SHABAZZ THE DISCIPLE - THE BOOK OF SHABAZZ (Battleaxe, 2003)

mercoledì 28 maggio 2008

Se dovessi fare una lista delle cose che mi fanno frullare i coglioni a vortice, il rischio sarebbe di restare davanti allo schermo fino a notte inoltrata; mi limterò a dire che molte di esse si possono raccogliere sotto l'ombrello della sciatteria. Ad esempio, sono disgustato dalla gente che va in giro in tuta "perchè è comoda", detesto chi mi passa i lavori fatti a cazzo "perchè tanto la foto sborda di soli due millimetri", e disprezzo profondamente chi crea antologie prive di rigore filologico e completezza d'informazioni.
È senz'altro il caso di questo Book Of Shabazz, erroneamente scambiato per un disco solista vero (almeno, mi auguro che non sia mai stato inteso come tale) quando in realtà si tratta di fatto di una raccolta dei suoi lavori dal '95 al 2003 con come aggiuntine l'occasionale b-side o rarità. Ora, prima di demolire il lavoro, vorrei precisare che qui non è in discussione Shabazz come artista, bensì l'operazione che ha portato a mettere insieme tredici tracce sostanzialmente senza alcun criterio razionale.
Tanto per cominciare, i tipi della Battleaxe hanno avuto la sconsiderata idea di allungare il brodo con le cazzate, e cioè, nella fattispecie, di inserire la bellezza di otto skit dalla dubbia utilità, i quali spezzano ogni qualsivoglia parvenza di continuità in modo intollerabilmente fastidioso (basti dire che per sentire il primo pezzo ci sarebbero da sucarsi due interludi di fila... almeno unirli, perdio!). Ma, al di là di questo non esattamente secondario difetto, perchè ho solo parlato di "parvenza" di continuità? Ma perchè questi incompetenti non solo hanno buttato le tracce alla rinfusa, senza che da una tipologia di atmosfera si passi all'altra con una certa logica (a questo punto sarebbe stato meglio optare per il didascalico ma corretto ordine cronologico), ma nemmeno si sono premurati di equalizzare i pezzi in maniera omogenea. Attenzione: non parlo di rimaneggiare in toto pezzi del '96 per far suonare il mixaggio più contemporaneo -il che sarebbe scorretto- ma perlomeno portare tutti i volumi allo stesso standard! Ma cosa ci vuole? Lo faccio io con un programma crakkato in tre minuti ed i risultati sono quantomeno palpabili...
Non parliamo poi del packaging: oggettiva pochezza della grafica a parte (tanto valeva riprendere paro paro il lavoro fatto per Red Hook Day), la cosa più scandalosa è che nel booklet non vi siano informazioni che vadano al di là dello standard "prodotto/registrato/mixato da". Ma insomma, ho capito che esiste internet, discogs eccetera, ma senza nemmeno pretendere una microscopica descrizione della storia della singola canzone, era troppo chiedere che puntualizzassero, che so, "singolo pubblicato nel '95" o "traccia inedita"? Perdio, manco questo minimo sindacale...
Last but not least, i pezzi veri e propri. Senza voler mettere in dubbio la completezza -che comunque tale non è- del lavoro, alcune delle scelte operate sono quantomeno meritevoli di dubbio. Sorvolando sul fatto che esisterà pure una versione di Crima Saga priva di censura e che magari poteva essere la volta buona di pubblicarla, mi chiedo come mai non abbiano ad esempio scelto di inserire il remix di Carlos Bess di Ghetto Apostles piuttosto che quello fatto da 7L per Thieves In Da Nite, ambedue nettamente superiori agli originali. E, a proposito di Thieves In Da Nite, vorrei sottolineare la parruccata estrema di voler far passare una canzone palesemente più vecchia come il sequel della prima, pubblicata nel 2003. Via, chiunque abbia una minima di conoscenza dell'hip hop capisce benissimo -anche solo da come è mixata- che Surrender può esser fatta risalire al massimo al '99. Il fatto che sia un inedito e che nel ritornello si usino le parole "thieves-in-the-night" non la rende certo più moderna se non al registro della RIAA.
Insomma, in due parole, l'unica cosa che salvi quest'oscenità è alla fin fine la comodità di avere (in un modo o nell'altro) alcune gran belle tracce come Crime Saga, Organized Rime o Red Hook Day. Ma davvero non riesco a capire come 'Bazz abbia potuto tollerare un simile insulto, che comincia col packaging, prosegue nell'arbitraria esclusione di pezzi potenti come Death Be The Penalty o i sopracitati remix, e si conclude nell'inesistente lavoro di postproduzione. Ora, è per pura coerenza che mi esimo dall'appioppare l'unico zainetto che quest'operuccia si merita- posso solo augurarmi che la Battleaxe lasci perdere progetti così ambiziosi e che si limiti a gestire cose più alla loro portata come i Swollen Members, Moka Only e LMNO (che, tra parentesi, ha rovinato in solitaria l'altrimenti bel disco fatto con Kev Brown).

