TRIFE DIESEL - BETTER LATE THAN NEVER (Traffic Ent., 2009)

giovedì 24 settembre 2009

Talvolta mi risulta impossibile riuscire ad esprimere fino in fondo il mio giudizio o, più modestamente e correttamente, la mia opinione su un disco, specialmente se questo non possiede qualità tali da poterlo definire un classico a tutti gli effetti. I problemi sorgono insomma quando mi trovo per le mani un concentrato di beat e liriche che, pur nella sua palese imperfezione, inspiegabilmente riesce a competere sullo stesso livello di dischi fatti meglio: nella fattispecie, qualcuno sa suggerirmi un motivo per cui in quest'ultimo periodo mi trovo ad ascoltare Better Late Than Never con la stessa frequenza di quel capolavoro che è Cuban Linx II? È l'aria? Sto rincoglionendo? Oppure può essere che abbiamo tra le mani un gioiellino? Calma.
Cominciamo col dire che l'affiliazione di Trife a Ghostfazza gli è valsa un'iniziale spinta di popolarità ma, alla lunga, gli ha recato ingenti danni in termini di riconoscimento. Vedete, la linea tra l'essere un "protetto di" ed un "portaborse di" è molto sottile, e tanto più cresce lo spazio temporale in cui non si dimostra inequivocabilmente la propria specificità, tanto più ci si trasforma da "interessante promessa" a "insulso weed carrier". Di conseguenza, diventa anche più difficile convincere i pochi interessati rimasti che si vale qualcosa; ecco, la carriera di Trife è una cartina di tornasole per questo teorema.
Egli infatti bazzica dalle parti di Tony Starks fin dal lontano 2001 e, per quanto in realtà sia assorto agli onori della cronaca solamente nel 2004, principalmente grazie alla sua eccezionale strofa in Biscuits, questo è già un considerevole periodo temporale; aggiungiamoci poi che, malgrado ottime prestazioni ovunque si fosse presentato, sembrava che di suo non dovesse uscire più nulla ed ecco che viene incisa nella pietra della storia la seguente massima: non puoi essere una promessa per più di due anni. Tuttavia, è anche vero che in realtà qualche lavoro più completo l'ha anche fatto (gli LP con la Theodore Unit ed il disco "alla romana" con Ghost), ma di solista in questi non c'era nulla e quindi torniamo al punto di partenza. Vi confesso che persino io, che non avevo mai cambiato la mia opinione su di lui, ad un certo punto mi son detto "vabeh un altro balordo" ed avevo smesso d'interessarmi alla sua opera.
È stato solo per omaggio ai suoi trascorsi -ed alle mie passate opinioni- che ho deciso di spendere un po' del mio tempo per ascoltare il suo esordio solista ufficiale e per dargli quindi una chance. Alla fine il titolo Better Late Than Never aveva riscosso in me una certa simpatia e la recensione che lessi su HipHopDx, anche se non confortante, qualche curiosità me l'aveva instillata. Vai di Rapidshare, quindi: al primo ascolto m'era parso insignificante come beat, carino come liriche; al secondo qualcosa avevo trovato ma non tanto da farmi dire "bello"; il terzo, il quarto, il quinto ed il sesto invece ebbero luogo mentre passavo il mocio in casa [no homo, ci passerete anche voi e comunque ora s'è presa la donna delle pulizie] e in quell'altrimenti infausta situazione mi son reso conto che, fanculo, 'sto Better Late Than Never non era mica malaccio. Bene: salto ovviamente gli altri ascolti e giungo direttamente alle conclusioni, ossia la recensione e la valutazione.
Sappiate innanzitutto che in BLTN non troverete particolari estri o sperimentazioni di alcun genere ma solamente del rap fatto nel modo più classico possibile, ovverosia beat quadrati midtempo su cui una persona rappa stando fisso sui 4/4. Ma prima di storcere magari il naso, calcolate che per quanto possa essere difficile trovare nuovi stili e renderli efficaci senza alienare l'ascoltatore, anche buttarsi sul classico non è così facile, essendoci talmente tanta roba in giro che per svettare bisogna raggiungere un grado di raffinatezza fuori dal comune. Per usare una metafora scema delle mie, diciamo che persino dopo più di trecento anni di esperienze, i posti dove si può mangiare un buon risotto a Milano sono pochi (BTW: uno di questi, e dove non si viene derubati, è la Taverna Moriggi. Casomai v'interessasse). Ecco, Trife ha qui cucinato un risotto non eccellente ma gustoso e abbondante. Poco più di un'ora di durata per sedici brani e nessuno skit, featuring mediamente azzeccati (Ghost, ovviamente, ma anche Freeway, Termanology, Royce The 5'9'' e purtroppo qualche amichetto di troppo) ed una enorme iniezione di note autobiografiche che vanno a diluire positivamente un album in cui si può trovare anche dello storytelling, delle riflessioni mai abbastanza ripetute sull'hip hop e chiaramente la tradizionale strìt laif. La versatilità dimostrata nella scelta degli argomenti si riflette per fortuna anche nell'esecuzione materiale del tutto e così, fatte salve un paio di tracce ghettuse secondo me piuttosto generiche, ascoltare quest'album è interessante oltre che piacevole. La sensazione che Trife stia abbaiando salta fuori solo nei pezzi più orientati alla spacconeria di grana grossa, e questo in fondo non dovrebbe stupire nessuno.
