EMC - THE SHOW (M3 Hip Hop/Traffic Ent., 2008)

lunedì 5 ottobre 2009

Nel fine settimana testé trascorso mi è stato chiesto se potessi recensire qualcosa di Masta Ace o, meglio ancora, il disco degli EMC -cioè il gruppo composto appunto dal veterano di Brooklyn assieme a Punchline, Wordsworth ed il semiesordiente Stricklin'. Diciamo che, pur soddisfacendo la richiesta, avrei preferito che questa mi fosse giunta all'alba del loro debutto perchè oramai mi sono già formato un'opinione ben delineata e, aggiungo, non è delle più lusinghiere.
Come al solito, ciò è dovuto in parte a fatti concreti -il prodotto nella sua nudità, insomma- ed in parte da fattori terzi quali aspettativa e potenzialità inespresse. Volendo cominciare da queste ultime, mi aspettavo molto dall'album: sia liricamente che musicalmente, dato che i trascorsi di Ace e tutto sommato anche quelli di Wordsworth lasciavano ben sperare. Ovviamente, conoscendo abbastanza bene i membri, mi ero pure fatto un'idea di massima di come avrebbe potuto suonare il tutto: qualche pestone, molte cose più lente e viranti verso il soul, ed una buona dose di riflessività mista a humor. Ebbene, per quanto riguarda l'emceeing direi che grossomodo ci siamo, mentre come basi purtroppo no, almeno in parte.
Sulla carta infatti il piatto pare ricco: Ayatollah, Marco Polo, Nicolay, The ARE (K-Otix) ed un altro paio di esordienti o semisconosciuti come Frequency, Quincy Tones e J!. Insomma, non esattamente un dream team ma comunque qualcosa capace di stuzzicare gli appetiti, giusto? Giustissimo, peccato che alla fine il materiale sia mediamente scialbo, privo d'incisività e comunque fin troppo omogeneo; le poche eccezioni in cui i produttori riescono a farci uscire dal torpore sono purtroppo danneggiate dalla consueta abbondanza di skit tipica dei progetti di Masta Ace e, per l'appunto, dal brodino di soul generico che ci tocca sorbire per una buona ore e un quarto. Andiamo infatti a spiluccare la tracklist, e lasciando fuori dai conti i sette interludi ci restano 17 tracce in cui il ricorso al campionamento del soul è pressochè completo; di queste secondo me quelle che risaltano si contano sulle dita di una mano e sono Who We Be, Traffic, EMC (What It Stands For), Winds Of Change e Once More. E quel che è peggio è che non solo sono un po' poche, ma soprattutto che il loro risalto non è così accecante come l'era Beautiful sull'ultimo di Ace, semplicemente si fanno notare perchè portano uno spiraglio di luce nella monotonia data dal resto dei beat.
A Who We Be, per esempio, basta campionare per la zilionesima volta le prime due note di piano Holy Thursday di David Axelrod per guadagnare un che di classe, e per quanto l'immaginazione non sia esattamente la cifra di questa produzione del croato Koolade, è indubbio che l'atmosfera da club jazz faccia sempre la sua porca figura. Traffic, dal canto suo, gira bene perchè è uno dei pochi casi dove un taglio di campione soul che favorisce i soliti archi e delle batterie mediamente potenti non annoia -cosa rara- ed anzi si sposa alla perfezione con il tema della canzone; più facile è invece indovinare perchè EMC (What It Stand For) colpisca nel segno, ed è semplicemente perchè è un pestone ben fatto di Nicolay, che usa l'accortezza di lavorare più sul suono e la potenza di basso e batterie che non sul campione che, venendo mantenuto minimale, non da quell'impressione di sovraproduzione che risulterebbe letale data la natura vocale rilassata del quartetto. E, per finire, Winds Of Change -che vivaddio non campiona gli Scorpions- brilla per il campione di xilofono, chitarra e piano (ammetto tuttavia che lo trovo un po' melenso), mentre Once More mescola con una certa abilità boombap e sample di basso volume, per intenderci quello che soteva trovare nei dischi dei De La e dei Tribe della seconda metà degli anni '90.
Tolte queste, francamente non trovo le parole per descrivere singolarmente il resto dei beat... o meglio, le trovo anche ma non sono proprie dell'ambito musicale; mi verrebbe infatti da definirle, nella migliore delle ipotesi, mortalmente noiose e/o prevedibili. Il manierismo di certe formule che già nel 2003 non erano proprio una bomba qui diventa esiziale, come per dire il campione ripetuto ad nauseam di Leak It Out (paragonata a Heart Of The City, che usa anch'essa Bobby Bland, fa doppiamente pena) oppure, peggio ancora, l'allungo di una sezione di sample per tre misure con lo scorrimento per intero nella quarta (cfr. Say Now): una roba che funziona solo se questo è davvero particolare e, ovviamente, non è questo il caso. Ma può anche andare peggio: Git Sum ad esempio è bombastica e potrebbe andare bene per altri (all'ospite Sean Price calza difatti a pennello), ma visti gli stili rilassati e le voci abbastanza alte dei quattro appare esagerata, fuori luogo; analogamente, The Show è un tale pot-pourri di suoni che appare quasi paradossale che non riesca ad esprimere né una melodia, né una potenza, niente di niente al di fuori di una generica cacofonia.
Ma se l'album alla fin fine fallisce -perchè secondo me questo fa, andando ben oltre la semplice delusione personale- la colpa è sì principalmente dei beat ma anche di alcune scelte non esattamente felici da parte dei quattro. Tra queste annovererei prima di tutto l'abuso di ritornelli cantati dozzinali (Feel It, U Let Me Grow, Make It Better) o inserimenti esterni che -pur essendo chiaro il loro ruolo nella struttura dei pezzi- spezzano il fluire della canzone (nuovamente We Alright, Don't Give Up On Us); senza di essi molte di queste non sarebbe nemmeno tanto malvagie. A queste sviste aggiungo poi naturalmente gli skit, che stavolta sono davvero pretestuosi in quanto presentano The Show come se fosse un concept album, cosa che invece non è, e come ultima cosa in ordine d'importanza devo denunciare la prolissità del lavoro. Daje e daje, inevitabilmente viene da scremare almeno un quarto delle strofe.
Tuttavia, malgrado queste serie magagne, the Show riesce a salvarsi in corner dalle mie personali macumbe in quanto prima di tutto i quattro son bravi a rappare, non si scappa. Forse le prestazioni memorabili dei solisti non ci sono, ma nel complesso l'emceeing è valido ed apprezzo inoltre il fatto che si siano sforzati di trovare dei singoli concetti che andassero oltre la prevedibile autoincensazione. Non per ultimo, benché le canzoni presentino spesso critiche nei confronti di comportamenti derivanti dalla mercificazione dell'hip hop, resta sempre una buona dose di humor ed autocritica, specie da parte di Wordsworth e Stricklin.
Da qui a definire questa raccolta di pezzi un buon album ce ne passa, certo, e a mio modo di vedere le cose si poteva far molto di meglio; ma se proprio siete in crisi d'astinenza da Masta Ace e comunque avete voglia di sentire qualche canzone carina, in attesa di Arts & Entertainment provate a dare un ascolto a questo The Show. Come diceva quello: meglio di niente.