VIDEO: CRIME SAGA

MISSIN' LINX - EXHIBIT A (Loud, 2000)

martedì 27 maggio 2008

Ad eccezione di alcuni rari casi -collocati comunque tutti nel cosiddetto underground- l'EP è un formato di registrazione usato assai poco. Solitamente lo si utilizza per riempirei tempi morti tra un LP e l'altro, oppure lo si favorisce quando si tratta di raccogliere una serie di tracce che altrimenti non potrebbero venire incluse in un progetto di lunga durata. Definire il caso dei Missin' Linx è un po' problematico perchè da un lato non hanno mai fatto seguire a questo Exhibit A nessun altro prodotto, e dall'altro però nemmeno hanno all'attivo chissà quale discografia -almeno come gruppo.
Specifico "come gruppo" in quanto, se presi singolarmente, i membri del trio (Al Tariq, Black Attack e Problemz) sono dotati di curricula di diverso spessore. Primo fra tutti Al Tariq, già membro dei Beatnuts e presente sul loro primo album oltre che su Intoxicated Demons, in seguito autore di un mediocre solista nel '96 (che però conteneva la bbbomba Crime Pays) e poi, ovviamente, fabbrica vivente di ospitate e 12" sparsi. Il secondo membro, Black Attack, è quello che meno mi piace e dunque colui sul quale sono meno ferrato: di certo c'è che lo si è visto ospite su svariati dischi (God Connections, i tre di DJ Honda, Loyalty degli Screwball ecc.) oltrechè autore di un paio di singoli non fondamentali. Last but not least c'è Problemz, a mio avviso il più interessante del trio, il quale esordì su un paio di tracce contenute nel primo DJ Honda ed in seguito facendo sporadiche apparizioni su tutta una serie di album altrui (mi piace ricordare quelli dei Beatnuts è l'ottima Society, sua traccia solista sul primo Lyricist Lounge) in maniera non dissimile da quanto fatto dagli altri colleghi. Nel '98, però, recuperai un singolo in vinile che riuniva i tre e li vedeva impazzare su due tracce: la discreta Lock'd D (prodotta da Necro) e l'ormai storica M.I.A., primo pezzo in assoluto (che io sappia) a campionare quella The Edge di David McCallum che Dre rese celebre con The Next Episode -e non è per partigianeria underground che la reputo la versione migliore. Inutile dire che, dopo questo primo favorevole impatto, come addocchiai questo EP lo feci mio e solo data la scarsa durata non posso dire di averlo consumato.
Ora, trattandosi davvero di pochi pezzi (sei in tutto), preferisco partire dalle note negative e togliermi il dente. La prima di queste è data dall'inspiegabile motivazione di includere M.I.A. ed al contempo di escludere Lock'd D: allora, o non ne metti nessuna perchè si tratta di tracce vecchie, oppure le inserisci ambedue e, così facendo, almeno allunghi l'opera con del materiale di qualità. Anche perchè bisogna considerare il genere musicale -nel rap è norma creare dischi di 16-18 pezzi- seguendo il quale mettere insieme solo sei canzoni è davvero un po' poco... era troppo chiedere uno sforzo in più? In più, a parte questo, poi, That's That è qualcosa di francamente loffio: a voler essere gentili si può definire il beat come "anonimo", ma in realtà si tratta di una cacata pura e semplice. Aggiungiamoci un ritornello che nemmeno al Cottolengo e voilà, ecco pronti e serviti 3'40'' di inutilità e/o fastidio.