Ma vediamo nel dettaglio cosa cuoce in pentola e vediamo se quest'album sa essere, nel suo complesso, un'opera personale oppure la solita robetta da emergente fallito. Prima di tutto affronterei la questione dei pezzi ghettus-generici, e comincio col lamentarmi del fatto che su troppi di questi figurano due personaggi che coi microfoni dovrebbero aver poco a che fare: Kryme Life e Tommy Whispers. Quest'ultimo, in particolare, ha uno "stile" che si pone a metà tra 60 Sec Assassin dei Sunz Of Man e Islord dei Killarmy, quindi non è esattamente bravo; non a caso, quasi ovunque egli appaia, la canzone del caso subisce una tremenda battuta d'arresto. Questo è il caso di Prey VS Predator, in cui si potrebbe anche perdonare un beat generico e delle strofe non proprio ispirate, ma che diventa una cacatiella da cestinare non appena attacca il suddetto Tommaso Sussurri: fiacco, fiacco, fiacco. Idem come sopra per Listen Carefully, analogamente moscietta come beat ma con come "marcia in più" prestazioni imbarazzanti addirittura da parte di entrambi i soggetti. Queste sono senz'ombra di dubbio le tracce peggiori di BLTN e già al primo ascolto appare chiaro che Trife dev'essere molto amico dei due, perchè oltre all'amicizia non c'è motivo per cui questi due dovrebbero trovarsi insieme sulla stessa traccia.
E dico "sulla stessa traccia" perchè, per dinamiche a me del tutto incomprensibili, quando li separi i risultati improvvisamente diventano nettamente migliori: è il caso di Direct From The Ghetto e Stronger Man, due canzoni nient'affatto malvagie dove oltre a delle performance immensamente più dignitose si assiste ad un minimo di direzione concettuale. Certo, continuano ad impallidire di fronte a Trife, ma rispetto agli echi di disgusto provocati in precedenza parrebbe quasi di sognare. Ovviamente, però, avrei lo stesso preferito o più tracce soliste oppure più featuring azzeccati, anche perchè è lì che il protagonista dà il suo meglio: contrariamente alle previsioni, infatti, Ghostface non riesce a stracciare il suo alunno, che anzi, in Respectfully sgancia due strofe eccezionali con giochi di parole ed una lunga alliterazione che a momenti fanno scordare l'esistenza di Tony Starks. Lo stesso avviene in Project Leaders, dove fa letteralmente a pezzi Termanology (uno che tra l'abuso del namedropping e lo stile semisussurrato fa cagare ogni giorno sempre di più), e solamente un ispirato Freeway ci blocca dal pensare che forse sarebbe stata meglio una maggiore lunghezza a disposizione del solo Trife. Già: alla fine della storia l'unico capace di dare la paga a Trife è Royce The 5'9'' -autore di una strofa eccezionale in Powerful Minds- mentre per il resto devo dire che raramente ho visto un esordiente comportarsi così bene.
Ma oltre a queste tracce, la cosa più interessante è la passione che il Nostro sa mettere nei pezzi. Lo storytelling di Blind Man non solo è fatto bene nella prima parte, ma anche l'omaggio che egli fa a Ray Charles, Stevie Wonder ed altri nella seconda risulta sentito; un analogo pathos lo si trova ovviamente nella dedica a mammà, com'è ovvio, ma anche in pezzi meno intimisti come per esempio la FAQ per aspiranti rapper che è Wanna Be A Rapper. Ma non è finita qui: critica sociopolitica la si trova in World Today, ed il risultato è ammirevole specie se si considera che lui non è esattamente specializzato in questo genere di cose, così come ammirevole è l'autocritica e lo scambio di vedute tra lui e tale Slash (una MC, contrariamente a quanto farebbe pensare il nome); siamo lontani mille miglia dal machismo tipico del genere, e trovo che per uno come sembra essere Trife mettersi così in gioco meriti un giusto plauso.
Mi rendo ora conto che la recensione sta assumendo le dimensioni d'una enciclica papale, per cui la smetto con 'aspetto lirico, del quale posso dirmi più che soddisfatto, e vado ad occuparmi dei beat. Questi sono curati da gente a me completamente sconosciuta, come DJ Snips, Lee Bannon, Noize Thievery... boh, non ho punti di pragaone con eventuali opere, perciò mi limiterò allo stretto essenziale. La parte del leone la fa tale Blunt, che con cinque produzioni da lui curate è indubbiamente il beatmaker prominente dell'album; fortemente influenzato dal soul, le sue opere riflettono quest'ispirazioni e anche se la formula appare ormai un po' abusata egli riesce lo stesso ad esibire pregevoli tappeti musicali come ad esempio Blind Man (ottimo il loop di piano), Project Leaders e Direct From The Ghetto. Le sue atmosfere ci trasportano direttamente nella New York di Superfly, ma fortunatamente questo taglio vintage viene alleggerito da altri contribuenti come appunto Snips, decisamente più orientato al pestone e autore fra l'altro dell'ottima We Get It In, oppure Animal House, autori della suggestiva Stronger Man ed invece assai influenzati dal miglior Kanye West (vedi ad esempio la struttura delle batterie). Questi pezzi sopraelencati non sono gli unici degni d'una menzione, ma per farla breve, ad eccezione di due colpi andati a vuoto -fortunatamente le canzoni con su quei due mentecatti, così perlomeno la merda si concentra in due latrine anzichè venir sparsa per tutto l'accampamento- il resto di Better Late Than Never è assai ben prodotto. Non si può forse parlare di originalità, ma è fuor di discussione che oscilliamo piacevolmente tra atmosfere ruvide e l'eleganza di alcuni tocchi, con un risultato finale ch reputo ben più che semplicemente soddifacente.
Alla luce di queste considerazioni vi esorto quindi a non commettere l'errore di bollare Trife come una merdina, perchè il ragazzo si è sforzato sotto ogni punto di vista ed il risultato è davvero molto, molto buono. Contrariamente a Termanology, che nel suo album ha tradito praticamente tutte le aspettative, e contrariamente a Saigon, che ha fatto perdere la pazienza pure ad un monaco benedettino, il Nostro ha compreso perfettamente che se voleva tornare ad essere "il" nome da tenere d'occhio doveva pubblicare qualcosa di superiore alla bontà. E così ha fatto, ed ora spetta solo a voi dargli questa chance - come già detto, l'unica sua sfortuna è la quasi concomitanza con Rae ma, vi garantisco, non è che arranchi di molto dietro all'opera dello Chef.