VIDEO: EMC (WHAT IT STAND FOR)

DJ SPINNA - SONIC SMASH (High Water Music, 2009)

venerdì 2 ottobre 2009

Che DJ Spinna sia uno degli alfieri di quella che alcuni definiscono (con toni un po' tanto giornalistici) "true school" è cosa nota da quando nei tardi anni '90 si faceva notare come mixtape DJ in alcune raccolte di materiale che definire "underground" sarebbe poco, come ad esempio un paio di mix/sampler della ormai defunta Nervous Records. Tuttavia, a differenza di tanti nostalgici ancora in giro oggigiorno, vecchi e nuovi, egli ha sì saputo mantenere il suo stile ricercato di chiara matrice "classica" ma riuscendo sempre a farlo evolvere in nuove direzioni e senza tornare a soluzioni già viste e riviste. Una conferma di questo percorso la si ha in questa sua ultima fatica intitolata Sonic Smash (a chi dovesse essere sfuggito, gli incursori anali della cover sono tappi per le orecchie), che per l'appunto si distacca dalle sue precedenti opere infuse da soul e jazz per avventurarsi verso atmosfere più fredde ed apparentemente distanti dal suono organico mantenuto in passato. Ciò significa che abbiamo un nuovo Black Milk? Assolutamente no, perchè la miscela ideata dal DJ/produttore di Brooklyn è assolutamente originale e presenta diversi aspetti che se all'inizio potranno lasciare un po' freddi persino i suoi più grandi fan, con in tasca più e più ascolti diverranno facilmente motivi d'interesse e ovviamente di plauso.
Diversamente però da molti altri suoi colleghi, che hanno dato alle stampe raccolte in cui le persone coinvolte erano già note ai più (Marco Polo, DJ JS-1, Jake One ecc.), in Sonic Smash si ha un equilibrio tra relative celebrità quali Phonte, Torae ed Elzhi e completi sconosciuti come Fresh Daily, Sputnik Brown e Señor Kaos. Il risultato è quindi che, pur trattandosi sempre di artisti dall'analoga ispirazione, si mantiene una certa coerenza di pensiero ma s'introduce anche una certa curiosità che sta poi alle abilità dei singoli saper soddisfare. In tal senso, devo dire che a fare la parte del leone sono più gli esordienti o comunque i semisconosciuti, a partire dai Sputnik Brown per giungere a Dynas passando per P-Casso (che nomi, però...); Elzhi infatti soffre la mancanza di un beat incisivo, Shabaam Sahdeeq viene interrotto da un cantato troppo lungo di tal Erik Rico (ebbasta con 'sti ritornelli) e Phonte pare narcolettico -più del solito, voglio dire. A conti fatti, Torae è l'unico a tirar fuori una performance coi controcoglioni e grazie ad essa trasforma un 2009 per lui già positivo nell'anno della sua consacrazione come MC.
Tuttavia, queste mancanze sono tutto sommato relative e non inficiano la qualità dell'ascolto nel suo complesso, semplicemente si limitano a rallentarne un po' il tiro. Nell'insieme Sonic Smash si presenta come un ottimo prodotto dal punto di vista lirico, grossomodo strutturato in tre parti: la prima è dedicata alla condanna dello stato attuale dell'hip hop, la seconda tende più ai temi classici del rap fatto per il gusto di fare rap, mentre la terza prende una piega che varia da un certo intimismo a commenti sociopolitici. Una miscela non geniale in sè e per sè ma comunque capace di donare vita ed omogeneità ad un tipo di album che facilmente potrebbe perdersi nello spirito da compilation.
Ma a fare da collante non c'è solamente una strutturazione abbastanza logica e le comuni ispirazioni degli MC, ma soprattutto il lavoro di Spinna, che al di là della sua riconoscibilità ed originalità segue passo per passo l'architettura concettuale data dai testi. E così si passa gradualmente dai primi beat più improntati a picchiare sui woofer agli ultimi, decisamente più rilassati e rifiniti nell'uso dei campioni. Quest'ultimo aspetto è forse quello che più si potrebbe avvicinare al taglio classico del Nostro (Still Golden o More, ad esempio), mentre quello più algido dei primi beat prende il posto delle sue cose più uptempo e si rivela a mio modo di vedere l'aspetto più interessante di Sonic Smash. Ora: pur riuscendomi difficile identificare le origini dei campioni -come sempre, nel caso di Spinna- in New York questi mi viene incontro scegliendo di campionare le prime note di Beat It (che i coglioni delle radio italiane tagliano sempre, mi viene da aggiungere) e la cosa funziona che è un piacere: ritmo sostenuto, atmosfera cupa ed un Kriminul in ottima forma giustificano la scelta del pezzo quale primo singolo. Tuttavia, in base ai miei gusti io avrei spinto più la fantastica Making Your Way In The World, che è caratterizzata da un campione di musica giapponese stile teatro Kabuki e soprattutto da una sezione ritmica in cui si nota tutta la bravura del Nostro: certo, di per sè potrà anche essere semplice e quadrata, ma il lavoro fatto sulle batterie e sulla pienezza del basso è da sentire per poter essere apprezzato, e la scelta di invitare Breezly Brewin' e J-Treds si rivela impeccabile. La cura nell'equalizzazione e nel saper far suonare i campioni riaffiora comunque in più parti, e così anche l'ottima More di Dynas (che campiona lo stesso pezzo di Runnin', nella sua versione originale dalla colonna sonora di One Million Strong), l'eterea Lights Out (titolo azzeccatissimo) e la sottilmente pestona Lyrics Is Back guadagnano un valore aggiunto che le trasforma da "buone idee" a "magnifiche realizzazioni". E questi sono solo alcuni esempi per dire che pressoché tutte le tracce godono del trattamento Spinna, e ciò consente di apprezzarle sia in un modo più superficiale -melodia e cose così- sia in uno più accurato, che trova nell'ascolto in cuffia il modo migliore per godere del talento del Nostro.
Tant'è vero che stamattina, venendo in ufficio a piedi, a momenti mi veniva da sperare di lavorare a lecco anziché in Cadorna. E questo non solo perchè sono abbastanza nerd da entusiasmarmi come un bambino scemo di fronte al flanging, che m'è sempre piaciuto e che in Sonic Smash ha un ruolo da protagonista, ma anche perchè alcuni pezzi che non reputo un granché se ascoltati a casa (pur avendo un buon impianto) in un paio di cuffie serie acquistano nuova vita. Ecco perchè non me la sento di puntare il dito contro i pezzi che non mi piacciono: così come all'inizio molte cose di SS mi hanno deluso salvo poi entusiasmarmi, non pongo limiti alla divina provvidenza e reputo possibile che a seguito di ulteriori ascolti anche More Colors o Melody possano guadagnare punti. Ne consegue che anche il voto che do è da ritenersi passibile di modifiche; ora come ora, viaggerei sui tre zainetti e mezzo, ma calcolando che un mese fa ero sui tre voglio osare un quattro. In ogni caso, a prescindere dalla pur necessarie semplificazioni numeriche, Sonic Smash è da prendere al volo.