Messe alla sbarra le mancanze, è il momento di passare ai punti forti di questo Exhibit A, precisando che il criminale autore di That's That -tal DJ Emz, rivisto di recente su Bodega Chronicles- si redime con la valida Hotness: qui, un campione di archi "tirato" (ma potrebbe anche solo essere un synth) dall'atmosfera parecchio darioargentiana viene efficacemente contrapposto a un ritmo tirato parafunkettone, col risultato che sembra di sentire i Goblin riadattati in chiave reppusa. E, come del resto nell'intero EP, gli MC non deludono; fermo restando che non viene esplorato nuovo terreno nè come contenuti nè come stile, ciò che funziona in modo eccelso è l'alchimia tra i tre, cosa decisamente importante dato che in tutti i pezzi questi si scambiano frequentemente il microfono, e venir meno in questa abilità avrebbe compromesso irrimediabilmente l'esito complessivo dell'opera. Ciliegina sulla torta è il featuring di JuJu dei Beatnuts, che per quanto si dedichi al solo ritornello, aggiunge un quid che non dispiace affatto ed anzi aumenta il valore della traccia. Lo stesso ruolo viene affidato a Freddie Foxxx, che su un beat di Alchemist vecchio stile (bei tempi) dal piglio orchestrale, infonde ulteriore energia al tutto (a proposito: già che c'erano potevano direttamente includere il remix). Infine, per quanto sia abbastanza chiaro che a fare da padrona su tutte vi sia M.I.A., e per quanto non meriti di essere esclusa dagli elogi la bella Ain't Nothin', la seconda miglior traccia è What It Is: la semplice produzione di Necro (sostanzialmente un giro di basso a far da melodia) è stranamente scevra della per lui consueta atmosfera uggiosa, ed anzi tende quasi alla ballabilità. Per giunta, questa sua essenzialità consente ai tre di rigirarsi il microfono come meglio par loro e, soprattutto, a far risaltare al meglio le loro capacità.
Capacità, queste, che sono difficili da mettere in discussione: Problemz ha una tecnica ottima ed una bella voce baritonale e sicuramente è il più "lirico" dei tre; Al Tariq gli è simile per competenza ma favorisce una metrica più classica, mentre Black Attack ha... boh, ha uno stile cantilenato che trovo fastidioso, senza poi contare che se la viaggia più sul genere "chiudolabarraquandomitirailculo" che sul rigore -il che va anche bene se a farlo è un Pharoahe Monch o un Masta Killa, ma personalmente trovo lui un po' poco capace e carismatico per potersi permettere certe libertà. Gusti, suppongo.
Sia come sia, come si può notare dalla mole di materiale che son riuscito a partorire per sei misere tracce, Exhibit A m'è assai piaciuto (aggiungo che sono sommamente dispiaciuto che non sia uscito un album e che anzi si sia preferito partorire quella formidabile minchiata che è Big City). Eccetto That's That non ho nulla di fondamentale da contrapporre all'opera, se non che questa è troppo breve, perciò, in teoria, dovrei attribuirle un voto alto. Epperò, metti insieme quei due o tre difettucci e spalmali per i miseri ventitré minuti e trentatrè secondi di durata, e ti rendi conto che la coperta è troppo corta. Ciò nondimeno, recuperare questo EP è consigliabile, vuoi anche perché ci sono almeno quattro pezzi che non sfigurerebbero all'interno di nessuna compilation casalinga e non.