SHOW & AG - FULL SCALE LP (Fat Beats, 2000[?])

mercoledì 23 settembre 2009

Scusatemi per il ritardo nell'aggiornare il blog, ma stamattina la situazione lavorativa è stata infuocata; inoltre, avevo già preparato la recensione di Trife (che mi sarebbe dovuto arrivare assieme a Cuban Linx II già ieri) e che però per motivi tecnici ha dovuto essere posticipata a domani. Poco male; per sdebitarmi vi propongo allora un disco realmente imperdibile, ovverosia il Full Scale LP di Show & AG. Ma prima di addentrarmi in una descrizione maggiormente dettagliata, un po' di storia.
Quando nel 1998 venne pubblicato l'omonimo EP, io avevo già sentito Q&A via internet e ne ero rimasto talmente entusiasta che la sola presenza di quella traccia mi spinse ad acquistare per l'occasione un giradischi, oltre ovviamente al vinile: non era infatti prevista, o quantomeno disponibile, una versione in CD. A questa mancanza provai a supplire io, trasferendo le tracce su CD; ma siccome non è che fossi proprio un genio dell'elettrotecnica, non ero riuscito a risolvere un banale problema di messa a terra che andava a concretizzarsi nel tipico ronzio sui 50hz e che, ancora più concretamente, rovinava in modo non indifferente il piacere dell'ascolto. Fortunatamente, un mio amico più esperto mi aiutò a collegare correttamente il piatto all'amplificatore e così finalmente potei avere delle versioni degne d'ascolto su CD. Tuttavia, quando nel 2001 feci il mio viaggio negli Stati Uniti e, ovviamente, andai in pellegrinaggio al Fat Beats, vidi questo LP ed immediatamente sborsai le du' lire che erano richieste per l'acquisto.
Il motivo di quest'azione si può ravvisare senz'altro nel mio collezionismo compulsivo, ma soprattutto nel fatto che quello che si presenta come un'estensione del precedente EP altro non è che una raccolta su CD di svariati 12" pubblicati dal '98 al 2000 [*] in cui era coinvolto il duo del Bronx, oltre naturalmente alle cinque tracce originali. Accanto quindi alle varie Q&A, Spit eccetera, potremo trovare Themes Dreams & Schemes, Dignified Soldiers, Weekend Nights (qui elencata come Spit Remix) e persino il primo singolo ufficiale dei Ghetto Dwellas, con tanto di b-side e annessi e connessi. Ne consegue che se da un lato il titolo è fuorviante e truffaldino, dall'altro si ha la possibilità di mettere mano su alcune delle cose migliori della DITC ad un costo esiguo e con il vantaggio di una qualità sonora impeccabile.

[*] Andando su Discogs potrebbe sorgere un po' di confusione, in quanto quest'album viene datato al 1998 e non essendoci alcun tipo d'indicazione sul disco stesso non c'è modo di fare una verifica inconfutabile. Io però trovo che questa datazione sia erronea, principalmente per tre motivi: il primo è che il 90% dei pezzi che reputo essere degli extra sono usciti come singoli e b-side degli stesso (Themes Dreams & Schemes, Time To Get This Money, Get it Dirty, Hidden Crates, Who's The Dirtiest), ed una simile logica non avrebbe alcun senso se la loro origine fosse una sola; il secondo, che diversi di questi risalgono al '99 e per giunta tutti per etichette diverse, il che sarebbe impossibile se la paternità fosse una sola; il terzo, infine, che questi appunto non figurano mai come prodotti di Show & AG bensì come roba della DITC, dei Ghetto Dwellas, di Giant... insomma, per me sia Discogs che Wikipedia hanno preso un abbaglio. Ergo, devo dedurre che in realtà il Full Scale LP sia del 2000 e non del 1999, men che meno del '98, visto che non avrebbe molto senso fornire una raccolta di canzoni nell'anno stesso in cui queste sono state pubblicate in altri formati. Chiusa parentesi.

Cominciamo quindi a magnificare quel che dev'essere magnificato, partendo proprio dall'EP originale. Come già detto, e com'è ovvio, qui ritroverete tutti i pezzi presenti nella versione del '98 ad eccezione delle strumentali; la tracklist non è identica ma poco importa, dato che nel corso dell'ascolto ci si potrà imbattere in Drop It Heavy, Raw As Ever, Q&A, Spit e la stessa Full Scale. Di questi cinque pezzi non so davvero cosa dire, nel senso che sono tutti delle chicche indiscutibili. I beat rientrano nella miglior tradizione della scuola DITC, suonando minimalisti e potenti allo stesso tempo, con poche o nessune concessioni all'orecchiabilità; da questa prospettiva spiccano soprattutto Spit, autentico capolavoro di beatmaking, e l'altrettanto fantastica Q&A, che recentemente ha visto una rivisitazione non ufficiale da parte di Marco Polo e Torae nell'ottima Lifetime (il campione è lo stesso e l'effetto finale pure). Come liriche anche qui ci siamo, nel senso che AG in quel periodo era secondo me all'apice del proprio percorso creativo, il che comporta un equilibrio tra la sua particolare enunciazione (che era molto forte in Goodfellas) e la complessità della metrica. Pur non spingendosi al di fuori dei confini del meta-rap, è impossibile non restare affascinati dalle sue strofe ed alla fine gli unici capaci di distogliere la nostra attenzione dal suddetto sono nientemeno che KRS One e Big Pun, che contribuiscono ad aggiungere Drop It Heavy alla lista delle canzoni migliori dell'insieme. Insomma, come nota a margine (ma nemmeno troppo) vorrei puntualizzare che non solo conferirei il massimo dei voti all'EP, ma aggiungo anche che esso è secondo me uno dei tre migliori extended playing di sempre.
Venendo invece ora al resto del materiale, la qualità in questo caso diviene più ondivaga restando pur sempre in fascia alta. Dignified Soldiers (sia remix che originale), Time To Get This Money e Weekend Nights sono ad esempio eccezionali, mentre invece Hidden Crates, Put It In Your System, Who's The Dirtiest e Themes Dreams & Schemes lo sono meno. Questo dipende sia dai beat, che magari colpiscono meno oppure rischiano di scivolare nella ripetitività, sia dagli ospiti: in effetti, per quanto mi piacciano i Ghetto Dwellas non si può certo dire che siano dei mostri del microfono, e se Party Arty riesce a compensare le sue lacune grazie alla voce ed al carisma, D-Flow non ha grandi appigli che gli consentano di uscirsene a testa alta in un confronto con AG. E ciò diventa deleterio le poche volte in cui la base non è molto solida, com'è il caso di Get Dirty, indubbiamente il pezzo meno valido dell'insieme assieme a Hold Mines: quest'ultima è infatti retta dall'abilità di AG e così riesce a salvarsi in corner, mentra la prima presenta un beat fiacchetto in cui il duo d'ignoranti francamente dimostra di non avere abbastanza forza per reggere da solo una canzone.
Ma vogliamo star qui a spaccare il capello in quattro? No: poche balle, Full Scale è un quasi-capolavoro che deve, sottolineo il deve, trovarsi in ogni collezione di rap che si rispetti. E, contrariamente a quanto pensavo di fare inizialmente, mi spingo oltre il quattro e mezzo e gli affibbio lo status di classico. Eccheccazzo.



