 l'impegno dev'essere stato doppio se non triplo. Si tratta infatti di demo o poco più (l'unica canzone da me già sentita è Stuck Off The Realness), le quali per ragioni a me ignote sono rimaste ad ammuffire in qualche scatolone a Brooklyn e che ora, a distanza come minimo di dieci anni, possono ricevere il plauso che meritano.
Infatti, l'unica critica che mi sento di muovere a Nineties Sessions è l'esclusione della strepitosa On The Other Side (che potete prendere QUI), che però essendo stata pubblicata ufficialmente avrebbe stravolto il principio fondante del disco, che è appunto quello di raccogliere veri e propri inediti. Ma anche così, prescindendo dunque da questo mio infantile disappunto, il materiale disponibile merita parecchio.
Addirittura mi spingo a dire che, in un modo o nell'altro, almeno il 90% delle tracce avrebbero meritato una pubblicazione; trovo soprattutto validi quei pezzi come 7 Degrees Of Elevation o Forever My Lady, che attingono a piene mani dalla fusion e dal free jazz (deduzione mia) e la ripropongono in maniera molto diretta, usando quindi loop interi, per quanto brevi. Da questi si può inoltre evincere che la tanto (giustamente) lodata Properties Of Steel non è un caso unico e che il percorso che ha portato alla sua creazione è denso di spunti altrettanto interessanti.
Ecco. se il jazz è una delle componenti fondamentali di questa raccolta, altrettanto lo sono il funk e quella specie di pozzo nero -che sono incapace di identificare- da cui Don ha preso il materiale nei tempi più recenti (Diabolique, per l'appunto). Ecco: questi tre filoni sono qui ampiamente rappresentati e grossomodo caraterizzano anche l'evoluzione del beatmaker nuiorchese, sia in termini stilistici che prettamente cronologici; il conoscitore del Nostro, anche se non esperto come infatti non lo sono io, può quindi leccarsi i baffi e datare con una certa esattezza ogni pezzo sapendolo poi collocare all'interno della discografia di Don. In tal senso, quindi, non ha molto senso parlare di canzoni superiori o inferiori, visto che sarebbe come sostenere che Nas Is Like è superiore a Memory Lane; al massimo si può notare quali sono incomplete, da rifinire, e quali invece potrebbero tranquillamente essere utilizzate in un album vero e proprio.
Ma nonostante queste differenze, che riassumo in completezza e data di creazione, Nineties Sessions mantiene una sua relativa coerenza ed omogeneità grazie al mood virato alla cupezza ed al suono più puramente urban -e usando questo termine vorrei sottolinearne l'accezione più pura e radicale. Godfather Don insomma non è mai stato un cuor contento, diciamo così, e la cosa si riflette in ogni sua singola creazione; le atmosfere si fondono a prescindere quasi da sample e batterie andando a creare un unicum in cui il Nostro è libero di rappare "a piede libero", com'è sua abitudine, senza cioè focalizzarsi su un particolare tema. L'esibizione di stile è l'unica cosa che gli importa, che piaccia o no, per cui se questo non è un approccio che apprezzate potete lasciar perdere persino il download.
In caso contrario non ci sono scuse: The Nineties Sessions è un acquisto obbligato non solo per chi fantozzianamente stima l'MC/produttore di Bushwick, ma più in generale per chiunque ami il rap nuiorchese di metà anni '90, di cui questo disco è un ottimo compendio. Complimenti quindi non solo all'autore ma soprattutto a chi ha ideato e strutturato questa raccolta, e grazia ancora all'anonimo che me ne suggerì l'acquisto.