INSPECTAH DECK - UNCONTROLLED SUBSTANCE (Loud, 1999)

lunedì 26 maggio 2008

Brutta bestia, l'aspettativa: dacché uscì Wu-Tang Forever, dove ogni qualvolta appariva Deck il resto dei suoi colleghi restava indietro di svariate misure, qualsiasi pezzo provenisse direttamente o indirettamente dal Nostro aveva il dovere sociale di essere come minimo una bomba. E per un po' la cosa ha anche funzionato (Above The Clouds, Tres Leches, Tru Master ecc.), senonché, giunti a metà 1999, il suo tanto atteso LP non ha potuto far altro che deludere le aspettative dei fan in quanto -molto semplicemente- non conteneva traccia della potenza di nessuna delle sopracitate tracce. E così fu che un discreto disco venne catalogato vita natural durante sotto la voce "occasioni perdute" essendo, peraltro, in buona compagnia di svariati suoi soci del Clan. Ma che col senno di poi si possa rivalutare (almeno in parte) quel giudizio di nove anni fa? Beh, sì e no.
Cominciamo col dire che la copertina è quanto di più brutto sia stato dato di vedere nel '99 al di fuori delle operucce della Pen & Pixel (quelli della No Limit degli anni d'oro, per intenderci), e che il fotoromanzo contenuto all'interno del booklet riesce a toccare delle vette di esilarante tristezza che vi consiglio di esaminare in prima persona. Che poi questo non vada ad incidere sui contenuti dell'album sarà anche vero, ma quando ci si trova di fronte a siffatta porcheria è impossibile non denunciarla.
Detto questo, la prima bella sorpresa arriva dopo l'obbligato skip di una stupida intro, e il suo nome è Movas & Shakers: come tutte le volte in cui RZA ha campionato Syl Johnson, anche questa produzione non fa eccezione e si rivela essere come una delle tracce più solide di Uncontrolled Substance. Il campione di tromba è supportato semplicemente da batterie che schioccano come dio comanda e da una linea di basso equalizzata da dio, il che consente a Deck di fare ciò in cui è maestro, e cioè sventrare il microfono: "This style has no origin or birth date/ And scientists' research can not calculate/ The great mind skatin' through space and time/ Vibratin' through the basslines that stun mankind/ Reclined in the leather seat the cassette blasts/ Vocals that smash out the bullet proof glass". Lo sventramento prosegue poi nella successiva 9th Chamber, in cui, su un beat invero un po' troppo fracassone per i miei gusti, INS è assistito da La The Darkman, Street Life, Beretta 9 e Killa Sin; considerati i nomi, è lecito aspettarsi una rima migliore dell'altra, cosa che puntualmente avviene, e tutto ciò in meno di tre minuti e senza nemmeno l'interruzione di un ritornello.
I primi problemi cominciano però ad affiorare con Uncontrolled Substance, dove un ritornello piuttosto discutibile in quanto cantato con l'enfasi di Man Before Your Time (Napoli Violenta, nella scena in cui si vede Gennarino semiazzoppato... trisshtezza) riesce a rovinare un pezzo altrimenti abbastanza degno. Per converso, Femme Fatale se la rovina il solo Deck: non tanto per le strofe -in realtà parecchio belle in quanto a rime e abilità nello storytelling- quanto per la cacofonica base da lui prodotta.
Interrompo la lista della spesa perchè devo tornare a lavoro quanto prima possibile: riassumendo, il problema principale del disco sono i beat. Alcuni risultano difatti semplicemente incircolabili: oltre ai sopracitati, ci sono per esempio Grand Prix (ammiccamento al funk da denuncia) e The Cause (autentico aborto fortunatamente posto in chiusura d'opera). Altri, invece, suonano di già sentito (Elevation riutilizza per la zilionesima volta Terri's Tune di David Axelrod, ma basta!) oppure risultano, purtroppo, un po' tanto generici (ed è il caso della maggioranza di essi, vedi ad esempio Longevity, Forget Me Not o Friction). Il che è uno spreco, perchè Deck raramente sbaglia un colpo, e quando lo fa, al limite inciampa sui ritornelli. Svariate prove di quello che può avvenire quando il Nostro è dotato di un beat adeguato lo si ha, oltre che in Movas & Shakers, nei singoli R.E.C. Room e Show 'N' Prove, senza poi contare le altrettanto valide Hyperdermix (cupissima) e Word On the Street.
Insomma, a conti fatti si può fare del sano revisionismo? Direi di sì, vuoi anche solo perchè quanto fatto da Deck nei suoi successivi album è stato ben peggiore di ciò che si può sentire all'interno di Uncontrolled Substance. Ciò però non significa che quest'ultimo sia un disco eccelso e men che meno un disco all'altezza delle promesse; si limita a contenere cinque canzoni assolutamente da sentire più una pletora di strofe più o meno sprecate. Peccato.