BIG L - LIFESTYLEZ OV DA POOR & DANGEROUS (Columbia, 1995)

lunedì 21 settembre 2009

Chissà perchè ero convinto che Lifestylez Ov Da Poor & Dangerous fosse del '94! In metrò avevo dunque cominciato a buttar giù due idee su come scrivere un'introduzione d'impatto, atta eventualmente a far scordare le sciocchezze che l'avrebbero seguita, e invece ora mi trovo con in mano un pugno di mosche. Pazienza: fatto sta che all'epoca dell'uscita la Columbia lo promuovette come la chiesa può pubblicizzare la pedofilia tra i preti, con la prevedibile conseguenza che le vendite furono quantomeno deludenti malgrado il buon successo di critica che ricevette (salvo ovviamente Rolling Stone, che puntualmente dimostrò un'ennesima volta di non capire assolutamente nulla di rap). Dal canto mio, ammetto che rimasi all'oscuro dell'esistenza di quest'album finchè un giorno, nel lontano '98, dopo aver sentito Ebonics da un mio amico, scorsi il CD tra gli scaffali del defunto TimeOut e decisi di comprarlo.
Ebbene: benché all'epoca non avessi ancora il fiuto sopraffino che oggi mi contraddistingue, ben feci a spendere quelle (circa) quarantamila lire: LODPAD rimase in assidua rotazione su cassetta per i successivi due anni, facendosi apprezzare prima per i pezzi più orecchiabili ed in seguito per quelli un po' più ostici, lasciandosi infine alle spalle solamente un due-tre canzonette passabili ma nulla più. Sono inoltre abbastanza contento di averlo sentito prima del postumo The Big Picture, in quanto quest'ultimo, non entusasmandomi, difficilmente m'avrebbe portato a spendere dei soldi su altri prodotti di Lamont Coleman. Così, invece, non solo ho avuto poi modo di seguirlo con maggore interesse per il breve periodo in cui era ancora in vita, ma soprattutto ho avuto modo di gustarmi un bel disco della DITC praticamente in tempo reale e senza farmi influenzare dall'idolatria che puntualmente segue l'eventuale morte di un artista.
Il punto infatti qual è: è che Lifestylez è indubbiamente un buon album -anche se posto nel florido contesto dell'epoca- ma privo comunque della stoffa necessaria per renderlo un classico come Word Life o quantomeno un'opera impeccabile. E questi difetti si manifestano non tanto nell'MC, che già allora era bravissimo, quanto nei beat, molti dei quali possono essere al limite essere definiti "ok" o poco più. Ciò detto, che poi il sound datato del disco possa piacere è fuor di dubbio, ma nel momento in cui certe produzioni mostrano segni di debolezza non appena le si contestualizza correttamente ecco che ci si allontana dal voto pieno, che pure in molti vorrebbero dare a quest'opera.
Lo ammetto, per carità, da un lato io li capisco pure: Put It On, MVP, All Black, Danger Zone, Street Struck e Let 'Em Have It L sono sei pezzoni cha vanno dal molto bello al fichissimo e, ragionevolmente, si può pensare che se sei tracce su dodici sono così valide, allora è fatta. E invece no, perchè purtroppo vi sono casi relativamente gravi dove è il beat ad essere a dir poco obsoleto (No Endz No Skinz sembra del '91) o insipido (I Don't Understand It, Fed Up With The Bullshit), oppure dove gli ospiti del caso sono troppi (8 Is Enuff, nomen est omen) mentre quand'anche il numero giusto, allora è la strofa in quanto tale a far cagare (e quella di Jay-Z in Da Graveyard se la gioca con quella di tale Microphone Nut). Per un verso o per l'altro, insomma, non è molto chiaro come mai beatmaker solitamente eccelsi come Showbiz abbiano potuto passare a L delle semifetecchie, così com'è ancora meno chiaro il motivo per cui quest'ultimo abbia ritenuto fondamentale invitare a rappare tutta la gente che si vede sulla copertina (praticamente il suo condominio) -seriamente, dei featuring salvo solo Finesse, Grand Daddy I.U. e per certi versi tutta la cricca di 8 Iz Enuff, visto che rappano allo stesso modo caratteristico del periodo (non so se possa essere un complimento, però). Insomma, la prossima volta che sento o leggo qualcuno descrivere Lifestylez come un classico alla pari di Infamous o Illmatic io lo investo sette o otto volte con una ruspa.
In fondo non c'è bisogno di idolatrare alcunché: LODPAD regge benissimo sulle sue gambe, grazie soprattutto ad un MC per certi versi ancora immaturo ma che già in quel '95 dimostrava di poter pisciare in testa all'80% della scena. La sua tecnica non solo era pulitissima e da un punto di vista oggettivo impeccabile -in cui considero il controllo del respiro, l'uso della voce e delle pause ecc.- ma era anche caratterizzata da uno humor nero che, misto a sarcasmo ed arroganza (ed un'ottima immaginazione, va detto), rendevano L ammirabile e divertente allo stesso tempo. Le citazioni si potrebbero sprecare, ma che senso avrebbe? Il punto è che Lamont Coleman era capace di riassumere in sè quelle qualità fondamentali che rendono potente un MC e che, in fondo, definiscono l'hip hop. Non a caso, pur non allontanandosi di un'orma dalle tematiche più classiche del genere (viulenza, droga, fica, vitadimerda ecc.) questo suo esordio è godibile dall'inizio alla fine puramente per l'aspetto estetico, quello della forma. E per quanto io solitamente non disdegni ascoltare temi più impegnati, non posso negare che questo èuno dei (nemmeno poi troppo) pochi casi in cui si può dire che nel tempo è la forma a vincere sui contenuti.
Di conseguenza, benchè vi siano, come ho detto, beat più che discutibili, alla fin fine Lifestylez gira che è un piacere. E poi non scordiamo che le perle ci sono: sia che si ascoltino le trombe col delay di Street Struck che il classico campione dei DeBarge di MVP, alla fin fine quello che ci si trova in mano è uno di quei curiosi esperimenti di quell'epoca, dove persino gente con la fama degli alfieri dell'hardcore come Finesse o Buckwild riescono a dare un taglio più commerciabile alle loro produzioni. MVP, appunto, ne è l'esempio migliore; ma da questo punto di vista anche Put It On o la stessa Street Struck hanno il loro potenziale di orecchiabilità. Tuttavia non dovete temere: non solo all'epoca anche le cose più "aperte", diciamo, avevano una loro dignità (cfr. Juicy, il remix di All I Need, I Got 5 on It... hai voglia), ma oltretutto qualsiasi fanatico del minimalismo nuiorchese quà dovrebbe trovare pane per i suoi denti. All Black ha un campione che definire ossessivo/angosciante è dir poco; le batterie di Let 'Em Have It L, col solito sax nel ritornello, portano alla frattura del collo entro la fine della prima strofa; e anche Da Graveyard non si difende male, e rende parecchio a patto che sia su un MC degno di questo nome (a tal proposito: la strofa iniziale di L è da applausi).
Ma questi sono solo alcuni esempi degli aspetti positivi di questo disco; a quei pochi che non lo dovessero avere mai ascoltato posso solo dire che sembra un gioco di scatole cinesi, dove prima noti le cose più evidenti e poi scendi sempre più nel dettaglio, via via scoprendo elementi positivi dove fino ad una settimana prima pensavi non ci potesse essere nulla. Tuttavia, malgrado tutti i sopracitati pregi, è anche vero che un paio di beat fuori posto, abbinati ad una logica di featuring completamente sballata, rovinano LODPAD quel tanto che basta per sgargli via un intero zainetto. Ma non azzardatevi ad ignorarlo.