VIDEO: NEW YORK

DJ JS-1 - GROUND ORIGINAL 2: NO SELLOUT (Ground Original/Fat Beats, 2009)

giovedì 1 ottobre 2009

Tanto per calmare un po' le acque, oggi vi servo un piatto che già solo per digerirlo sulla carta ci metterete un po': Ground Original 2 di DJ JS-1, secondo album "solista" del diggèi ufficiale della Rocksteady Crew nonchè nativo del Queens, in cui oltre a farci dono di ben diciannove tracce ci regala qualcosa come una cinquantina di ospiti (!) che vanno a coprire in maniera piuttosto completa tutto l'underground attualmente attivo e volto al suono nuiorchese della seconda metà degli anni '90. Sean Price, Pharoahe Monch, Large Professor, Blaq Poet, AG, Ill Bill, Kool Keith, Aesop Rock, Sadat X, KRS One, Chino XL... pensate ad un nome e state pur certi che nel 99% dei casi lo troverete qui dentro, magari all'interno di una posse cut che avete sognato per anni. Perchè, com'è ovvio vista la quantità di gente coinvolta, GO2 è una grande raccolta di posse cut unite solamente dalla comune estrazione degli artisti e dallo stile di produzione ultraortodosso di JS. E se vi dico che pur essendoci inevitabilmente momenti in cui i risultati tradiscono le promesse, ammetto di aver trovato il tutto comunque digeribile ed in fin dei conti godibile - cosa che invece non era avvenuta con il predecessore.
Da dove cominciare? Nuovamente, non so quanto senso possa avere esaminare l'album traccia per traccia, ma al momento non mi viene in mente un'idea migliore, perciò partiamo col dire quali sono i pro di questo behemoth di album. Nuthin' ne fa certamente parte, per esempio: per quanto infatti l'abbiamo già sentita sul buon disco di Sadat X, anch'esso uscito quest'anno e anch'esso prodotto da JS, riascoltarla farebbe piacere in ogni caso ma in più qui ci vengono offerti un beat nuovo (bello) ed una strofa extra da parte di Brother Ali, che oltre ad essere valida in sè e per sè calza a pennello con il beat e soprattutto con le prestazioni di 'Dat e CL Smooth. Beat elegante, questo, con un tocco di soul non invasivo; quindi questa canzone non solo era una delle migliori di Brand New Bein' ma lo diviene immediatamente anche di Ground Original 2. Ad essa bisogna poi assolutamente aggiungere Karma Killerz, che al di là del titolo idiota ci regala una combo prevedibile ma azzeccata costituita da Aesop Rock, C-Rayz Walz e Vast Aire. Tutt'e tre gli MC danno il meglio di sè e appare evidente come abbiano sentito la pressione della competizione sulle loro spalle, col risultato che le loro tre strofe risultano eccellenti e vanno ad incastrarsi in maniera impeccabile su un campione breve ma azzeccato di xilofono che conferisce al tutto un'atmosfera etera. Ciliegina sulla trota, poi, il ritornello scratchato, che come al solito si dimostra una scelta sicura e vincente.
Non da meno è poi l'attesa collaborazione tra O.C. e Pharoahe Monch (niente Prince Po, peccato), che alla fin fine soddisfa anche i palati più esigenti, e addirittura sorprendente reputo una delle poche prove soliste di tutto il progetto: M.O.B. Per questa viene infatti invitato il solo Vinnie Paz, e per quanto spesso lo reputi ormai un po' tanto sopra le linee, qui, su un beat dal taglio rocchettone ma sobrio (non The One dei Slaughterhouse, per intenderci) che è fatto apposta per lui, fa meraviglie: saranno solo due strofe ma, perdio, quanto gli son venute bene. Ne volete ancora? Sparatevi allora Brainbender, che quasi ci fa scordare quell'oscena reunion dei Ultramagnetic MC's di qualche anno fa (ma Moe Love e Tim Dog che fine hanno fatto?) grazie ad un beat perfetto ed ulteriori contributi che provengono da Prince Po e Canibus. E già che siamo in tema, direi che anche il Queens anthem che ci viene proposto da Craig G, Blaq Poet, Trez, Jak D e Noyd si difende bene.
Ma poi -beh- poi qualche problema comincia a saltare fuori manifestandosi una volta coi beat, l'altra con le liriche o gli abbinamenti, oppure addirittura in tutti i campi. Prendiamo Murder, ad esempio: la base non è esattamente originale, ma Chino XL e Sean Price si comportano bene. E proprio mentre tutto sembra chiudersi nel migliore dei modi possibili, mica ti salta fuori Killah Priest con una delle più madornali collezioni di minchiate da lui mai scritte? Non solo infatti sembra che stia rappando su un altro beat, che già lì ti cascano le braccia, ma per giunta incomincia a parlare di MC scarsi, poi vaneggia di pianeti e connessioni col cosmo che lui avrebbe (a metà tra raeliani, Scientology e Sun-Ra) ed infine torna a dire che lui è figo e gli altri no. Prego!?! Clear & Present Danger, invece, così come del resto I Don't Mind e Bang Da Underground soffre di una base fin troppo prevedibile (sia come campione che come batterie) che si traduce in monotonia impossibile da salvare dai soli soli MC; per converso, Sum Rap Shit e Runnin' This vedono delle strofe francamente non molto brillanti (e mi rendo conto che ormai Termanology non lo reggo praticamente più) affossare basi in sè e per sè valide o quantomeno accettabili; infine, last but not least, c'è qualche caso in cui sorge il sospetto che un po' tutti i personaggi coinvolti si fossero bevuti il cervello: I Knew A Girl, con gli EMC, è incircolabile sotto ogni aspetto e merita la palma di "cazzatona col botto" di Ground Original 2, ma anche la successiva What's Happening in quanto a fiaccume generale non si difende male (ed è strano, perchè quantomeno Wordsworth solitamente non delude).
A ciò aggiungiamo anche un'indubbia prolissità del tutto, una pesantezza inevitabile (con cinquanta MC te credo) ed alcune collabo deludenti (AG+EdO.G+Craig G, Akrobatik+J-Live+Supastition+Pack FM) ed ecco che le lacune cominciano ad allargarsi considerevolmente. Perciò non resta molto da fare se non dare un tre netto al tutto, e ciò mi dispiace perchè comunque molte canzoni belle ci sono; purtroppo questa bontà viene diluita da altrettante passabili e purtroppo altre ancora che invece avrebbero fatto meglio a restare sulla carta. Ma malgrado il voto basso vi consiglio comunque di ascoltarlo, perchè è indubbio che cose di vostro gradimento le troverete e, soprattutto, queste difficilmente potranno ripetersi nel prossimo futuro: Large Pro che fa una canzone bella succede, ma che la facciano OC e Pharoahe Monch? Difficile.