VIDEO: WORD ON THE STREET

J-LIVE - ALL OF THE ABOVE (Coup D'État, 2002)

giovedì 22 maggio 2008

Quando un artista, da anni profondamente radicato nell'underground e le cui doti sono allo stesso tempo riconosciute ma necessitano di una conferma mediante un secondo disco, decide di farsi ritrarre in copertina come il Coltrane di Blue Train, la prima domanda che può passarti per la mente è "chi è questo pretenzioso cazzone?". Eppure il paragone non è poi così azzardato, se si considera che Blue Train non esplorava nuove frontiere musicali ma si limitava ad essere un'opera più o meno tradizionalista, "semplicemente" realizzata molto meglio di altre: ecco, esattamente questo è All Of The Above. Ne consegue che, nell'attesa che Live sforni il suo Giant Steps o il suo Love Supreme (e vi anticipo che non sarà il caso di Then What Happened, in uscita il 27 di questo mese), ciò che abbiamo tra le mani è un disco che -al di là di poche smagliature sparse quà e là- rasenta la perfezione nel suo genere, ma che non porta ad alcun tipo di spiazzante evoluzione.
Fermo restando che questo non è affatto un difetto in sè e per sè, è comunque interessante rilevare che pur non essendo "innovativo" nel senso stretto del termine, All Of The Above riesce a risultare quantomeno originale grazie alla personalità del suo autore, il quale brilla per alcune encomiabili doti quali onestà, modestia ed un tocco di generale ironia, il che lo rende ben diverso da altri suoi epigoni magari altrettanto "seri" ma che preferiscono salire in cattedra per impartire lezioni di vita a noi poveri sfigati (qualcuno ha detto Common?). Difatti, più che autoelogiarsi, il Nostro preferisce che siano i fatti a parlare: e allora ecco che lo vediamo cominciare a raccontare una storia nella prima strofa di One For The Griot, senonchè, anzichè "limitarsi" a sfruttare le sue indiscutibili capacità di storyteller in modo tradizionale, nei versi che seguono riesce a fornire ben tre diversi finali al racconto... e ora ditemi se questo non significa essere creativi!
Sempre restando in ambito di storytelling, una delle caratteristiche essenziali per riuscirvi bene è essere dotati, oltreché di una fervida immaginazione, di un immaginario che sappia risultare evocativo. E dunque, su un beat mostruosamente d'atmosfera cucitogli su misura da Joe Money (già sentito con Asheru e i Lone Catalysts), Live entra in modalità riflessiva e, più che descrivere la notte in quanto tale, riesce a riproporre con stupefacente esattezza un momento di raccoglimento e di meditazione: "The sunset means sun rise on the other side of things, showing you equalities so follow me to the lead/ Together we can set our speed, reignite the seeds, you know how many had to bleed just so you could read?". Ora, è chiaro che per rendere piena giustizia al talento del Nostro dovrei trascrivere tutte le sue strofe, ma questo è ovviamente impossibile. Pertanto, mi basta dire che All Of The Above non solo è un disco mostruosamente vario, ma soprattutto è un disco "a matrioska": nel senso che la carne sul fuoco è tale che è impossibile riuscire a coglierla in un ascolto solo, bisogna ascoltare e riascoltare l'album per cogliere tutti i gradi d'inventiva, e non è detto che si riesca a farcela una volta per tutte. Del resto, dalla critica politica (Satisfied) all'amara riflessione sul mestiere (MCee), passando per le note autobiografiche (A Charmed Life) all'allegoria (How Real It Is), mantenere la rotta non è cosa facile. Decisamente non un disco da cosiddetto easy listening, quindi, per quanto Live cerchi di alleggerire quà e là i contenuti; ma quando uno è un così bravo MC -spanne e spanne sopra i colleghi per quanto riguarda inventiva, tecnica, scrittura- la massima di McLuhan torna in tutta la sua forza e ci ricorda che il mezzo è il contenuto.
Ovviamente, nel caso della musica non si può ignorare l'apporto dato, nella fattispecie, dai produttori. A spartirsi il lavoro sono principalmente DJ Spinna e lo stesso J-Live, con l'apporto non da poco del già menzionato Joe Money aka Usef Dinero (chissà poi perchè sullo stesso disco s'è firmato una volta così e una volta cosà, mah). A prescindere da ovvietà -personalmente ci sono pezzi che nel complesso mi piacciono più di altri- è difficile lamentarsi del lavoro svolto, in quanto vere e proprie schifezze non esistono. Certo è che Stir Of Echoes o 3 Out Of 7 non possono reggere il confronto con una Satisfied o una Travelling Music, ma questo rientra nella logica delle cose; no,. il vero problema è che All Of The Above è troppo lungo, e per quanto lo sforzo di differenziare i pezzi ci sia e si senta (campioni reggae, jazz, funk e chi più ne ha più ne metta), il fatto che fondamentalmente tutti peschino nel calderone del suono à la Native Tongues (l'ho già detto che la voce di Live mi ricorda enormemente Pos dei De La?) può rendere piombato l'ascolto ripetuto dell'opera.
Ma eccetto questo unico, vero, difetto, faccio francamente fatica a capire come mai J-Live appaia ai più "uno dei tanti". In fondo basta capire l'inglese ed avere una mezza idea di cosa significhi essere un MC per rendere omaggio ad uno dei più creativi rapper dei nostri tempi; per giunta, mi meraviglio che, fatte queste considerazioni e aggiungendo che pure lui è caduto nella famosa industry rule #4080, non abbia ancora appeso il microfono al chiodo. Ma non vorrei dargli cattive idee; preferisco baciarmi i gomiti sapendolo in attività e ricevere continuamente conferma del fatto che -album dopo album- è uno che non ha voglia di ricalcare i propri passi e che saprà sempre offrire qualcosa di nuovo. In definitiva, è presto dire se questo è il suo miglior disco (per ora preferisco il suo ultimo, ma ciò dipende anche dal fatto che lo sto ascoltando da una settimana scarsa), ma è senzx'altro ora di dirvi di andare a recuperarlo in negozio quanto prima.


CHINO XL - HERE TO SAVE YOU ALL (American, 1996)

