AZ - MEMPHIS SESSIONS: THE REMIXTAPE (Streetcore, 2007)

lunedì 30 giugno 2008

La linea qualitativa di AZ appare nel corso degli anni sempre più vicina ad un elettrocardiogramma; non appena Anthony Cruz vi pompa nuova energia grazie a belle cose come il recente A.W.O.L., il secondo dopo inevitabilmente incappa in una sorta di sincope e delude con prodotti discutibili come The Format. Ma per fortuna il cuore è in sè sano, per cui anche dopo la canonica défaillance si ha sempre la certezza che qualcosa di buono avverrà. Puntualmente, questo evento ha avuto luogo nel 2007, a cavallo tra le due sòle The Format e Undeniable, con questo eccellente Memphis Sessions.
Il disco s'inserisce con bruta violenza nel filone del remixtape/blend tematico à la Grey Album o Q-Unit [no homo], senonché qui l'idea finalmente viene superata dalla sostanza; vale a dire, cioè, che il plauso è meritato non perchè qualcuno abbia avuto un'ideona original-affascinant-curiosa che fa rizzare l'uccello ai recensori di Pitchfork ma semplicemente perchè il risultato è ottimo a prescindere -cosa che non si può dire per i predecessori del genere (fatemelo dire: il Grey Album è una stronzatona col botto). E la ragione che sta alla radice di questo successo è secondo me semplice: anzichè mescolare cose che tra loro non c'entrano assolutamente nulla per il gusto di sentirsi eclettici si è scelto uno dei pilastri che stanno alla base di tanto hip hop, alias la musica di Al Green. Dunque una decisione non coraggiosa ma senz'altro rispettosa dei fan del genere, i quali mi auguro si preoccupino più di ascoltare buona musica che non di viaggiare dietro l'ego o la megalomania del produttore emergente XYZ a prescindere dai risultati.
Bene: ammesso e non concesso che sia così, andiamo a esaminare più in profondità Memphis Sessions. Cos'è stato fatto? Sono state prese una serie di a cappella di AZ dai suoi due precedenti album e sono state appoggiate sopra a loop tratti da vari dischi di Al Green, senza aggiungere fondamentalmente nulla. Proprio così: se una batteria c'è è solo perchè era presente nell'originale... pigrizia? Eh no, non direi. Anzi, nella sua semplicità trovo che questo lavoro di taglia&incolla sia stato ben complesso perchè in fin dei conti si è lavorato molto sulla ricerca d'archivio, per così dire, sfruttando le melodie originali cercando di alterarle quanto meno possibile. E per quanto vi siano un paio di episodi che inizialmente sanno di già sentito (il remix di The Format è praticamente 260 di Ghostface, persino il dialogo all'inizio è il medesimo; Love & Happiness e The Letter ormai le conoscono pure i sassi), persino in questi casi s'è inserito un bridge o una fetta di campione che riesce a rivitalizzarli e a dar loro un tocco di freschezza. E poi ciò che stupisce è quanto sembri naturale la presenza di AZ su canzoni vecchie di quasi quarant'anni; la fusione tra rappata e "beat" -all'infuori di pochissimi casi dove il Nostro va fuori battuta di qualche millisecondo- è infatti perfetta e spesso gestita talmente bene da risultare ancor più d'effetto che nell'originale.
E parlando di originali, un altra lancia ha da essere spezzata in favore di Memphis Sessions. Mi riferisco al fatto che il peccato originale di AZ è quello di saper scegliere un beat valido su tre ciofeche, per cui spesso si ha di fronte il suo spiccato talento e lo si vede macellato da una base semplicemente atroce; se pensate a The Format o Sosa vi renderete conto di quanto un piccolo accorgimento -cioè l'avere un buon orecchio- sarebbe bastato a rendere quei dischi dieci volte migliori di quanto non siano effettivamente. Ecco, grazie a Memphis Sessions molti dei crimini commessi in passato vengono cancellati onde darci la possibilità di godersi le acrobazie liriche del Nostro su musica finalmente degna di questo nome. E come avevo già accennato, persino canzoni che già partivano bene o benissimo (The Format, The Come Up, New York) non perdono di fronte agli originali ed in alcuni casi -New York su tutte, assolutamente eccezionale- riescono persino a superarli.
Bene: a questo punto persino un ritardato dovrebbe aver capito che non solo ho apprezzato quest'album, ma anche che è oggettivamente uno degli esperimenti del genere meglio riusciti (se non il migliore) nonchè un pezzo imprescindibile da aggiungere nella collezione di chiunque apprezzi la buona musica. A maggior ragione se si vorrebbe tanto essere fan di AZ ma proprio non ci si riesce, appunto a causa delle sue disgraziate scelte in materia di beat -e se volete capire cosa intendo, ascoltatevi il secondo CD. Sfido chiunque a non prendere a testate lo stereo sentendo quella porcheria di The Love Of Money.