VIDEO: PUT IT ON

JERU THE DAMAJA - THE SUN RISES IN THE EAST (Payday/FFRR, 1994)

venerdì 18 settembre 2009

Dacché ho aperto il blog ho recensito album di ogni tipo ed il lettore affezionato potrà ormai essersi fatto un'idea di quelli che sono i miei gusti (posto che gliene importi qualcosa in primo luogo); egli saprà quindi che per me un certo tipo di grezzume ricopre un cospicuo valore nel mio indice di gradimento, ma per convesso saprà anche che non disdegno artisti più inclini alla positività ed alla coscienziosità. Il problema è però che questi ultimi sono facilmente soggetti alla pesantezza, salvo naturalmente che non si tratti di veri e propri campioni del genere come per esempio i De La Soul; e questo perchè i temi che trattano sono senz'altro condivisibili ma non particolarmente attraenti, e quando li si esprime in modo coerente, "pacifico", appunto, talvolta pare di trovarsi catapultati in una sorta di oratorio musicale.
Ecco perchè amo incondizionatamente artisti come Jeru: non è che predichino idee poi tanto diverse dalle loro controparti più hippie ma lo fanno con vigore e livore. Livore verso chi si comporta in maniera antisociale o comunque egoista, il quale verrà puntualmente accusato di essere ignorante, superficiale, pigro e quant'altro: in poche parole, una merda umana. Ora, certamente dubito che quest'atteggiamento da Savonarola possa scuotere le coscienze dei soggetti di tali attacchi, ma preferisco che si parli chiaro e perciò condivido questo tipo di aggressività, ché qua mica siamo all'ONU. Ad esempio: sei una donna che va a letto con qualcuno per ottenere vantaggi? Non sei una escort, sei una puttana. Oppure: quando vai al supermercato risparmi sul cibo per poterti comprare un vestito alla moda? Prima di essere una vittima del consumismo sei un coglione puro e semplice. E via così: trattandosi di musica e non di un trattato socio-psicologico, questo approccio sanguigno mi piace.
Ecco perchè The Sun Rises In The East riceve da parte mia almeno un ascolto completo al mese: perchè a distanza di 15 anni dalla sua pubblicazione il messaggio non ha perso forza e, anzi, forse ne ha addirittura guadagnata. Ma tutto ciò non basterebbe se non ci fosse il genio di Premier dietro alla produzione musicale, il quale si dimostra capace di fornire un'artiglieria acustica che calza a pennello allo stile stile di Jeru nonché all'atmosfera generale di cui TSRITE è permeato.
La sua ruvidità non consiste solamente nell'inflessibilità del pensiero dell'autore principale, bensì anche nel minimalismo dei beat che, congiuntamente ad altri contemporanei, sono di tale forza che riescono a far scordare le atmosfere soleggiate della costa californiana. Qui tutto sa di New York o più in generale di una metropoli in inverno, i cui unici rumori sono dati dai motori delle macchine e dallo sferragliare delle metropolitane mentre i vapori fuoriuscenti dai tombini azzerano la visibilità, col baluginio dei fari e dei lampioni che si riflettono sull'asfalto bagnato. Perdonate quest'attimo di lirismo da supermercato, ma la capacità suggestiva di certe musiche è innegabile e ciascuno la descrive come può.
Ma volendo abbandonare il pathos poetico prima che sia troppo tardi, veniamo al succo della faccenda: esclusa forse Statik non c'è una canzone brutta che sia una. Non scherzo: quale più, quale meno, sono tutte delle bombe, a partire dalla classica Come Clean. Uscita come singolo l'anno precedente, questa aveva lasciato giustamente a bocca aperta persino chi aveva ravvisato nella strofa di Jeru su I'm Da Man una promessa: tra l'inimitabile beat, in cui un bizzarro campione che può ricordare lo sgocciolìio d'acqua nelle tubature (!!!) s'appoggia a delle batterie impressionanti, e le liriche, iperrealistiche nel loro smascherare i parrucconi che già allora infestavano l'hip hop, non c'è una cosa fuori posto e a coronoare la grandiosità del pezzo sta un cut degli Onyx. E se penso che a me inizialmente non piaceva...
Beh, anche allora avevo le mie brave alternative: personalmente colloco alla pari della precedente la straordinaria My Mind Spray: figuratevi che ad oggi mantengo l'opinione che sia uno dei casi in cui l'utilizzo del campione di Nautilus sia riuscito meglio, e se pensiamo alla quantità di artisti che hanno campionato il pezzo di Bob James allora l'affermazione si fa rivelatrice. Non da meno, poi, sono la storica Da Bichez (che batterie, signori, l'uso dei charleston è da applausi), il duetto con l'allora passabile Afu-Ra intitolato Mental Stamina, e la solenne Ain't The Devil Happy - un richiamo dai toni apocalittici che Jeru fa alla propria gente per non cadere in gesti e comportamenti autolesivi, sia sul piano concreto che quello spirituale. Certo, andrebbe poi anche menzionato il tipo di campionamento jazz tipico del Premier di quegli anni, che sapeva conferire un taglio ruvido ai pezzi usando brevi sample di piano, sax e quant'altro: vedi la già citata da Bichez così come D.Original e, naturalmente, Come Clean.
Insomma, con questi beat il disco sarebbe stato una bomba persino con Melachi The Nutcracker come MC principale. Ma vivaddio non solo non ci troviamo tra i piedi una schiappa, ma addirittura ci viene fatto dono, per così dire, di un rapper coi controcoglioni. Come diceva uno dei suoi sponsor principali, "it's mostly the voice" e 'Ru qui lo dimostra ampiamente: bassa ma non cavernosa, sprizzante carisma, esige e ottiene l'attenzione dell'ascoltatore. Uniamola ad una tecnica impeccabile sotto ogni punto di vista e ad una prospettiva sempre originale sia nell'aspetto stilistico che in quello contenutistico (e qui l'ampio vocabolario aiuta in ambedue i casi), ed ecco che francamente non si può chiedere nulla di più a questo MC. La sua battaglia contro l'ignoranza in tutte le sue forme e dimensioni viene suddivis aper tredici tracce e ciascuna gode di un taglio così particolare che, pur rifacendosi ad un unico punto di vista, non risulta mai ripetitiva. Non sto a fare esempi con citazioni troppo lunghe, preferisco piuttosto citarvi qualche titolo che mi fa avere ragione con relativa semplicità: ascoltate -nella sequenza preferita- da Bichez, Come Clean, You Can't Stop The Prophet e Ain't the Devil Happy; scoprirete che non solo vien facile capire che sono state scritte dalla stessa persona, ma anche che fanno parte dello stesso album, dello stesso insieme.
Boh francamente non so che dirvi... classico lo è senz'altro, non so se dargli quattro e mezzo o cinque. Ma direi che, viste le proteste del volgo ai miei 4 e 1/2 agli Smif 'N' Wessun, meglio andare a colpo sicuro. [edit: m'ero dimenticato d'augurarvi il consueto buon fine settimana. A lunedì]