martedì 20 maggio 2008

Ai tempi in cui uscì Here To Save You All, le pubblicità su riviste come The Source o Rap Pages erano di due tipi: in una c'era semplicemente la foto di copertina di Chino coi chiodi nella pelle a mo' di Pinhead, e di fianco si poteva leggere una sua punchline tratta dal secondo singolo, No Complex: "My company is fucking me like Arsenio does Eddie Murphy", "I'll treat you like Bobby Brown and Whitney Houston's marriage: one big joke", oppure, ancora, "You're gellin' me more than niggaz at PMD shows be yellin' for E". Nell'altra versione, invece, su pagina intera si vedeva una foto di Chino in camicia sotto la pioggia con a fianco una trascrizione a mano di una canzone: il primo singolo, Kreep, una rielaborazione/semicover della celeberrima canzone dei Radiohead e quindi di ben altro tenore.
Una bella differenza, eh? E naturalmente non solo d'immagine ma soprattutto di contenuti. Ciò che difatti molti estimatori (e naturalmente i detrattori) di Chino sembrano scordare, è che Derek Barbosa non è mai stato solo un MC da battaglia. Nel suo esordio -e purtroppo solo in quello- si possono sentire diverse tracce ben più personali o comunque focalizzate su uno specifico argomento, come ad esempio It's All Bad, Partner To Swing, Ghetto Vampire oppure l'eccezionale What Am I. Tuttavia bisogna concedere che queste sono la minoranza, e che al più ciò che si ha tra le mani è un concentrato di tecnica, di humor nero, di riferimenti pop (nel senso più letterale e positivo del termine) e di profanità di vario genere. Forse sono state proprio quest'ultime ("The term Chino goes synonymous with corpses flipped/ But never celebrated like Hanukkah in Auschwitz", per esempio, non dev'essere stata apprezzata dai cosiddetti tall Israelis), assieme ad uno scarso investimento della American Records di Rick Rubin a decretare un successo di pubblico molto limitato, ma questo è ormai irrilevante. Quello che conta è che Here To Save You All è uno dei pochi punti di riferimento da prendere per chiunque desideri fare l'MC, in quanto Chino è semplicemente uno dei migliori del suo campo e senza dubbio capace di sbriciolare come e quando vuole il 95% dei suoi colleghi in attività. I motivi sono semplicissimi: è di indubbia intelligenza, dispone di un vocabolario e di una cultura generale impressionanti e, naturalmente, ha una completa padronanza di voce e tecnica al punto da potersela gestire come meglio gli pare.
Insomma, tanto per non farla troppo lunga, sul versante dell'emceeing il disco è letteralmente perfetto e davvero si può chiedere poco di più a Chino. Basti pensare che anche a distanza di 12 anni continuo ad ascoltarlo sapendo che ci sarà sempre qualche metafora, qualche gioco di parole, qualche rima incrociata sfuggitami all'ascolto precedente; e conoscendo bene il periodo in cui i testi vennero scritti -e dunque l'humus culturale che ha generato alcuni riferimenti- le sue uscite riescono ancora a farmi ridere e a farmi dire "come cazzo ci è arrivato a mettere insieme quelle due cose...".
In quanto ai beat, il discorso è un po' diverso. Fermo restando che avere Chino al microfono basta ampiamente a colmare le eventuali lacune sonore e a rendere ascoltabile qualsiasi traccia, non si può però negare che il divario tra la resa finale dei pezzi da 90 e quelli un po' più generici si fa sentire. Difatti, pur pescando a piene mani dai suoni più grezzi di metà anni '90 (Buckwild su tutti), il risultato di quel capolavoro che è Riiiot! è ben diverso dalla mediocre Waiting To Exhale; per di più, se nel primo caso il Nostro ha come sparring partner Ras Kass, che riesce a stargli dietro anche grazie a versi come "The day a nigga'll serve Ras is when faggots'll start straight-bashing", nel secondo la sua crew viene letteralmente relegata a ruolo di comprimari di terz'ordine. Oppure, per fare un altro esempio, Ghetto Vampire (coi suoi tre beat in uno) riesce a schiacciare Feeling Evil Again, Freestyle Rhymes e Many Different Ways in una botta sola- il che è un peccato, perchè significa che il talento di Barbosa è andato (quasi) sprecato su dei beat che sarebbero dovuti restare nello studio. Ma quando gli si da un qualcosa di adeguato... signori miei, tutti a casa. Oltre alle sopracitate Riiiot! e Ghetto Vampire, vanno senz'altro segnalate Rise (soprattutto per via della programmazione delle batterie, sorprendentemente avanti coi tempi), la melodica Kreep (nella quale Kutmasta Kurt stravolge In A Gadda Da Vida risultando originale diversi anni prima di Nas e Will I.Am), l'apparentemente leggera It's All Bad (Marvin Gaye fa miracoli) e il trio di pestoni genuinamente hardcore composto da Deliver, No Complex e Partner To Swing. Come si può quindi vedere, a conti fatti il risultato non è la somma delle parti ma poco ci manca; peccato solo che all'epoca uscissero bombe come Time's Up, Shook Ones o Broken Language, un fattore che non posso non tenere presente nel momento in cui mi trovo di fronte ad una pletora di basi generalmente buone ma purtroppo non all'altezza degli epigoni dell'epoca.
Ma, detto questo, Here To Save You All è la classica pietra miliare scomoda che a nessuno piace ricordare se non come un gingillo da ritirare fuori tanto per. Comprensibile: se lo si facesse, ci si renderebbe facilmente conto che buona parte degli artisti celebrati oggigiorno sono poco più che dei mestieranti di bassa levatura, e che persino figure tanto idolatrate come Lupe Fiasco non sono, forse, così eccezionali come si vorrebbe far credere.




VIDEO: NO COMPLEX

7L & ESOTERIC - THE SOUL PURPOSE (Landspeed, 2001)