WILDCHILD - JACK OF ALL TRADES (Nocturne/On the Corner, 2007)

giovedì 26 giugno 2008

[Prima di qualsiasi commento su Wildchild, solo un paio di cose su Germania-Turchia per i miei connazionali che passano per il blog: Bratwurst schlägt Döner, und darüber kann man sich freuen solange man will, aber... die erste Halbzeit war für mich und meine Mutter ernst peinlich (Gott sei dank sind wir daran gewöhnt, denn nach Italien-Holland kann uns überhaupt nichts mehr erstaunen). Die Türkei hat Deutschland beschämt, und trotz des positiven Ergebnis gehören Lehmann und Ballack irgendwo anders (z.B. zur Zwangsarbeit in einem Bergwerk), denn mit solchen miserabelen Leistungen können wir gegen Rußland (denn Rußland wird gegen Spanien gewinnen, darüber bin ich mir sicher) nichts anfangen. Und jetzt zurück zum Thema...]

In inglese "jack of all trades" connota positivamente colui che è ben versato in qualsiasi arte ed è dunque capace di adattarsi a tutte le situazioni. Tuttavia, esiste una variante del detto che recita "jack of all trades, master of none", sulle cui implicazioni negative mi pare superfluo aggiungere altro. Wildchild, già membro dei Lootpack nonché autore di un bel esordio solista nel 2003 col suo Secondary Protocol, vuole evidentemente collocarsi nella prima parte del suddetto modo di dire, ma questa sua ambizione forse non tiene conto di un paio di cose...
Tuttavia, prima di giungere a conclusioni andrei per passi, sottolineando una curiosità: benché il suono e le collaborazioni di Jack Of All Trades siano di marcato stampo stonesthrowiano, l'album è pubblicato dalla francese Nocturne/On The Corner. Chissenefrega, per carità, è solo che ciò in un primo momento mi ha sorpreso; ma tutto sommato si vede che l'essenza è sempre quella, difatti tra i produttori troviamo principalmente Madlib e Oh No, seguiti a ruota da Georgia Anne Muldrow (ovviamente ospitata anche come cantante) e poi da qualche outsider -come ad esempio Black Milk e Kev Brown. Un sogno per ogni backpacker che si rispetti? Decisamente, e aspettate di sentire gli ospiti: Prince Po, M.E.D. e Oh No, Frank 'N' Dank, i Souls Of Mischief e poi, tutti su una traccia, Special Ed, Percee P, Masta Ace e MC Lyte. Beh, capirete che quando ho letto questi nomi non potevo crederci, ed il fatto di ricevere un disco bonus pensato per il mercato europeo mi ha fatto correre ad ordinare Jack Of All Trades a scatola chiusa -mi pareva lecito aspettarsi una sorta Secondary Protocol all'ennesima potenza, per cui perchè no?
E invece alla lunga sono rimasto deluso. Innanzitutto perchè il Nostro ha portato agli estremi il suo stile che, per chi non lo sapesse, si può riassumere in una rapidità di dizione ed un accumulo di rime molto particolare e, soprattutto, piacevole da ascoltarsi. Se per certi versi può ricordare l'immenso Tash, Wildchild tiene comunque meno conto del beat ed è solito viaggiarci restando sulla battuta ma senza usare troppa enfasi; stargli dietro al primo ascolto è molto difficile ma alla fine, dopo ripetuti ascolti, si spegne lo stereo soddisfatti dell'esperienza. Almeno fino ad ora, perchè in Jack Of All Trades si ha l'impressione di ascoltare ad un vero e proprio parlato che raramente si apre ad elementi "musicali" come pause ad effetto, melodie o variazioni nel tono di voce. Al che poco importa che vi siano letteralmente quintalate di rime e (un po' meno) di contenuti da sminuzzare ed esaminare ascolto dopo ascolto: ci si annoia, non ce n'è! Se dovessi definire in maniera sprezzante quel che ho sentito in meno di un'ora, la parola più vicina alle sensazioni avute è senz'altro "logorrea" -difatti, giunti che si è alla sesta o alla settima canzone quasi vien da dire "e statte zitto du' minuti diobono", il che, capirete, per un disco rap non è proprio l'ideale.
Ed anche le produzioni tradiscono secondo me le aspettative. Certo, non esiste più quell'effetto sorpresa che si poteva avere cinque anni fa ascoltando la roba di Madlib & soci, ma resta il fatto che persino sul disco di Guilty Simpson si riuscivano a trovare delle gran belle cose. Ecco, il punto è che qui da un lato non ci sono scivoloni che sconfinino nell'incircolabile, ma d'altro canto non v'è nulla di straordinario. Tutta la produzione s'attesta tra il molto buono ed il meno buono, affidando quindi l'effetto WHOA puramente alle liriche. E considerando quanto da me scritto nel paragrafo precedente, a questo punto non dovrebbe stupire che i momenti migliori li si ha quando Wildchild chiama a collaborare qualcuno: vedi ad esempio le belle Puppetmasters, The League (pezzo migliore... ma va'?) e Day 'N' The Funk. Aggiungo che comunque, se presi a piccole dosi, alcuni episodi solisti sono comunque godibili (penso a Love At 1st Mic e l'ottima Rest 'N' Beats); peccato, davvero peccato, che se inseriti nel contesto generale rischino di passare inosservati o comunque privati dell'attenzione che meriterebbero.
Giunto che sono al momento delle conclusioni, la faccenda si fa ardua. I problemi di Jack Of All Trades li ho evidenziati e da un certo punto di vista d'insieme sono pure piuttosto gravi; d'altro canto, non c'è davvero molto di oggettivamente scandaloso (oddio, Da Herc Dance ci si avvicina ma glissiamo) ed anzi ci si può imbattere in pezzi in sè e per sè più che degni, dispersi purtroppo in un mare di materiale privo di mordente e dunque di longevità. Mah, tre zainetti e mezzo e tanti saluti, con il consiglio di recuperare al volo Secondary Protocol, a mio modo di vedere le cose meno "maturo" ma complessivamente più riuscito o, quantomeno, godibile.