[Nota a parte: fossi in voi, il disco lo comprerei originale non solo per i motivi di cui sopra, ma anche perchè sul secondo CD trovate tutte le strumentali e tutti gli a cappella delle canzoni a 320kbps. Questo cosa significa? Significa che se siete dei nerdoni come me potete sbizzarrirvi a combinare i vari elementi in base ai vostri gusti e quindi a rifarvi il disco come lo vorreste voi -ovviamente con qualche limite. A parte trovare questo comunque divertente e, volendo, pure utile -Killah Priest nella mia versione di Murder è misteriosamente scomparso- reputo che sia uno dei pochi casi dove i bonus di questo genere siano davvero delle figate. Non so se inserire quest'aspetto nel voto complessivo del disco, non credo sia corretto, ma sappiate che volendone tener conto il voto da tre diventa quattro. Non ho dubbi in merito.]



GROUP HOME - LIVIN' PROOF (Payday/FFRR, 1995)

mercoledì 30 settembre 2009

In Italia la meritocrazia, si sa, non è una delle virtù più diffuse e rispettate né dal popolo, né men che meno dalla classe dirigente. Ogni giorno però si sente qualcuno lamentarsi di questa situazione ingiusta, indice di una nazione al suo tramonto eccetera eccetera; come sempre avviene nel Belpaese, stando a sentire le discussioni nei bar, è puntualmente il prossimo ad essere un corrotto/un tirapiedi/ un incompetente e via dicendo e quindi che morte lo colga. Ciò che però secondo me non si tiene in considerazione è che fare strada essendo privi di qualità non è per nulla facile e sovente richiede secondo me più sacrifici che sbattendosi avendo a disposizione solo il proprio cervello. Un esempio su tutti: Noemi Letizia, per presentarsi al festival di Venezia assieme ad una sorta di becero magnaccia cocainomane con la maglia di Jack lo squartatore, ha probabilmente dovuto spompinare (pardon: "essere carina") un ultrasettantenne bavoso, lubrico, rozzo e pieno di sè. Personalmente, per fare ciò reputo che ci voglia molto più fegato che seguire un corso di laurea decennale in medicina. Ecco, analogamente, nell'hip hop capita che per finire su un album della celebrità di turno si debba fare persino di peggio: nel caso dei Group Home, per dirne una, uno era un pugile di strada e l'altro un nano cattivissimo ed entrambi svolgevano le veci di guardiaspalle non ufficiali di Guru. Sarà mica una bella vita, quella?
Ora, Guru, non essendo nemmeno consigliere comunale, chiaramente non poteva premiare Melachi The Nutcracker e Lil' Dap "all'italiana", e pertanto probabilmente ecco cos'è successo: non nuotando nell'oro, e stufatosi di avere il duo tra i piedi, avrà preso da parte Primo dicendogli che urgeva trovare qualcosa da fare a quei due scoppiati. Un bel disco era la cosa più logica, ma il problema è che dei due uno sapeva a malapena stare a tempo e l'altro come rapper valeva ben poco. Che fare? Ma è molto semplice: dargli una raccolta di beat pressochè perfetta e far sì che questi riuscissero nell'ardimentosa impresa di coprire le abissali lacune liriche di Dap e Melachi. Ebbene, io credo che chiunque si sarebbe tirato indietro di fronte ad una fatica simile, ma il Premier di quegli anni di certo non temeva le grandi sfide e così si buttò a capofitto sul campionatore, regalandoci così uno dei dischi meglio prodotti e peggio rappati di tutti gli anni '90. In questi quasi quindici anni, quindi, Livin' Proof è ormai diventato il paradigma di questo genere di prodotto, nonchè la dimostrazione definitiva che anche nel rap il ruolo coperto dalla musica è infinitamente superiore a quello dei testi.
E ciò diventa lampante fin dalle prime battute di Inna Citi Life: mentre la produzione è nella sua apparente semplicità assolutamente geniale (quei charleston, dio mio, quei charleston...), le prestazioni dei due variano dall'appena passabile di Dap allo scandaloso di Melachi, che ci regala piccole perle di liricismo come questa: "Ayyo nigga I flip, and jump I shift/ For shooting a nigga in the face for I shoot to give, check it/ Swing the mic live in trife do what you like/ I hit your moms in the head with a metal pipe". Imbarazzante, vero? A momenti il campione vocale di nas usato da Primo riesce a dare la paga a tutt'e due, figuratevi; e esattamente lo stesso avviene per la title track, in cui una cut di Inspectah Deck tratto da C.R.E.A.M. va a coronare uno dei beat più uptempo ed al contempo più sinistri di Primo e fa sperare a noi ascoltatori che da quella semplice barra possa nascere una strofa intera. Purtroppo così non è, e alla fine dobbiamo arrivare fino al gioiello nascosto dell'album, cioè Suspended In Time, per sentire delle rappate accettabili: queste naturalmente impreziosiscono l'insieme, ma resta comunque il beat a fare la parte del leone, con quel campione di vibrafono (almeno così pare) che, nella vena di quello di Come Clean, sa riproporre le atmosfere d'una metropoli sotto la pioggia con rara efficacia.
Purtroppo, però, sparse per le tredici tracce ci sono anche alcune produzioni inferiori all'eccellenza, come per esempio Sacrifice, Baby Pa o 2 Thousand, che se date in mano ad un Jeru sarebbero passate come comunque belle ma che, in balìa del nano e del tamarro, affondano miseramente in quanto incapaci di sostenere oltre un certo peso d'incompetenza. Nulla di grave: basta poi riprendere l'ascolto con le due ottime versioni di Up Against The Wall (dopo attenti ascolti preferisco il Getaway Car Mix, se vi può interessare) oppure il singolone Supa Star e ci si riprende come con un'iniezione d'adrenalina, però la macchia rimane. Per fortuna comunque qualche featuring c'è, e anche se non si può certo dire che nessuno di questi sia di alto livello (a parte Guru), un po' di diversità aiuta enormemente e così facendo salva Serious Rap Shit dallo scadere in puzzetta, mentre per quel che riguarda The Realness la inserisce per direttissima tra i pezzi da 90 di tutto Livin' Proof.
Tutto qui? Sì tutto qui: Livin' Proof è un disco che bene o male tutti conoscono ma che, e qui mi rivolgo ai pochi rimasti che ne ignorano l'esistenza, va assolutamente comprato. Perchè se da un lato è vero che gli do un generoso tre e mezzo, dovuto più che altro a questioni di stretta matematica (i beat son da 4 e 1/2, l'emceeing lasciamo stare che è meglio), è anche vero che malgrado tutto si lascia ascoltare da capo a fondo senza alcun tipo di problema. Dap e Melachi fanno cagare a spruzzo? Certo, ma a chi importa? Con basi come quella di Supa Star, Supspended In Time o Inna Citi Life a qualcuno importa ancora qualcosa?