lunedì 19 maggio 2008

Tra le tante cose negative che il declino mediatico di New York (intesa quale capitale del rap) ha portato con sè, qualche nota positiva la si può trovare: ad esempio, ha permesso che altre città o aree della costa atlantica riuscissero a ricevere un'attenzione fino ad allora negata e dunque a riscuotere un successo sufficente per poter continuare a produrre musica. Basti pensare alla Carolina del nord (Justus League), a Detroit (Slum Village e dilliani vari) e alla città che al momento più ci interessa: Boston. Fino al 2000 circa, la capitale del Massachussets aveva giocato un ruolo del tutto marginale per quel che riguarda l'hip hop, limitandosi perlopiù a far nascere persone (Guru) o prodotti (The Source) che però per svilupparsi avevano dovuto trasferirsi a New York; altre figure, come EdO.G. o gli Almighty RSO, dopo aver vissuto un breve momento di popolarità, erano scomparsi dalla vista. Tuttavia, con la fine del millennio comincio ad esservii una sorta di rinascimento del movimento musicale bostoniano, capeggiato all'epoca da Mr. Lif, Akrobatik, Virtuoso, i Kreators, Reks e il duo composto dal DJ/produttore 7L e l'MC Esoteric.
Si può senz'altro dire che The Soul Purpose, benchè del tutto ignorato dal mainstream, era atteso a braccia aperte da tutti coloro che avevano seguito lo sviluppo dei due fin dalla pubblicazione dei primi lavori sotto il nome di God Complex (assieme a un terzo, Karma, poi divenuto grafico per la Landspeed a tempo pieno) per la Brick Records; a far crescere gli appetiti ci avevano poi pensato un paio di singoli e l'EP Speaking Real Words, uscito un paio di anni prima e in tutto e per tutto decisamente promettente. Inutile dire che io ero tra i suddetti fan e difatti, quando comprai questo album nell'estate 2001, mi fiondai immediatamente sullo stereo dell'amico che allora mi ospitava e lo monopolizzai letteralmente per diverse ore.
Quello che mi era sempre piaciuto del duo era l'approccio "no-nonsense", fatto da puro battle rap e basi essenziali, cosa che per mia fortuna trovai abbondantemente sparso per i quasi 65 minuti di durata del disco (poi i miei gusti sarebbero mutati, ma questa è un'altra storia). Il pezzo d'apertura, Verbal Assault, oltre ad usare un cut ovvio da Tru Master rappresenta la quintessenza del loro stile di allora: su un semplice beat fatto da basso, batteria ed un campione pitchato di due note di piano piano, Esoteric si lascia andare ad una pura e semplice dimostrazione di stile, nel quale il peso di G Rap come fonte d'ispirazione si fa pesantemente sentire: "Check the rap cat spit the fat shit to mack dips/ While you pack clips and bag bricks to stack chips/ I only smack dicks if they act slick/ And only jack whips if they model flagships". Forse non originale? Certo, ma suona comunque dannatamente bene, e gli scratch di 7L danno quel tocco in più che proietta il pezzo tra le cose migliori mai prodotte dal duo. Più funkettona e leggera è Terror To You Ear, la quale però viene subito annichilita dall'eccezionale collabo -nonché primo singolo- con Mr. Lif: Operating Correctly. Il tiro è parecchio veloce, il loop di piano è sottolineato da delle entrate di bassi pompate manco fosse drum 'n' bass e, soprattutto, dalla bella alternanza che si sviluppa tra Eso e Lif (qui in modalità puramente battagliera)... imperdibile. Per trovare un pezzo ugualmente potente non si può far altro che saltare un paio di tracce e giungere ad un'altra collabo, Public Execution (con Reks e un Apathy al pieno della sua forma), oppure alla riunione con Karma in Rep The Hardest (il quale risulta però palesemente inferiore a ES)- in ambedue i casi si tratta nuovamente di mere manifestazioni di stile ma, nuovamente, non posso ignorare quanto alla fine suonino bene, per cui pace. Tuttavia, ci sono altri casi dove le semplici rime non bastano ad elevare il pezzo (Play It Cool, Guest List o la sopracitata Terror To Your Ear), ed è qui che Eso comincia a muovere i primi passi di un'evoluzione che si sarebbe fatta vieppiù marcata disco dopo disco: tracce concettuali alternate a storytelling o, più prosaicamente, contenuti. Ad esempio, First Letter è sì un pezzo da battaglia, ma il fatto è che si sviluppa come un lungo e complesso acronimo: prendete la prima lettera di ogni parola e alla fine vi troverete con in mano una frase (che spoilero immediatamente: "You suck crab/ Stop inflicting pain on brains with YGB/ UR wack attempts at ripping microphones/ Don't ever fuck with Eso kid"). Meno astrusa è invece My Rhyme, un evidente quanto breve omaggio vivente all'old school '85-'86 (con tanto di adlib riverberati) che però, in tutta onestà, riesce a risultare tanto curioso ai primi ascolti quanto inutile dopo il terzo giro; la didascalicamente intitolata Think Back è un becchindedèis piacevole quanto basta e sul quale non c'è molto più da aggiungere; infine, Jealous Over Nothing è una storiella che in tutta la sua farloccaggine (sì, insomma, lui farebbe ingelosire di proposito la sua tipa...) contribuisce comunque a dare un tono di varietà al tutto.
Ora, prima accennavo al fatto che i miei gusti nel tempo sono cambiati. Di conseguenza, anche The Soul Purpose non può piacermi come mi piacque sette anni fa, sia perchè nel frattempo Eso ha dimostrato una sensibile maturazione da ogni punto di vista, superando le prestazioni di questo disco di parecchie spanne, ma soprattutto perchè oramai avere un intero disco fatto di battle raps non riesce ad eccitarmi a meno che non si tratti di qualcosa di davvero impressionante (I Told You So di Chino XL è un esempio abbastanza valido). D'altro canto, nemmeno posso ignorare che, nel suo genere, l'album contenga delle chicche assolutamente degne di nota: di fianco a Verbal Assault, Operating Correctly, Public Execution e Rep The Hardest si vanno a collocare anche You Know The Concept, Mic Mastery e State Of The Art -e questo in buona parte grazie alle ottime basi fornite in maggioranza da 7L e dai Vinyl Reanimators. Insomma, per farla breve, The Soul Purpose è un esordio perfettamente in linea con quanto c'era da aspettarsi all'epoca dal duo. Grosse pecche non ce ne sono (fuorché l'assenza di originalità o personalità che dir si voglia), ma è sicuramente un prodotto destinato alla lunga ad un ascolto "superficiale" e pertanto non degno di ricevere 4 zainetti.