P.S. Il secondo CD, International Intellect, è egregio nonché decisamente superiore alla media di questo genere di "offerte". Tuttavia, valgono le critiche mosse all'album principale.




VIDEO: FRESH AIR

ALL CITY - METROPOLIS GOLD (MCA, 1998)

martedì 24 giugno 2008

Mentre in radio passano la mitica Hot In Here di quella chiavica di Nelly, controbatto nella mia intimità proseguendo la minirassegna del "chi cazzo sono" con uno dei pezzi da 90 del genere: gli All City. BOOM. I più avvezzi alle memorabilie dei bei tempi che furono li ricorderanno senz'altro per il singolone The Actual, prodotto da Primo e ancor'oggi relativamente famoso, e per un'affiliazione agli Onyx manifestatasi prima tramite un paio di apparizioni sui dischi di questi ultimi (Getto Mentalitee e Overshine), e poi con la loro produzione esecutiva di questo Metropolis Gold.
Una volti privati però di questi post-it biografici, ad oggi nessuno si ricorderà del loro unico album in quanto anch'essi riuscirono nell'arduo tentativo di ricevere il disco d'alluminio (principalmente grazie alle accorte strategie di marketing della MCA); questo è un peccato in termini relativi, in quanto di certo non abbiamo tra le mani un secondo Illmatic, ma comunque un po' d'attenzione in più non guasterebbe. Un po' perchè loro sono non dico bravi ma senz'altro più che competenti, e poi perchè Metropolis Gold può fregiarsi di alcuni bei pezzi prodotti, in parte, dal sopracitato Premier, da Pete Rock, Rockwilder, EZ Elpee e Fredro Starr (prima di storcere il naso vi ricordo che dietro a molte tracce di All We Got Iz Us c'era lui).
Senza voler esaminare al microscopio ogni singola traccia, vorrei elencare i punti a favore di questo esordio: Stay Awake, Priceless, Xtreme, The Actual e Afta Hourz sono tutte canzoni solide. La punta di diamante è senza dubbio The Actual, che da un lato può fregiarsi di una delle più belle produzioni di Premier della seconda metà degli anni '90 e dall'altro vanta un notevole emceeing di stampo genuinamente nuiorchese, ma anche le altre hanno diversi punti a loro favore. Primo fra essi l'atmosfera radicalmente urbana, un concetto di cui spesso s'è abusato (specie negli ultimi anni) associandolo a trend di dubbio gusto o utilizzandolo con faciloneria, ma che nelle sue forme più nobili resta per me determinante nello stabilire la bontà di un pezzo rap: in sostanza, le sopraelencate composizioni sono materiale da walkman che fornisce una colonna sonora quando si cammina e si scrutano i dintorni. Un po' come avveniva nello stupendo video di Respiration, ascoltando Xtreme o Afta Hourz è inevitabile considerare traffico, smog, lo stridio della metropolitana sulle rotaie come manifestazione visiva di ciò che si sta ascoltando e viceversa; in tal senso si potrebbe parlare di musica con un'anima. Va da sè che questo può solamente avvenire in presenza di riconoscibili qualità tecniche, e in questo J. Mega e Greg Valentine non peccano: simili nello stile ma con voci nettamente distinguibili, ambedue favoriscono le classiche metriche serrate (le fonti d'ispirazione sono evidenti: Rakim, Nas ed in minor parte Kool G Rap) ma riescono comunque ad evitare il rap fine a sè stesso; nessuno dei due eccelle particolarmente come scrittura, ma ciò nondimeno riescono a piazzare quà e là frasi e concetti che danno comunque un'idea di coerenza al pezzo e non lo fanno sembrare un'accozzaglia di assonanze piazzate tanto per.
Purtroppo, però, al di là del fatto che ci sono naturalmente alcuni pezzi non particolarmente entusiasmanti (comunque non orribili: Metrotheme, Ded Right, Favorite Things, Move On You, Just Live), ciò che davvero sottrae piacere nell'ascolto di Metropolis Gold sono una serie di uscite jiggy mostruosamente rappresentative della nefasta influenza esercitata sull'hip hop da parte dell'ignobile Puff Daddy. Ora, se risparmio dal definire cacata assurda il remix di Hot Joint è solo perchè persino degli insospettabili mi hanno detto che è strepitoso (e quindi sarei portato a pensare ad una questione di meri gusti), ma condanno senza possibilità d'appello robaccia come Live It Up (l'equivalente reppuso della disco fine '70), Get Paid (che si fregia di un patetico campione di vibrafono Fisher Price e di un ritornello di disumana bruttezza), Daydreaming (aborto che si colloca tra il New Jack Swing ed il peggior Stevie Wonder degli anni '80) e l'originale di Hot Joint (cfr. quanto detto per Live It Up). Sapete, non solo penso che -a prescindere dalla qualità intrinseca del genere- questa roba andrebbe lasciata a chi la sa fare, ma sono sempre stato convinto che queste manifestazioni di pochezza passata per "stare al passo coi tempi" non abbia mai avuto alcun tipo di valore. E il tempo mi ha dato ragione: riascoltate oggi sanno così pateticamente di datato che quasi vien da piangere. Insomma, i pezzi da ballare si possono anche fare, ma c'è una bella differenza tra Hypnotize e Gettin' Jiggy Wit It.
Comunque sia, peggio per loro. Peggio per loro perchè pur senza eccellere particolarmente potevano essere ricordati meglio producendo un album meglio focalizzato sugli aficionados del genere. Come già detto, non sarebbe mai stato un Illmatic, ma un disco più che dignitoso invece sì -dopotutto, il primo di AZ viene ricordato con piacere pur non essendo un capolavoro, per dirne una. Invece han deciso di rovinare la memoria di ciò che di buono hanno fatto con un'infilata di sconcezze francamente imperdonabile, una concessione ai gusti facili del pubblico che per giunta non ha sortito l'effetto desiderato. Morale: la storia è stata ben più severa di quanto non sia stato io nelle righe precedenti e li ha costretti ad un oblio francamente troppo punitivo; ergo, scaricate il disco, verificate la veridicità delle mie parole e dopo "separate the pros from the cons, the platinum from the bronze, the butter-soft shit from the leather on the Fonz" e gustatevi quanto di buono hanno saputo offrirci Mega e Valentine. E perdonate la mia citazione gratuita.