VIDEO: SUSPENDED IN TIME

SLAUGHTERHOUSE - SLAUGHTERHOUSE (Koch, 2009)

martedì 29 settembre 2009

Vediamo di giocare a carte scoperte fin dall'inizio: se state leggendo questa recensione in questo blog è solo perchè una sorta di etica da giornalista m'impone di scriverla. Mi spiego: se un omosessuale riuscisse a partorire, anche l'Osservatore Romano sarebbe costretto a parlarne -magari in una spalla o un trafiletto in corpo 4, ma ne parlerebbe- in quanto trattasi oggettivamente una notizia. E così farò io, per quanto, piuttosto che scrivere di questo disco, preferirei prendermi a fucilate nelle rotule.
Che quest'album abbia infatti un valore che prescinde dalla musica è innegabile, e ciò si deve principalmente all'attezione ricevuta ben prima dell'uscita ufficiale: credo infatti che chiunque, non appena saputo che il quartetto di Royce The 5'9'', Joell Ortiz, Joe Budden e Crooked I avrebbe pubblicato un disco insieme, si sia fatto una sega pregustando una sorta di classico. Su internet i digiuni di liriche sbavavano copiosamente aspettandosi risultati all'altezza dei nomi dei quattro, e quando poi sono usciti i nomi di alcuni dei produttori coinvolti (Alchemist, Mr. Porter, DJ Khalil) mancava poco che la blogosfera implodesse sotto i colpi degli aggettivi iperbolici che si riuscivano a trovare per quest'opera. Poi però il disco è uscito, e in una settimana ha floppato così clamorosamente (18000 copie, non sui livelli degli MOP ma comunque un risultato deludente) che alcuni hanno ribattezzato l'intero progetto "Laughterhouse".
Personalmente, al di là del trovare divertente il gioco di parole, non sono rimasto colpito da questo fatto e, soprattutto, delle vendite non me ne potrebbe fregare di meno. In fondo, pur trattandosi davvero di un risultato deludente la cosa non mi tangerebbe minimamente ed in fondo credo di possedere più dischi detentori della targa d'alluminio che non bestseller. Oltretutto, il fenomeno del leaking ha oramai raggiunto proporzioni gargantuesche e sebbene ancora fatichi a capire dove si possa trovare il problema quando questo avviene pochi giorni prima del lancio ufficiale, pare che molte pubblicazioni ne risentano. O, per meglio dire, ne risentono le pubblicazioni che, come si usa dire in slang, «non beccano un cazzo». Con questo intendo dire che se un album merita, il leaking di breve termine può addirittura funzionare da pubblicità (vedi Raekwon), mentre se si tratta di un prodotto di qualità media questo ha il 50% di possibilità di influenzare le vendite; di conseguenza, se il prodotto è invece debole è ovvio che nell'immediato ne risulterà danneggiato. E questo è secondo me esattamente ciò che è successo con Slaughterhouse, che malgrado tutte le promesse di liricismo portato agli estremi livelli e blablabla alla fin fine è un dischetto che conferma il teorema che vuole il concetto di supergruppo come potenzialmente fallimentare.
Contrariamente a quanto ho sempre fatto con le mie recensioni, ovverosia entrare nel dettaglio pezzo per pezzo per tracciare infine un quadro complessivo, stavolta preferirei restare più sui generis e menzionare casomai le canzoni a mo' di esempio. Questo perchè Slaughterhouse presenta dei difetti ricorrenti così madornali che procedere in senso inverso comporterebbe una ridondanza noiosa forse più del disco stesso.
Veniamo al dunque: in teoria, un supergruppo dovrebbe consistere di svariati personaggi altamente competenti nelle loro diverse aree di specializzazione oppure ugualmente eccelenti nella medesima categoria. La prima opzione avviene solitamente in generi musicali come il rock o, in senso più ampio, nel jazz, dove servono più persone per craere un pezzo completo; la seconda invece trova la sua concretizzazione in tutti quei generi dove per creare la base musicale basta un unico individuo. In ogni caso, gli scopi principali sono gli stessi: in primo luogo cercare di riassumere la crème de la crème dei vari talenti coinvolti in un unicum, ed in secondo quello di spingere la competitività dei vari membri mentre al contempo dovrebbero di fatto essere obbligati a spingersi al di fuori del loro solito ambito di competenza. Ebbene, nel caso di Slaughterhouse si può anche essere d'accordo sul raggiungimento del primo obiettivo, mentre sul secondo non è posibile non ravvisare un fallimento su tutta la linea.