Bonus: la mia intervista fattagli in occasione del concerto al Palladium del 2002

VIDEO: MIC MASTERY

BLAQ POET - AND THEN CAME POET (2006)

venerdì 16 maggio 2008

Volendo proseguire nel mio viaggio "too black for Mtv", dopo l'ultimo dei Dwellas è giunto il momento di calare l'asso e tirare fuori uno di quegli oggetti che fanno di me l'alfiere del nerd bootlegging, cioè il disco rifatto a mia immagine e somiglianza. Vado a spiegarmi: quante volte avete atteso con impazienza il disco di Piripacchio e, una volta tenutolo in mano, vi siete sentiti delusi? E, ancora, ditemi se ciò non è avvenuto con Rewind Deja Screw, "street album" di quel peso da novanta della terronaggine che è Blaq Poet? Appunto.
Sapete, io ero convinto di avere a che fare con una specie di antipasto o, come lo chiamano nel mio ambiente, un appetizer; e invece mi sono trovato per le mani una raccolta con qualche pezzo originale, qualche inclusione di b-side varie e soprattutto tutta una serie di strofe riciclate. Ora: quest'ultimo è per me il problema minore, peccato però che la qualità nel suo complesso non fosse tutto 'sto granchè, principalmente per via dei beat. E così mi sono armato di vari CD, di Photoshop e di Bias Peak per mettermi al lavoro e creare una sorta di vera summa di quelle che sono le sue apparizioni più significative oltre a -naturalmente- i pezzi migliori del suo semiesordio.
Immodestamente, ho fatto un buon lavoro e, al limite, l'unica cosa che manca qui è Loyalty con Cormega (d'altronde non volevo mettere troppa roba col resto degli Screwball). Per il resto, vi aspetta una serie di pezzi che variano dal classico all'ottimo fino al buono; a margine di tutto ciò c'è una delle grafiche più sbatti mai fatte: il digipack casalingo, per le quali spiegazioni di assemblaggio rimando a dopo la tracklist:

01. Intro
02. Poet's Coming
03. Ghetto Shit
04. Watch Your Back
05. Seen It All feat. K.L. & Hostyle
06. The Heat Is On RMX feat. Prodigy & Godfather Don
07. F.A.Y.B.A.N.
08. The Bio
09. We Gon' Ill
10. Bloody Mess
11. What Y'all Gonna Do
12. Rhyme Crime Boss
13. You Love To Hear The Stories
14. Message From Poet
15. Urban Warfare RMX feat. K.L., Hostyle & Kyron
16. The Cash
17. Bang This
18. Poet Has Come

Dunque, eccoci. Premesso che so perfettamente che nessuno di voi metterà mai in pratica queste cose, non posso esimermi dal fornirvi le istruzioni necessarie. Innanzitutto, ciò di cui avete bisogno è carta adesiva da 80g, del cartoncino ondulato nero da 100g, del cartone pressato (quello dei quadernoni da disegno Fabriano va benissimo), della colla (meglio scotch biadesivo di quelli hardcore), un cutter ed una discreta manualità. Come prima cosa, aprite il file con Photoshop e vedrete che ci sono tre livelli: Sticker, Sfondo e Cartone. Ora, stampate lo sticker sulla carta adesiva e ritagliate la parte bianca; dopodiché, stampate "Sfondo" sul cartoncino e ritagliate anche questo prendendo come riferimento le guide interne del file. Appiccicate lo sticker sul cartoncino. Fatto ciò, ritagliate due quadrati di 123mm di lunghezza per lato dal cartone e incollateli in corrispondenza al fronte ed al retro, piegate, incollate le alette ed il gioco è grossomodo fatto. Divertitevi.

Blaq Poet - And Then Came Poet

VIDEO: DON'T GIVE A FUCC (THE BLAQ PRINT PROMO)