VIDEO: THE ACTUAL (Che la Universal, nella sua starordinaria lungimiranza, non fa embeddare)

NINE - CLOUD 9 (Profile, 1996)

lunedì 23 giugno 2008

È raro che io mi trovi a dare un voto basso ad un album di underground nuoirchese di metà anni '90, ma alle volte le eccezioni ci sono e solamente chi non ha vissuto quel periodo potrebbe essere portato a dare una lettura revisionista di questo Cloud 9. Ammesso naturalmente che lo conosca, cosa piuttosto difficile in quanto questo suo secondo album vendette ancor meno del esordio (il che è tutto dire) e per giunta fu privo di un singolo-tormentone come Whutcha Want. Dubito quindi che se ne possa trovare una copia oggi, se non a suon di mercatini dell'usato e via dicendo.
Ma fatto sta: nel '96, l'emcee dalla voce più naturalmente roca e profonda del Bronx -tipo Sandro Ciotti, per capirci- decise di dare alle stampe il sequel di Nine Livez, disco tutto sommato discreto e decisamente adatto per i tempi. Come in quest'ultimo, difatti, non troveremo traccia di ritornelli cantati o beat leggeri quanto piuttosto di boombap scarno ed essenziale, impregnato di grimeiness fino all'osso e di titoli scritti in mezza fonetica: in una parola, hardcore. E fin qui tutto bene. Ma i primi dubbi possono sorgere già con l'intro, dove Nine e King Just scambiano due strofe passabili su... un campione di Biscuit dei Portishead. Già, proprio così: Biscuit, che a sua volta si basava su un campione (I'll Never Fall In Love Again), viene campionata senza alcuna variazione -figurarsi che nemmeno prendono l'intero loop iniziale, ma solo il primo giro. Ecco, diciamo che a casa mia una tale pigrizia non è ben vista, ed anzi pare quasi un'antesignana di quei internet mc's che a fine anni '90 si mettevano a cantare sopra singoli loop rabbati a destra e a manca col fruityloops; inutile dire che, in quel caso, perlomeno non correvamo il rischio di sentirli incisi su disco.
Ma per fortuna Every Man 4 Himself fa risalire la china: il beat gode di gran belle batterie che pestano come dio comanda, una linea di basso bella piena e, soprattutto, di un campione di taglio orchestrale splendidamente cupo e nient'affatto barocco o esagerato. Su questo tappeto il nostro non esplora nuovi territori in quanto a contenuti, ma riesce a suonare decisamente convincente nel proclamare ad alta voce quanto fa brutto e, per quanto tecnicamente le rime siano buone e poco più, l'effetto complessivo è decisamente appagante. Promosso, insomma. Sulla stessa qualità s'attesta anche We Play 4 Keeps, che ai nostalgici non potrà non piacere per via di quel breve campione di sax riverberato che fa molto anni '90. La base è difatti tanto ben fatta quanto manierista, ma a meno che uno non si aspetti per forza faville ogni qual volta ascolta una canzone, l'esito lascia un buon sapore in bocca e quasi si comincia a credere di aver fatto un buon acquisto.
Ma come si comincia a nutrire questo sospetto, si parte con gli scivoloni. Innanzitutto si fa avanti il fatto oggettivo che, voce a parte, Nine non sia tutto 'sto granchè di MC. Certo, ha una tecnica dignitosa ma, tanto per dirne una, le sue rime scadono spesso e volentieri nella prevedibilità più totale; per di più, non si può sicuramente vedere in lui una fervida immaginazione nè per quel che riguarda l'uso delle metafore, nè per ciò che concerne l'abilità descrittiva. Il suo approccio potrebbe quindi essere definito come diretto, ma francamente penso che dietro ci sia semplicemente una capacità molto limitata e nulla più se non, volendo, pigrizia. Questo è un difetto che si fa particolarmente evidente nel caso di produzioni che per vari motivi sono fiacche: vedi ad esempio Tha Product e Uncivilized, ambedue troppo orchestraleggianti e monotone, oppure No Part A Me, Richman Poorman e Jon Doe: mediocri a dir tanto, utilizzabili al massimo per uno skit. Talvolta, poi, anche se il beat regge egregiamente (ed è il caso di Lyin' King) può capitare di sentire materiale di scarto come "I heard your album and I don't believe a word of it/ I think you're soft like that trick Mother Hubbard fillin' the cupboard with gang goods like mother Goose, who lived in a shoe/ Next door to your weak-ass crew". Per giunta, nella stessa canzone assume un tono da moralista illuminato in palese contrasto coi contenuti delle precedenti canzoni, sicché per quanto i rapper non siano generalmente dei campioni di coerenza verrebbe da chiedersi se è la stessa persona ad aver scritto questa canzone e, per dire, Make Or Take.
Per converso, se il beat e l'eventuale ospite sono di qualità, non si può nascondere il fatto che Nine suoni rinvigorito. Ad esempio, la sopracitata Make Or Take non solo è il pezzo migliore di Cloud 9, ma è a mio avviso uno dei capolavori degli anni '90. Prima di tutto grazie al beat, dove un campione di Ronnie Laws viene tagliato divinamente e riesce da solo a conferire una melodia al contempo minacciosa e soave; ma poi è Nine che suona giustamente incazzato e, d'altro canto, Smoothe Da Hustler aggiunge ulteriore energia durante il ritornello al punto che non può che dispiacere on sentirlo per una strofa intera. Meno belle ma comunque d'effetto sono la ruvida Warriors (miracolosamente, Bounty Killer calza a pennello sul beat e sull'atmosfera in generale) e l'autobiografica 4 Chicken Wings And Rice, unico pezzo lento e tutto sommato ben scritto pur nella sua prosaicità.
Ma queste parentesi non bastano a risollevare un album che, se contestualizzato, di certo non può reggere il confronto coi mostri sacri dell'epoca. Vale anche in questo caso il solito "eh, ma è meglio della merda che esce oggi", senz'altro; ma questo la dice lunga più su come siamo messi oggi che su Nine, il quale pur avendo un discreto orecchio musicale ed una tecnica accettabile è fin troppo banale nella sua scrittura. Questo difetto lo può celare finchè vuole dietro a belle basi e ad una voce senz'altro particolarissima (che peraltro o si ama o si odia), ma ascolto dopo ascolto alla fine salterà fuori. E purtroppo, possedendo quest'album dal lontano '96, non posso dargli più di due zainetti e mezzo. D'altro canto non posso che consigliarne comunque l'ascolto, vuoi anche solo per la splendida Make Or Take che, ripeto, merita di stare nell'Olimpo del rap nuiorchese (ma anche statunitense) degli anni '90.