VIDEO: D ORIGINAL

MOS DEF - THE ECSTATIC (Downtown Music, 2009)

giovedì 17 settembre 2009

Il passo tra "ambizioso" e "megalomane" solitamente è molto breve e generalmente può avvenire quando manca almeno uno dei seguenti fattori: intelligenza e contatto con la realtà. Fare paragoni con la politica moderna e contemporanea è fin troppo facile, specialmente quando a palazzo Chigi siede una persona che difetta di ambedue, per cui mi limiterò al casus belli: Mos Def. Dante Smith, questo il suo nome, ha avuto un inizio di carriera abbastanza normale per l'epoca che però successivamente si è trasformato in un proseguo a detta di molti eccellente: il progetto Black Star ed il suo esordio solista Black On Both Sides sono considerati dalla magioranza degli ascoltatori di rap delle pietre miliari del genere (mi permetto di dissentire), degne di proiettare Mos nel firmamento dei Grandi dell'hip hop e soprattutto punti di riferimento per un'intera generazione di MC aventi come guida artistica la scuola dei Native Tongues.
Si può dissentire ma questa è la percezione generale; peccato però che tra i tanti dimostratisi incapaci di mettere il culo correttamente in carreggiata vi sia proprio Mos Def, ed il mio personale sospetto è che ciò sia avvenuto non a casua di scarsa intelligenza, bensì per pochi contatti con la realtà. Infatti, nell'arco di pochi anni è passato dall'essere un MC relativamente conosciuto al venire idolatrato come faro spirituale capace di guidarci nella notte; il suo talento d'artista è stato magnificato e a momenti ci scappava il paragone tra le sue inesistenti doti canore con quello di un Thom Yorke; non per ultimo, l'aver intrapreso una carriera cinematografica, mostrando lì sì discrete qualità recitative, deve aver contribuito a dare il colpo finale ai suoi collegamenti con la realtà. I risultati concreti di questa lievitazione eteroindotta dell'ego li conosciamo bene: due album, uno più brutto dell'altro, dove anziché seguire l'unica disciplina in cui davvero eccelle ha preferito virare in territori che sarebbe stato meglio gli venissero preclusi da una fatwa o da qualche divinità pagana, meglio se incazzosa. New Danger era una sonora cagata ma un briciolo di dignità traspirava quà e là, mentre True Magic era completamente incircolabile.
Simili svarioni sarebbero dovuti bastare per sbriciolare la carriera finora costruita, e invece eccoci qua con tra le mani il nuovo lavoro di Mos Def che, ne ero certo fin da quando era stato annunciato, che sarebbe stato una boiata. Beh, mi sbagliavo. Almeno in parte.
Cominciamo dalle buone notizie: Mos Def qui rappa di più, molto di più, rispetto ai precedenti lavori. È cosa buona: per quanto spesso inserisca ritornelli canticchiati, sono poche le canzoni in cui mantiene la convinzione di essere un grande cantante e perciò il tutto non suona più come una specie di Jovanotti di Brooklyn. Non solo: vivaddio i beat stavolta sono di qualità medio-alta con punte di ficaggine, e a curarli troviamo Madlib, Oh No, Dilla (figurarsi se no), il produttore francese Mr. Flash e, purtroppo, anche il tristemente noto Preservation.
Sta di fatto che talvolta mostra ampiamente di non essere il menoso hipster eclettico-wannabe che avevo ritenuto fosse, basandomi sui suoi ultimi dischi: Auditorium, con Slick Rick, da sola vale tutto l'album ed è in ultima analisi il motivo per cui ho deciso di comprare Ecstatic. Davvero. Come ho sentito quei flautini venir sostituiti da un'alternanza di organo elettrico e complesso d'archi, con sotto le tipiche combo di basso e rullante di Madlib, ero già praticamente venuto: talvolta mi chiedo come sia possibile uscirsene con pezzi così fighi, davvero non lo so. E sempre Madlib produce Wahid, che pure lei merita assai, così come Revelations e Pretty Dancer, il cui unico difetto è di avere sopra un Mos Def alle prese con la sua migliore interpretazione di MF Doom (in Revelations la cosa diventa sconvolgente, cambiategli voce e ufficialmente è Daniel Dumile).
Ma anche tale Mr. Flash non se la cava affatto male, e benché avrei molto da dire sul suo nom de plume, devo dire che i suoi tre beat dimostrano una buona versatilità nel saper conferire toni diversi di traccia in traccia: dall'elettonica ottantona di Life In Marvelous Times agli accenni di jazz/funk di Workers Comp fino al sapore d'India di Embassy, il beatmaker francese dimostra talento. E sempre validi si confermano essere Oh No e Dilla, che pur non regalandoci momenti spettacolari riescono a mantenere vivo l'interesse dell'ascoltatore. Insomma, per farla breve, come beat direi che piùo meno ci siamo: non tutto è rose e fiori (Quiet Dog Bite Hard, No Hay Hada Mas, Casa Bey lasciano molto a desiderare) e certamente bisogna accettare un'impostazione sommariamente poco ortodossa, ma diciamo che, a meno che non ci si aspetti robe da Finesse o Pete Rock, musicalmente Ecstatic è bello solido.
Purtroppo, ad un certo punto entrano in gioco l'ego e l'esageratamente alta autostima di Mos Def: così vediamolo mentre si lancia in spericolati ritornelli cantati capaci al massimo di rovinare la canzone se tirati troppo a lungo; peggio ancora, ci sono occasioni dove miagola lagnosamente tutto il tempo e, se nel casi Worker's Comp si può pensare ad una cacchina, in No Hay Nada Mas pare di ascoltare Jarabe De Palo in eroina. E con questo ho detto tutto.
Che poi, quando vuole, riesce anche a rappare e creare cose serie: peccato che lo faccia ancora troppo raramente, e che anche quando questo avviene, quasi sembra -l'ho già scritto- di trovarsi in un disco di Doom. E questo fatto, deprecabile in sè e per sè, lo diventa ancor più se si prendono le sue strofe di Auditorium e le si paragonano all'80% di ciò che resta. Come si suol dire, il ragazzo è intelligente ma non s'impegna.
Conclusione: come basi direi che Ecstatic è valido, specialmente nella prima parte; come liriche è invece già più debole, cosa che da Life In Marvelous Times in poi raggiunge talvolta vette di surrealismo e puro e semplice orrore. In altre parole, da un lato considererei questa sua opera come un passo avanti nella giusta direzione, ma dall'altro anche come una delusione: la sua convinzione di essere bravissimo a far altro che non sia rappare, unita ad una voglia di sperimentazione cieca che talvolta raggiunge picchi di velleitarietà imperdonabili, alla fin fine rovina l'ascolto nel suo complesso. Ciò nonostante l'album fila -non chiedetemi come- per cui diciamo che gli affibbio un tre e che non se ne parli più (sarebbe un quattro scarso se si fosse limitato alle prime 8 canzoni più un paio della seconda metà).