Io difatti non vedo un briciolo di alchimia concreta in alcuna di queste quindici canzoni, così come non vedo nessun tipo di voglia di provare a spingersi al di fuori di terreni già esplorati. L'unica cosa che c'è è la competizione interna -ed è meglio di niente, d'accordo- ma per il resto ognuna delle varie strofe potrebbe tranquillamente venire spostata sui rispettivi album senza alcun tipo di incongruenza; peggio ancora, non ci sarebbero problemi a vampirizzare, che so, tre strofe di Crooked I da tre diverse canzoni e riassumerle in un pezzo unico. Sarebbe pure facile, visto che comunque si spartiscono gli spazi in maniera regolare e prevedibile -16 barre a testa e avanti il prossimo- per cui... Ora, mi si potrà opporre che in realtà qualche pezzo un po' più strutturato che il semplice battle rap ci sia: The One, Pray o Rain Drops, ma trovo che sia un po' poco, nel senso che persino l'album della Firm era, pur nella sua bruttezza, un pochino più arguto in tal senso.
Altra cosa: il problema di questa gente è che persino all'interno del battle rap l'impostazione è sostanzialmente identica. In pratica ognuno di loro intende l'autocelebrazione allo stesso modo, e persino la logica delle loro punchline è fondamentalmente la stessa; ovviamente questo comporta un'omogeneità tale da essere accettabile per una o magari due posse cuts, ma per un disco intero? No. Ed infine, last but not least, a parte una minima di originalità nella scrittura mostrata in The One (in cui fanno giochi di parole, rime ecc. usando i nomi di gruppi rock), non vediamo nulla di tecnicamente più avanzato della forma "rima-rima-rima-punchline" o giù di lì. Cosa che in fin dei conti ti fa giungere alla fine dell'album -se uno ha la pazienza di farlo, s'intende- con addosso un velo di indifferenza che, nel momento in cui finalmente i quattro si aprono un po', ti fa dire "ma chemmifrega del vostro struggle, andate a fare nel culo!"
Ora, ammetto che forse sono un po' crudele, ma cosa ci volete fare? Alla fin fine l'ho pure comprato 'sto sottotazza ed ho tutto il diritto di smontarlo in tanti pezzi quanti sono gli euro che m'è costato. E se lo smonto con questa ferocia non è solo perchè il quartetto ha ampiamente dimostrato di non sapere da dove cominciare per fare un album a più mani, preferendo il pilota automatico "ché tanto sono bravo a rappare", ma anche perchè persino in quest'ottica miope non sono stati capaci di usare beat di qualche valore. Alla fin fine quelli che salvo, ma solo perchè per una volta tanto si prestano bene alle rappate, sono: Lyrical Murderers di tale Focus (semplice nota di piano, cupo, dal tono marziale); Microphone di Alchemist (batterie spezzate, giro di synth sinistro e campione di Rakim a far da ciliegina sulla torta); e, infine, Salute di Mr. Porter (il taglio blues del campione gli conferisce una certa sobria personalità). Stop. Per il resto vaghiamo o nel reame dell'anonimità oppure della cagata pura e semplice, con DJ Khalil che sorprendentemente svetta in questa disciplina (!): le sue The One e Cuckoo fanno incredibilmente pena, sia per la loro ripetitività che per la scelta dei campioni che, soprattutto, per la loro stupida fracassoneria fine a sè stessa. Non molto meglio va per Emile, anch'egli evidentemente rimasto intrappolato nel maelstrom della genricità che inghiotte tutto l'album; e se le sue Onslaught e Killaz sarebbero perlomeno passabili su un mixtape di uno scemo random di New York, spero di non sentire mai più le robe di Streetrunner se non su dischi di Juelz Santana o Smitty -tanto non li compro e almeno mi risparmio questo brodo di carenza d'orecchio, mancanza di gusto e personalità insulsa. E il resto? Passabile e basta, riempitivi che sarebbero accettabili in altri casi ma che qui non fanno nulla per risollevare le sorti di questa specie di mostro di Frankenstein musicale.
Insomma, per una volta tanto sono d'accordo con gli esiti commerciali: se Slaughterhouse non vende una sega nonostante il tam-tam mediatico è perchè è sostanzialmente un disco fatto male sotto pressoché tutti i punti di vista e che, personalmente, sconsiglio fortemente a chiunque abbia a cuore la salute delle proprie orecchie ma soprattutto dei propri testicoli. Tolte tre canzoni -di cui in realtà solo una mi piace davvero- il fallimento è pressoché totale, seppur in termini relativi. E sottolineo "relativi" per un motivo: perchè dopotutto, il minimo che si possa dire è che i quattro sanno rappare. Non c'è dubbio. Solo che non sanno fare canzoni e men che meno dischi, almeno come gruppo -paradossalmente, Bodega Chronicles o un Mood Muzik a caso si rigirano 'sta patacca come e quando vogliono, pur non essendo questi dei capolavori. Insomma, è solo per questa loro bravura tecnica che, in nome dell'oggettività, affibbio a Slaughterhouse un tre scarso; come esercizio di stile passa e si salva in zona Cesarini, ma come oggetto d'intrattenimento la sua unica fortuna è di avere una forma circolare e di poter perciò essere usato come frisbee al parco.