VIDEO: MAKE OR TAKE

AA.VV. - SOUL IN THE HOLE (Loud/RCA, 1997)

venerdì 20 giugno 2008

Come ho già avuto modo di scrivere, le colonne sonore reppuse non sono ormai altro che una laida operazione commerciale da du' lire buona giusto per censire la quantità di ingenui e di cretini tout court, che le acquistano nella convinzione di ascoltare qualcosa di degno e che, invece, si ritrovano tra le mani una specie di raccolta differenziata tra pezzi di seconda scelta e rimasugli di album. Ma non sempre è stato così. In un'epoca migliore, quando qui era tutta campagna e i treni arrivavano in orario, uscivano almeno una-due raccolte all'anno serie e, saltuariamente, il capolavoro.
Bene, qui stiamo parlando di un capolavoro. Leggete gli artisti in scaletta: Dead Prez, Wu-Tang, Sauce Money, M.O.P., Big Pun, Mobb Deep, Organized Konfusion, O.C... quello che oggi verrebbe considerato il sogno di un backpacker, nel '97 è stato pubblicato da una major tra gli applausi di pubblico e critica. Applausi meritatissimi perchè, all'infuori di singole pisciate extratazza, la qualità media è straordinariamente alta.
Dubito che qualcuno oramai non la conosca, ma You Ain't A Killer di Big Pun, che qui funse da biglietto da visita della futura star obesa, vede la leggenda portoricana scambiare colpi con un bellissimo beat di Younglord (un cupo loop di piano adagiato su un semplice 4/4 che nella sua semplicità riassume il grimeiness del suono nuiorchese di metà anni '90) che gli consente, già nella prima strofa, di mostrare le sue capacità: "Any last requests before you meet your maker? Sew what you reap a wake up, shakin up a storm like Anita Baker/ I'll take you straight to hell and fill your heart with hate, ncarcerate your fate in Satan's fiery lake, then I lock the gate". Su Capital Punishment si sarebbe poi visto ancora di meglio, ma fatto sta che questo singolo pezzo fece schizzare in alto le aspettative dei fan di tutto il mondo ed è da considerarsi, a ragione, un pezzo di storia.
Ma questo non deve far scordare l'ottima accoppiata di Sauce Money e Premier in Against The Grain, traccia decisamente valida per l'allora sodale di Jay-Z (nonché ghostwriter di mezzo mondo) che può solo far crollare gli zuccheri a chi si trovò poi ad ascoltare il deludente Middle Finger U. Stranamente per Premier, che negli anni precedenti aveva toccato livelli di ruvidità estrema con il lavoro svolto per i Group Home e per Jeru, qui il Nostro opta per un campione più spiccatamente soul e, soprattutto, tagliato in maniera più "moderna" -non riesco a spiegarlo bene, ma ad orecchio la differenza tra, che so, Too Perverted e questa è evidente. Ottime interpretazioni giungono anche da Common (assistito da un No I.D. in stato di grazia), dai Cella Dwellas (che infatti ricicleranno Main Aim nel loro album del 2000), dai Brand Nubian (A Child Is Born > il 70% di Foundation) e dai Wu-All Stars, che infatti firmano il primo singolo.
Discorso un po' diverso per altre opere, che anzichè entusiasmarmi mi hanno "semplicemente" fatto dire "bel pezzo". Ad esempio, per quanto sentire gli Organized Konfusion sia sempre un piacere, il loro beat autoprodotto è un po' anonimo. Funziona, per carità, e l'headnodding è garantito, ma la loro eccellenza sta altrove. Lo stesso dicasi per Your Life, dove Ogee secondo me poteva lavorare un po' più su un campione che per una traccia di quasi cinque minuti e mezzo diventa facilmente noioso, anche a causa di batterie non esattamente originali; fortunatamente, O.C. è in piena forma e l'ignoto U Nast esce a testa alta dal paragone con l'ospite. Sul pezzo dei Mobb Deep c'è poco da dire (standard dell'epoca, nulla di cui lamentarsi), mentre Ride degli M.O.P. e Los Angeles Times di Xzibit lasciano un po' l'amaro in bocca. D'altronde non si può sempre avere una Stick To Ya Gunz o una Eyes May Shine, no?
Au contraire, chi avrei mandato a lavorare in miniera sono il Wu (RZA in particolare, che si è scordato di inserire un qualsiasi campione in Diesel) ed i Cocoa B's, che fanno 'na mezza cover di Public Enemy #1 inappellabilmente incresciosa. Peccato oltretutto che questi pezzi si trovino letteralmente tra i coglioni, sicché uno magari se ne sta lì in bellura ad ascoltarsi i Brand Nubian e subito dopo -BOOM- attacca quella formidabile cacata di Won On Won. Diciamo che è come se durante una trombata passasse un buontempone e t'infilasse un dito nel culo, così, per vedere che faccia fai.
Ma metaforiche ditate nel culo a parte, non ho remore a definire Soul In The Hole la miglior colonna sonora in mio possesso -artisti di prima linea, brani ottimi, niente R&B, niente skit del cazzo- potendo muovere al limite una sola critica: non tutti i pezzi sono apparentemente coerenti con il tema della pellicola. Ma 'sticazzi, in fondo si tratta di un documentario ambientato a Brooklyn riguardante un torneo -il Soul In the Hole, appunto- che suppongo non obblighi ad un particolare rigore formale. Oltre che, pragmaticamente, sai che par di palle sorbirsi 70 minuti di disgressioni sul tema del basket? Appunto.




VIDEO: SOUL IN THE HOLE

BLACK MOON - TOTAL ECLIPSE (Duck Down, 2003)