I SELF DEVINE - SELF DESTRUCTION (Rhymesayers, 2005)

lunedì 14 settembre 2009

Non mi ricordo l'esatto motivo per cui qualche mese fa decisi di comprare questo solista di I Self Devine (non è un refuso, si scrive con la "E"), probabilmente perchè l'avevo trovato nella solitamente cessosa cesta delle occasioni di Amazon che veniva via a du' lire, ma insomma, fatto sta che decisi di acquistarlo come corollario di un ordine più importante. Il mio scarso entusiasmo era dovuto al fatto che all'epoca felice delle mie lunghe domeniche passate su Soulseek alla ricerca di roba nuova m'ero imbattuto in questo album, che dal mio punto di vista presentava delle credenziali di tutto rispetto: produzioni di Jake One e Vitamin D -più Ant e Bean One, dei quali però poco me ne poteva frega'- ovverosia il duo che aveva contribuito in maniera determinante a farmi amare alla follia Layover di Encore. Senonché, come sovente avviene, dopo una serie di ascolti ripetuti m'ero reso conto che alla fin fine il prodotto era sì caruccio ma infinitamente inferiore alle mie aspettative. Che il tempo m'abbia portato a rivedere la mia opinione? Vediamo.
In primis: chi è I Self Devine? Beh, è un menbro dei Micranots. Questo è quello di cui sono a conoscenza e di più non so dirvi, nel senso che anche questo gruppo l'ho filato in via sempre molto tangenziale e ad oggi non ne conservo alcun tipo di ricordo. Ciò detto, la sua pagina di Wikipedia (palesemente redatta da qualcuno della sua cricca) m'informa sulle origini losangeline del nostro, che però ad un dato punto della sua vita s'è trasferito a Minneapolis, città che vedrà poi i suoi successi come MC. Bene, basta così con le note biografiche, anche se tutto sommato sono piuttosto interessanti e da tenere in considerazione quando si ascolterà per la prima volta questo Self Destruction.
Un disco, questo, che rientra a pieno titolo nella sottocategoria dello street conscious -à là Immortal Technique, per intenderci, senza però l'impostazione socialista- e che perciò implica da parte del Nostro una conoscenza sia degli aspetti più ghettusi della vita che di quelli teorici. Spesso le due cose s'intrecciano nelle liriche di Devine, e bisogna dire che malgrado un'impostazione talvolta eccessivamente didascalica, la chiarezza di vedute e d'opinioni non gli difetta di certo. Oltre tutto, certi argomenti come l'uso della parola "nigga" o il machismo imperante nel rap vengono affrontati con indubbia onestà e, perchè no, coraggio; un fattore determinante per la valutazione positiva del risultato nel suo complesso, perchè fa sì che si releghi la più pura creatività in secondo piano a favore dell'esposizione di temi in sè non originalissimi ma di certo non sufficientemente dibattuti.
Ciò detto, però, il problema che ho personalmente è con il suo stile e con il suo flow staccato: è infatti vero che questo tipo di rappata, se unita ad una voce piuttosto carismatica, risulta propedeutica all'attrazione dell'attenzione dell'ascoltatore. É però anche vero che -salvo un paio di punchline ben messe- l'ascolto non risulta particolarmente elettrizzante, al punto che spesso l'impressione è che beat e MC viaggino su due binari separati. Basta fare la controprova: prendete Getcha Money o Live For The Moment, in cui il connubio funziona benissimo, e paragonatele a una This Is It o una Feel My Pain; la differenza che si noterà è che nelle prime due lo stile e l'enunciazione di Devine s'incastrano bene nella trama del beat, mentre nel secondo caso fanno a pugni. E come ultima prova del nove direi di prendere Sex Sex Sex, in cui il Nostro smolla un po' la sua tecnica usuale favorendo maggiori incastri a dispetto dello sovraenunciazione di cui sopra e che, guardacaso, funziona a meraviglia. Insomma, non so che dire se non che è un peccato; fermo restando che lui non sarà mai Rakim, ci sono occasioni in cui dimostra di saperci fare -a prescindere che questo modo di rappare a me piaccia o meno- e, se aggiungiamo che contenutisticamente Self Destruction è piuttosto spesso, viene da chiedersi come mai non abbia saputo dimostrare maggior sensibilità nella scelta dei bet.
Beat che, come già dicevo, sono affidati a "sole" quattro persone: Jake One, Vitamin D, Ant degli Atmosphere e Bean One. Ebbene, benchè i nomi ci siano tutti, lasciate che riassuma il mio giudizio in due parole: "tutto qua"?. Già, il punto è che Self Destruction è ben prodotto, si vede che è gente che ci sa fare, ma... per l'occasione il tutto sa di manierismo. Sono davvero poche, pochissime le tracce capaci di restare nella memoria in quanto dotate di quel qualcosa di particolare: nella fattispecie si tratta di Getcha Money On ed il suo angosciante (in senso positivo) campione, Live In The Moment ed il bel passo che prende grazie a beat e note di piano, ed infine I Can't Say Nothing Wrong col suo sample di roots reggae che bene s'accompagna a batterie e rappata. Tolte queste, si viaggia nel regno della caruccierìa; e finchè si cerca un sottofondo mentre si è intenti a far altro la cosa può anche andare bene -chi mai si lamenterà di un po' di soul, un quid di funk e l'eventuale pestone?- ma nel momento in cui si dedica attenzione all'ascolto (e ovviamente Devine vuole che ciò avvenga) chiunque avente alle spalle anche solo cinque anni di esperienza di rap sarà facilmente portato allo sbadiglio. Non so come spiegarmi: in teoria va tutto bene, ma nella pratica si esce come dalla visione di un film onesto ma privo di grandi peculiarità.
E questa mancanza di "personalità sonora" danneggia molto un album che avrebbe potuto essere perlomeno valido -ottimo comunque no- e che presenta comunque alcuni pregi, primo fra tutti lo sforzo concettuale fatto dall'artista. Insomma, è noiosetto, e questo è quasi peggio che avere cinque tracce belle e cinque porcherie indegne. Dategli una chance se siete in vena di provare e anche perchè due-tre cose da inserire in un micsteip stagionale ci sono, ma sennò si può anche comodamente glissare.