VIDEO: THE ONE

MIC GERONIMO - THE NATURAL (Blunt/TVT, 1995)

lunedì 28 settembre 2009

Tanto per abbandonare un po' le atmosfere più raffinate degli anni duemila, per l'occasione vorrei tornare a parlare del glorioso '95: ma non per scrivere di Liquid Swords, Cuban Linx, Infamous o altri (anche se so che prima o poi mi toccherà farlo), bensì di uno di quei dischi che pochi ricordano pur avendo vissuto in prima persona il periodo in questione. La scelta sarebbe potenzialmente vasta, ma siccome vorrei proporvi qualcosa che abbia pure un motivo d'interesse superiore alla media, credo che ripiegare su The Natural possa avere un senso, essendo questo oltretutto il contenitore di una delle canzoni più potenti di quell'anno, ovverosia Masta I.C.
Mic Geronimo, che oramai s'è distrutto da solo la propria (non sfavillante) carriera con due dischi francamente atroci, quattordici anni or sono era invece sulla bocca di molta gente proprio grazie al sopracitato singolo: in quel lontano autunno sembrava infatti che egli potesse essere un'altra di quelle nuove leve che avevano riportato in auge New York ed il suo suono negli anni immediatamente precedenti, e ciò grazie anche all'assistenza al campionatore di Buckwild e dei Beatminerz, ossia alcuni degli autori più affermati della Grande Mela. Come si suol dire, il Nostro aveva le carte in regola; ricordo del resto quando vidi la pubblicità di The Natural su una Source dell'epoca, e ricordo anche che persino io -nella mia allora abissale ignoranza- ero molto incuriosito da quel tale.
Inutile dire che, date le mie scarse risorse economiche dell'epoca, non ebbi modo di ascoltare The Natural in tempo reale; ma con solo un paio d'anni di ritardo sul periodo posso dire tranquillamente che ne feci l'esperienza in linea con lo Zeitgeist dell'epoca e questo, forse più di qualsiasi altro filtro culturale, può farmi dire con ragionevole certezza che la suddetta opera, a conti fatti, è caruccia ma nulla più. I difetti principali sono l'eccessiva similitudine tra Mic G e Nas, soprattutto come stile ma anche in parte come voce, e poi come beat: non che siano mosci o che, semplicemente s'assomigliano troppo l'uno con latro. Ecco, in breve questo è The Natural: un disco per una ristretta cerchia di appassionati, al di fuori della quale posso solo suggerire di dare un ascolto en passant, onde vampirizzare quelle tre o quattro canzoni capaci di risaltare in mezzo a tutti quei specimen di suono dell'underground nuiorchese di metà anni '90. Nella fattispecie, le tracce capaci di rientrare nella definizione di "particolare" sono senz'ombra di dubbio Masta I.C., Shit's Real, Time To Build ed infine Men VS. Many. Al di fuori di queste, il nulla. O, più esattamente, un insieme di pezzi legati l'uno con l'altro da strutture esageratamente semplici, consistenti fondamentalmente in campioni brevissimi, batterie quadrate e linee di basso esageratamente corpose che avvolgono il tutto come se fossero del Domopak.
In realtà, poi, l'inizio pare promettente: la title track ha un bel attacco in cui un campione überminimale abbastanza piacevole è accompagnato da scratch, e la performance di Mic G porta a pensare che ci troviamo di fronte ad un MC come minimo competente, se non addirittura bravo. Tuttavia, con Lifecheck cominciano a sorgere i primi dubbi inerenti la caratura del disco: che si possa trattare di una mattonata nei coglioni? Parrebbe proprio di sì, perchè la produzione dei Beatminerz è esageratamente semplice e a livello lirico nulla riesce ad attirare l'attenzione (eccetto il fatto che la seconda strofa pare scritta da Nas stesso); e non meglio va con la successiva Wherever You Are, che coi suoi quattro minuti di durata sferra un colpo semiletale al basso ventre.
Poi, finalmente, arriva il punto focale di The Natural: Masta I.C. Prodotta da Buckwild, questa è una delle sue migliori produzioni dell'epoca, in quanto pur usando quattro elementi (basso, batterie, campione principale di vibrafono e secondario di trombe) egli li unisce facendo sembrare il tutto infinitamente complesso; inoltre, qui Geronimo fa scorrere la sua voce melliflua e le sue rime multisillabiche in maniera tale da farle letteralmente fondere con il beat. Capolavoro? Sì.
Ma prima di passare ad un'altra delle "sveglie" di The Natural ci tocca sorbirci la passabile Man Of My Own -materiale standard da '95- più un'odiosa outro parlata di quasi un minuto; perchè, sì, non ve l'avevo ancora detto ma secondo Mic G apporre degli appendici parlati/recitati della durata minima di 30 secondi a quasi ogni canzone è una brillante idea. Geniale. Per fortuna, però, come attacca Time To Build la storia cambia: sulla produzione in assoluto più movimentata di The Natural, il Nostro scambia strofe con DMX, Ja Rule e Jay-Z. Il beat inizialmente sembrerebbe essere cucito su misura per gli stili già allora molto simili di Ja e Earl Simmons, ma alla fine chi ruba lo show è un Jay-Z che rispetto a solamente un anno prima fa numeri con il flow veramente da applausi. Oggi come oggi un pezzo simile suonerà senz'altro datato, ma ciò nonostante lo reputo davvero solido e, se si sorvola sull'ironia che la sorte ha riservato all'ospite (che ha ospitato tre future superstar senza venir mai ricambiato), merita senz'altro una menzione tra le canzoni più degne di tutta la sua carriera. Idem per Shit's Real, fondamentalmente il primo vero singolo di Mic G che poi gli ha permesso di ottenere un contratto discografico: ciò non stupisce, in quanto questo aveva le potenzialità di un crossover grazie al campione di Free di Deneice Williams (lo stesso usato l'anno successivo dai Twinz per Eastside LB) e, nuovamente, la rappata lasciva ed al contempo tecnica di Geronimo riusciva a nobilitare un pezzo che all'epoca sarebbe facilmente potuto passare per, ullallà, "commerciale".
Una tentazione, questa di aprirsi alle radio, che il Nostro evidentemente ha seguito una volta sola: perchè per il resto The Natural prosegue sulla via dell'hardcore più puro. E se può far storcere il naso il fatto che Three Stories High sia quasi un plagio di Come Clean in termini di beat (ben riuscito, per carità, però davvero sfacciato), Men VS Many ha una dignità intoccabile: sia per la base, curata da dei Beatminerz stavolta in piena forma (bel giro di basso, bel campione, belle batterie... materiale di prima scelta, insomma), sia soprattutto per l'unione di Mic Geronimo, il compare Royal Flush e l'inossidabile O.C. Questo terzetto, che già sulla carta piace, non si accontenta semplicemente di suddividersi le canoniche tre strofe di cui è composto il 99% delle canzoni rap ma si lascia andare a continui scambi di microfono, eseguiti con una perizia e con un tempismo perfetti. Personalmente reputo questa la canzone migliore del disco a fianco di Masta I.C. nonché uno dei pochi validi motivi per cui vale la pena di ascoltare quest'album.
L'altro motivo valido potrebbe essere semplicemente un interesse storico -che sarebbe poi il motivo per cui in via del tutto ipotetica ancor'oggi mi comprerei una copia del disco. Ma, appunto, tolti questi due non c'è molto; infatti, dopo Men VS. Many l'interesse precipita per assestarsi attorno allo zero e questo, associato al fatto che non è l'unico momento fiacco dell'album, compromette l'ascolto nel suo complesso in maniera pressoché irreparabile. La poca originalità di Mic G come rapper e la genericità di troppe basi affossano il piacere potenziale che si potrebbe provare e quindi, benché l'album sia indubbiamente il migliore mai inciso dal Nostro, e malgrado contenga alcune cose indubbiamente valide, non me la sento di consigliarlo più che tanto. Ma se siete fanatici, un ascolto dateglielo.




VIDEO: MASTA I.C.