giovedì 19 giugno 2008

Quando uscì Enta Da Stage, il primo, fondamentale album dei Black Moon, il sottoscritto aveva 12 anni e mai si sarebbe aspettato un futuro come l'attuale presente. Non solo non potevo prevedere che sarei rimasto sotto col rap, ma nemmeno avrei potuto immaginare di trovarmi in un ufficio la mattina del 19 giugno 2008 a cercare di sopravvivere al costante assalto alla baionetta alla mia intelligenza perpetrato dalla radio di turno. Sapete, fin dalla più tenera età non son mai stato un grande fruitore della modulazione di frequenza a causa della ripetitività della programmazione; in più, ad ogni estate che s'avvicinava, cominciavo a sospettare -beata innocenza!- che qualcuno volesse prendermi per il culo passando in serrata ripetizione una ben specifica canzone. E così, tormentone dopo tormentone (All That She Wants, What Is Love, Lemontree...), mi sono sempre più isolato da quello che era "hot" al momento. Un backpacker ante litteram, insomma. La mia maschia resistenza passiva [no homo] prosegue anche in questi giorni di estrema sfrangiatura dei testicoli, e così, mentre i danesi Alphabeat ci regalano la solita cacatiella-allegra-perchè-siamo-in-estate-dobbiamo-divertirci, io controbatto nell'intimità delle mie cuffie con l'ultimo album dei Black Moon. E il cerchio si chiude.
Dopo la parziale delusione di Warzone ed una generica assenza dalle scene della Boot Camp Clik tutta, durata -ahimè- circa cinque anni, il 2003 verrà ricordato come l'anno in cui il collettivo di Brooklyn cominciò a recuperare i vecchi fan e ad aggiungerne di nuovi, ingranando una marcia produttiva che si concretizzerà nella pubblicazione di opere collettive così come individuali, in ambo i casi reputate (quale più quale meno) di buon valore. Tuttavia, per quanto possano piacere i dischi di Sean Price, Buckshot e dei Smif 'N' Wessun, non si può ignorare il fatto che dietro a Total Eclipse ci siano principalmente i Beatminerz, cioè coloro che per una buona metà hanno contribuito a decretare il successo della cricca a metà anni '90.
Una differenza vuoi anche solo psicologica, può darsi, ma non posso nascondere il fatto che introdurre l'ascolto di un album partendo dal ruvido boombap di Stay Real anzichè dall'ennesimo campione soul pitchato dia tutt'un'altra verve. Il minimalismo degli anni '90 è stato riveduto & aggiornato, ma la "sporcizia" del campione, l'imponente linea di basso sfondawoofer e le batterie secche sono Beatminerz genuini al 100%, e così è solo logico sentire il suadente flow di Buckshot nella prima strofa: "On the block that I'm from, late night is a hustle hour/ Anything gets sold, weed, clothes, plus the powder..." Puro Brooklyn, insomma. Nel tempo, inoltre, il Nostro è riuscito a trovare una via di mezzo tra l'aggressività degli esordi e la (secondo me) eccessiva calma di molti pezzi di Warzone, creando in questo modo una sintesi efficace e personalissima tra Snoop e O.C. Diciamo che è uno dei pochi veterani che anche a dopo dieci anni di onorata carriera è riuscito a perfezionare il suo stile guadagnando punti sia dal punto di vista tecnico (dizione, rime, stile) che da quello contenutistico. Perchè, sì, ammetto che è difficile