CORMEGA - THE REALNESS (Legal Hustle/Landspeed, 2001)

venerdì 11 settembre 2009

E con Cormega eccoci anche oggi all'ormai quasi consueto appuntamento con il rinfrescamento della memoria: pur non avendo conosciuto il successo nel corso degli anni '90, egli è uno dei pochi artisti ai quali ancor'oggi faccio affidamento (come e più dei mostri sacri di quella decade) perchè so perfettamente che non se ne uscirà con cagate fatte tanto per fare. Il suo nuovo album uscirà il 20 ottobre e potete star certi che lo comprerò a scatola chiusa, vuoi anche solo per il suo curriculum artistico, che volentieri definisco ineccepibile. Con questo non voglio dire che abbia prodotto dei classici in senso stretto, ma che la sua consistenza nel sfornare ottimi dischi a tutto tondo senza intervallarli da inutili mixtape o orpelli di questo genere è pressoché unica. E in tutto questo getto anche la sua padronanza della scrittura che, mescolata ad un'onestà non comune e -pare- un'intelligenza non comune, lo rende uno dei pochissimi artisti che prendo sul serio e che ascolto con estrema attenzione.
Alla luce di questo è per me quasi scontato che abbia intitolato il suo esordio ufficiale The Realness, perchè per una volta tanto questo titolo roboante corrisponde a verità oltre che descrivere in genere ciò che si troverà nell'album. Album che, pur con le sue magagne e le sue imperfezioni, non esito a definire essenziale per chiunque nutra una passione per questo genere musicale e, più in generale, per buona musica a cui corrisponde personalità.
Liberiamo il campo dai dubbi: The Realness è secondo me lievemente inferiore al successivo The True Meaning, ma non per questo vale meno. A rendere possibile questa apparente contraddizione è 'Mega stesso, che nel corso di 50 minuti ci porta a braccetto nella sua realtà come solo i migliori affabulatori -e intendo questo termine nella sua accezione più positiva- sanno fare. A partire dall'intro fino a giungere a They Forced My Hand egli ci racconterà di compagni morti, di vita nel Queensbridge, di rivalità, di galera e in generale di tutto ciò che ha contribuito a renderlo la persona che è. Non mancheranno i momenti Amarcord, dai quali traparirà una evidente nostalgia anche quando narrerà degli eventi non esattamente edificanti che potevano aver luogo in un ghetto americano durante gli anni '80. Insomma, grossomodo la stessa formula (anche se è offensivo definirla tale) che affinerà poi in True Meaning, ma che già in questa versione "adolescente" risulta capace di coinvolgere l'ascoltatore.
Un coinvolgimento che avrà l'effetto secondario di far notare, oltre all'eccellente scrittura ed ampiezza di vocabolario, una tecnica buona anche se non immacolata. Qualche sbavatura quà e là la si trova, più che negli aspetti tecnici, però, in quelli strettamente legati all'esperienza; vale a dire che talvolta la pausa ad effetto c'è dove non ci dovrebbe essere e viceversa, oppure in un passaggio si dilunga troppo su certi aspetti tralasciandone altri, oppure ancora si ripete (non letteralmente, ovvio) in due canzoni. Sciocchezze, se vogliamo, ma di cui tenere conto se vogliamo giudicare la sua crecita artistica prima ancora che The Realness stesso.
Ciò comunque non inficia più che tanto l'ascolto dell'album dal versante lirico; a farlo sono casomai i beat che, analogamente a quanto avverrà nell'opera successiva, hanno fin troppo la tendenza a suonare di già sentito. E questa tendenza si manifesta nel modo più prevedibile possibile: molti campioni sono stranoti a chi ascolta rap da qualche tempo. Qualche esempio: Fallen Soldiers è Beggar's Song (It's Like That di Jay-Z); Unforgiven è Un Bon Son ecc. degli IAM; You Don't Want It è Alone In the Ring (Victory di Puff Daddy) e via dicendo. Ora, non per questo le suddette canzoni sono brutte o che; semplicemente suonano, diciamo, famigliari e questo comporta inevitabilmente una minore longevità. Peccato, perchè quelle che invece suonano freshe vengono a questo punto un po' penalizzate, nel senso che si fatica un po' più ad ascoltare il disco di filata; tuttavia, autentiche chicche come Thun & Kicko con Prodigy, They Forced My Hand con Tragedy (pezzo migliore, non c'è discussione), The Saga o la ghost track Killaz Theme Pt.II lasciano il marchio. Insomma, per quanto alcuni beatmaker si siano un po' impigriti, alla luce dei risultati direi che la media è medioalta/alta: pur non essendo nomi notissimi (J-Love, Spunk Bigga, Sha-Self, Ayatollah...) questi dimostrano buone capacità, tant'è che l'unico a fallire è Alchemist ed il suo remix di Fallen Soldiers, in sè e per sè non brutto ma incompatibile con tema e rappata di 'Mega.
Che altro dire? Come esordio direi che Realness è davvero molto buono ed in fondo dimostra quanto l'attesa necessaria per vedere pubblicato un disco di Cormega non sia stata vana; rispetto a Testament la crescita artistica è sostanziale e, pur non possedendo nè la ruvidità di quest'ultimo, nè la pulizia di The True Meaning, direi che non possederlo sarebbe quantomeno delittuoso. Oscilla insomma tra il tre e mezzo ed il quattro, ma voglio essere generoso. promosso.




VIDEO: R U MY NIGGA