KEV BROWN - I DO WHAT I DO (Up Above, 2005)

venerdì 25 settembre 2009

Diversamente dalle mie abitudini, stasera mi trovo esiliato in cucina mentre la mia ragazza dà il definitivo addio ai suoi neuroni guardando una qualche serie televisiva americana in cui un gruppo di persone, la cui composizione socioculturale è più prevedibile che nel Grande Fratello, finge di vedere una missione superiore nello svolgere mansioni assolutamente normali come per esempio biopsie, indagini criminali o autopsie. Impossibile non tracciare una linea diretta tra questa immensa presa per il culo e l'atteggiamento egocentrico della stragrande maggioranza dei rapper, che evidentemente credono che senza di loro il mondo non sarebbe più lo stesso. Poi, per carità, il fatto che loro probabilmente ci credano e si sforzino di darlo a vedere rende il tutto irresistibile, contrariamente al palpabile cinismo dei telefilm, ma che dire? Ogni tanto un po' più di modestia non guasterebbe. Benvenuti allora nel mondo di Kev Brown, un uomo che non si vergogna di dire che fa i beat nella sua cameretta e che gode di sufficiente autostima da potersi permettere di registrarli alla RIAA sotto il nome di Low Budget Productions.
I Do What I Do è, se non sbaglio (non ho internet, sul portatile), il suo disco d'esordio e malgrado la sua modestia il risultato fa pensare a tutto fuorchè ad un budget basso. Volendo infatti partire da questioni differenti dal solito rapporto beat/liriche, i risultati di Kev al campionatore e al tavolo di mixaggio sono sorprendenti: per il sottogenere di cui IDWID fa parte, è una delle cose mixate meglio che abbia mai sentito. Rullanti, casse e quant'altro suonano belli secchi ma comunque corposi pur avendo un quid di "sporcizia", mentre i campioni sono sì puliti ma si fondono divinamente in alcune delle linee di basso più gorde che abbia sentito negli ultimi anni. Non a caso, il paragone classico -stavolta azzeccato- vuole che Kev Brown sia uno dei pochi capaci di riprendere in mano l'eredità del Pete Rock circa '94-'96, quello che, per intenderci, spesso si concedeva a beat sui 95bpm dove il sound cosiddetto "organico" andava a sostituire la richiesta ruvidezza ed aggressività dell'epoca. A dire il vero, certe di queste basi sono così derivative che si potrebbe essere portati a pensare che Kev Brown ritenga Pete Rock non un artista, bensì un genere musicale, ma insomma... mi parrebbe ingiusto condannare che si ispira a produzioni molto difficili da replicare con successo se si glissa su altri che scopiazzano in modi ben più evidente formule meno complicate.
E poi, a differenza di Pietrino Roccia, il Nostro sa rappare in maniera egregia: nulla per cui valga la pena di stracciarsi le vesti, s'intende, ma comunque la sua voce baritonale e la sua tecnica semplice ma pulita bene s'accompagnano a beat lenti, intrisi di fusion e soul fino al midollo (anche se qualche timido accenno di funk nella scelta dei campioni si trova). Le tematiche, al contrario, sono ultrageneriche e grossomodo parlano tanto di hip hop in maniera indiretta -a tal proposito fa sorridere che il Nostro nel booklet si sia premurato di spiegare nel dettaglio i vari concetti. A quando Twin Gambino?- ma ciò, se si è amanti del genere (e per conoscere Kev Brown lo si dev'essere per forza) non nuoce affatto all'ascolto. Inoltre, la scelta di chiamare a sè amici che sappiano rappare meglio di lui, come Grap Luva, Kenn Starr, Cy Young e Phonte, aiuta nel proseguo dell'ascolto pur essendo tutti fatti sostanzialmente della stessa pasta da presibbene. In breve: senza infamia e con qualche lode.
Au contraire, sul versante del beatmaking le lodi si sprecano: come già detto, il maggior talento di Kev consiste nel saper creare beat organici con rara efficacia, riuscendo a scegliere campioni in sè molto brevi che sovente vanno però a sovrapporsi l'uno con l'altro. L'origine di questi pare essere grossomodo sempre la stessa, ovverosia fusion e soul (scusate la ripetizione), e se dico "grossomodo" è perchè dal mio basso trovo le sue scelte piuttosto originali. Il lavoro compiuto rende difficile tracciare le origini dei sample e, quando il risultato finale funziona, questo è per me ulteriore motivo di plauso. Ma a colpire più d'ogni altra cosa è la ricchezza del suono, che copre praticamente tutto lo spettro sonoro e dove ci viene data la possibiltà di sentire alcuni giri di basso che definire strepitosi è poco. Ora: se ci avete caso, non ho fatto nomi; la qualità è infatti piuttosto omogenea, e tuttavia trovo che alcune di queste tracce abbiano semplicemente una qualche marcia in più. Personalmente, trovo che a brillare particolarmente siano Say Sumthin' (il loop di piano è fantastico), Outside Lookin' In (la scala di basso regge tutto il pezzo, e scusate se è poco), Struggla's Theme, Albany e la prima delle due ghost track. Ma ovviamente questi sono quasi più gusti personali che apprezzamenti fondati su basi quanto più possibile oggettive...
Cosa? Il valore di un pezzo dipende più dal gusto dell'ascoltatore? L'ho davvero scritto? Ebbene sì: diciamo infatti che l'omogenea qualità è in questo caso il maggior difetto dell'opera. Detta altrimenti, la questione è che molti beat sono fondamentalmente identici nella loro essenza; se si vuol essere molto critici, si potrebbe quasi dire che, più che un insieme di quindici canzoni diverse, I Do What I Do sia un'unica canzone suddivisa in quindici segmenti solo lievemente diversi. E non lo dico per superficialità: in fin dei conti conosco questo disco fin dal momento della sua uscita e ammetto senza problemi che sia un ascolto impegnativo, al quale si deve dedicare tempo ed attenzione per poterlo apprezzare nelle sue sfumature (che certamente ci sono), ma basta che lo si ascolti con un minimo deficit d'attenzione per confondersi e pensare -salvo tre o quattro eccezioni- "ma questa è Outside Looking In oppure Beats And Rhymes?". Eccessivamente omogeneo, ecco qual è l'unico vero problema di IDWID e l'unico versante in cui KB mostra una certa immaturità.
Per il resto non me la sento proprio di criticare più che tanto quest'album; sicuramente, il Nostro è dotato di talento (anche se nei lavori successivi è spesso scaduto nella più becera autocitazione) ed il suo stile di produzione vintage è malgrado tutto particolare. Ciò nonostante, non me la sento di consigliare I Do What I Do a persone che non siano estremamente benevolenti nei confronti del Pete Rock di Caramel City, perchè è bene che sappiate che qui troverete fondamentalmente 15 variazioni sul tema. Sarebbe un tre e mezzo, ma sia per incoraggiare il Nostro, sia per valorizzare la mia stessa esperienza d'ascolto (oh, la musica non invecchia tanto che me lo sono comporato originale con ben 4 anni di ritardo) gli regalo quel mezzo voto in più. Non per tutti, ma da provare.