trovare enormi spunti cervellotici in un album dei Black Moon e di certo non voglio dire che ci troviamo di fronte a Chuck D, ma quà e là si trovano tracce della maturazione di Buck, ad esempio nella rilettura di Ain't The Devil Happy, Confusion (beat a parte non c'entra nulla con l'originale, ma l'attacco alle logiche del mercato discografico è chiaramente proveniente da una persona che parla a ragion veduta). Infine, per quanto 5Ft non sia mai stato il motivo principale della celebrità dei Black Moon, bisogna dire che risentirlo quà e là fa sempre piacere e spesso aiuta a spezzare bene le prestazioni di Buckshot. In quanto ad ospiti ci viene offerta qualche comparsata da parte dei soci della Boot Camp, i quali -e non dovrebbe stupire- regalano prestazioni quantomeno solide e che alle volte riescono ad oscurare i nostri eroi: ne è l'esempio perfetto Sean Price, che oltre ad anticipare il personaggio del "brokest rapper alive" in What Would U Do, tira fuori una strofa da 90 sull'eccellente Looking Down The Barrel che gli varrà un buon 70% di pubblicità per il suo futuro solista d'esordio.
E, a proposito di Looking Down The Barrel, una menzione speciale va ai beatmaker che saltuariamente vanno a sostituire i Beatminerz alle macchine. L'ineccepibile MoSS, che di Barrel è l'autore, non fa rimpiangere Walt e compagni grazie ad un beat di una semplicità triviale che fa a pezzi le casse e permette agli MC di giostrarsela come meglio par loro, salvo poi far entrare nel ritornello un campione vocale canticchiato reperito chissà come e chissà dove: "Looking down the barrel... of a twelve-gauge magnum...". Perfetto. Non da meno sono Kleph Dollaz e la sua quasi-melodica How We Do It, Coptic (che produce la rilassata This Goes Out To You, con un gran bel loop misto piano e chitarra acustica) e Tone Capone, che per The Fever riprende un campione oramai piuttosto abusato ma allora relativamente fresco (ricordarmi il nome, mannaggia). Nota a parte merita il contributo di DJ Static, che riprendendo paro paro Ain't The Devil Happy di Jeru & Primo non fa nulla di male ma nemmeno rivoluziona la musica. Ma fermi restando i complimenti ai suddetti, va da sè che il ruolo delle star lo giocano i Beatminerz che, come già detto, aggiornano il loro suono dandogli un viraggio più smaccatamente settantone di buon effetto e, pur perdendo così l'unicità che permetteva di collegare I Gotcha Opin a Wrekonize e Headz Ain't Ready a orecchio, risultano al passo dei tempi quanto basta. Certamente vi sono tracce più riuscite di altre, così come va sottolineata l'assenza di una "punta di diamante" tra le varie produzioni, ma nel complesso direi che proprio non ci si può lamentare.
Insomma, per quanto enormemente sottovalutato (in questo i Black Moon mi ricordano gli ultimi Beatnuts), Total Eclipse è un must-have per chiunque desideri ascoltare di tanto in tanto dell'ottimo rap fatto per il gusto di fare rap. Non ci si troverà nient'altro che stile e competenza nel settore -in tal senso è un prodotto per pochi- e di questi tempi è un approccio molto più genuino rispetto a quello del throwback ex post.




VIDEO: STAY REAL

CUNNINLYNGUISTS - DIRTY ACRES (Bad Taste, 2007)

mercoledì 18 giugno 2008

Di ritorno da uno sfogo sulla pochezza musicale di Lil' Wayne [no homo] sul blog di Antonio, stamane m'è sembrato quantomeno doveroso offrire quella che reputo un'alternativa a ciò che il suddetto schifosone ed i suoi epigoni propongono con tanto successo. Certo, il gioco delle contrapposizioni è un po' infantile, lo concedo, ma insistendo nel non farlo qualcuno potrebbe qualunquisticamente pensare che l'uno vale l'altro e che in fondo si tratta solo di gusti -no. Ma senza voler divagare troppo (tanto ho ragione), torniamo a bomba all'oggetto del post: l'ultimo lavoro dei da me già idolatrati Cunninlynguists, autori di un classico [*] come A Piece Of Strange ed ampiamente ignorati dal pubblico di mezzo mondo.
Dirty Acres vede la luce a distanza di due anni dal precedente lavoro. In questo lasso di tempo poco si è sentito da parte loro e pertanto i sette-otto fan che hanno sparsi per il globo, una volta saputa l'imminente pubblicazione di nuovo materiale, hanno cominciato a manifestare segni d'impazienza e a cullare smisurate aspettative. Io non faccio eccezione, naturalmente, e difatti non appena ho avuto modo di sentire questo disco ho avuto un crollo degli zuccheri: non era quello che m'aspettavo, mannaggia a loro, e nemmeno riesco a fornire un'esatta spiegazione del perchè sono rimasto così profondamente deluso.
Ragionando ad alta voce, rivediamo in sintesi quali sono i pregi della loro opera-punto di riferimento: una straordinaria varietà di beat contemporaneamente orecchiabili e complessi, da apprezzare "a strati" come 'na cipolla; un ottimo emceeing caratterizzato da abilità tecnica e da una forte evocatività; temi interessanti affrontati in modo originale; complessiva personalità, coesione, chiarezza. E questo Dirty Acres? Beh, ad un primo ascolto sembra che abbiano ulteriormente rafforzato la loro identità di bluesmen reppusi (passatemi il termine), ma, assenza di fattore sorpresa a parte, l'esito è ben diverso.
L'inizio promette bene: il membro della Dungeon Family Big Rube si esibisce in un bel spoken word su una strumentale di pianoforte tipicamente plumbea, che dopo breve si conclude per lasciar spazio alla prima canzone vera e propria di Dirty Acres: Valley Of Death. Questa mette subito in chiaro che il piglio sgargiulo da giullari dei primi album è definitivamente scomparso, cosa che mi fa piacere almeno quanto l'avere la conferma di Natti come MC, che regala un'ottima strofa e dimostra essere un liricista con un paio di attributi così. Il beat funziona più che egregiamente, parecchio pestone ma espresso nello stile sempre più personale di Kno, e a parte una parentesi gospel francamente eccessiva fa ben sperare per le tracce successive... ma. Sì, c'è un "ma". Senza che vi sia bisogno di nominare i singoli pezzi uno per uno, personalmente reputo che i beat abbiano generalmente perso per strada quel connubio di orecchiabilità e complessità di cui ho scritto prima, vertendo più su quest'ultimo aspetto attraverso strati e strati di strumentazioni e altro. Naturalmente non si può parlare di incapacità da parte del produttore, questo assolutamente no, però una dopo l'altra le canzoni scivolano via senza lasciarsi alle spalle particolari impressioni; mentre sfido chiunque a non venir colpito immediatamente dalla bellezza di certe tracce del precedente album come Caved In, Brain Cell o the Gates, qui alle volte la carne al fuoco è tale che risulta impossibile focalizzarsi su un aspetto particolarmente memorabile. In più, l'impressione che Kno si sia lasciato andare un po' a suoni ed atmosfere eteree trova preoccupante riscontro nei pezzi più lenti: The Park, Yellow Lines, Dance For me e Georgia non sono certo definibili "brutte" (tutt'altro), però per quel che mi riguarda cominciano a spingersi verso sonorità più vicine all'ambient che non all'hip hop. Insomma: va bene creare dei "mood", ma qui si è a un passo dall'esagerazione e dal profluvio di saccarina nelle nostre orecchie. In poche parole, è un po' troppo "soft" per i miei gusti.
Senza contare poi la dicotomia che si va a creare con il lavoro svolto da Natti e Deacon, che reputo eccellente sotto ogni punto di vista; ai livelli di Piece of strange e forse ancora più solido dal punto di vista della tecnica. Ascoltarli è sempre più un piacere e, traccia dopo traccia, non si ha mai l'impressione di perdere punti del proprio Q.I. Mi sono sforzato, lo ammetto, di trovare anche solo un verso fiacco o stupido in Dirty Acres: non l'ho trovato, riuscendo al limite ad incappare in alcuni passaggi un po' tanto ad effetto per i miei gusti ("the clay is running red from the blood that has been shed"). Ma tolti questi piccoli nei, il livello è comunque elevatissimo. Aggiungo che gli ospiti (Devin, Phonte, Witchdoctor ed altri) aggiungono un quid di ulteriore varietà che non guasta mai, e ad eccezione di una strofa non particolarmente ispirata di Too $hort questi si danno comunque il loro bravo daffare.
E allora perchè solo tre e mezzo? Ma perchè, purtroppo, all'infuori dei bei testi il materiale non è per me di grande impatto. Molte canzoni sono sì belle ma galleggiano su tappeti sonori non strettamente memorabili, per quanto indubbiamente ben fatti. Inoltre, questi spesso s'assomigliano troppo e verso la fine del disco parrebbe quasi di ascoltare un'unico pezzo. In conclusione, quindi, Dirty Acres non fa altro che riconfermare il talento dei Cunninlynguists ma, purtroppo, non riesce a bissare A Piece Of Strange ma arriva solamente a rifinire e focalizzare maggiormente la tendenza blueseggiante di quest'ultimo. E questo non significa automaticamente un perfezionamento.




VIDEO: KKKY