KREATORS - NO CONTEST (Bomb Hip Hop, 1999)

venerdì 2 gennaio 2009

Riprendo le pubblicazioni di album dopo una lunga pausa dovuta in parte all'inusitata mole di lavoro prenatalizia ed in parte alla necessaria pausa sabbatica che regolarmente la segue. E se lo faccio proprio oggi è perchè da questo pomeriggio sono felice possessore di uno dei dischi d'esordio più promettenti dello scorso decennio (per quanto nessuno si sia accorto di ciò): No Contest dei Kreators.
Il gruppo, da me conosciuto durante il periodo d'oro di Napster, mi aveva colpito al punto tale da farmi perdere nottate in ricerca e download di quante più tracce possibili -con un 56k ci mettevo circa 20 minuti per scaricare un file da 5MB, vi lascio immaginare le bollette- alle quali purtoroppo mai riuscì a far seguito un pur meritatissimo acquisto. Ma ora, grazie alla forza di Amazon® e di un venditore di Pittsburgh, posso finalmente contemplare la bruttissima grafica ed apprezzarne i colori, tristi come l'Albania e così impastati da rendere la lettura della tracklist un'impresa di rara difficoltà.
In effetti, verrebbe da chiedere, se uno compra l'originale non è solo per una migliore qualità del suono ma anche per godere della grafica... beh, e allora perchè spendere soldi per una porcheria capace di essere riprodotta da una qualsiasi studentessa dello IED al primo anno di Photoshop? Facile: perchè è giusto che un gruppo tanto capace quanto sfigato veda riconosciuti i propri sforzi, o almeno così penso io; invece, credo proprio che finora i Kreators abbiano venduto sedici copie in patria e nessuna all'estero, complice anche la semiomonimia coi colleghi produttori inglesi (cosa che ha tratto anche me in inganno, all'epoca). Va detto a questo punto che non è un caso se il loro padrino artistico sia stato l'inossidabile EdO.G., uno che della combo bravura&iella se ne intende parecchio, e che a giudicare dalla sua tenacia deve aver imparato ad abbattere i muri a sputi quand'era pischello.
Ma tant'è. Edoardo, oltre ad apparire qui in due pezzi e ad affiorare quà e là negli skit, negli anni ha sempre più preso sotto la sua ala la punta del diamante del gruppo, Jaysaun, fino a costituire assieme a quest'ultimo e Slaine un nuovo gruppo dal nome Special Teamz. Il paradosso è che se volessimo prendere l'album della sopracitata formazione e paragonarlo a No Contest, di sette anni più vecchio, sarebbe quest'ultimo ad uscirne vincitore sotto diversi aspetti: forse non tanto per quel che riguarda la competenza degli MC nel loro insieme, ma in quanto a beat e generale varietà assolutamente sì.
Perchè se è vero che è decisamente difficile trovare qualcosa di significativo da dire sui liricisti -che sono tutti piuttosto competenti, con voci abbastanza piacevoli (Big Juan sembra il gemello di Krumb Snatcha) e dotati di discrete penne capaci alle volte di sprazzi di inventiva- il vero asso è il produttore G2 (inteso al cubo, non gìddue). Non solo si fa carico di dare una struttura musicale a tutte e 13 le tracce di No Contest, ma lo fa con un approccio genuinamente ortodosso e dimostrando tanto gusto nei campioni quanto competenza nel farli suonare. Intendiamoci, si è sempre nel reame dei 4/4 più classico, eh, ma proprio per questo bisogna far scattare gli applausi per come una Spotlight riesca a discostarsi nettamente da una Chemical o una No Ordinary Love (quest'ultima, peraltro, è stata la prima a campionare quella famosa musica di Scarface che poi avremmo sentito in Peruvian Cocaine di Immortal Technique, e sarà l'abitudine ma reputo che sia anche la versione meglio riuscita). Ma lasciando stare questa parentesi, vorrei aggiungere che chi è cresciuto a pane e anni '90 troverà qui molta materia d'interesse: tinte fosche che vengono descritte principalmente da loop di piano rallentati, bassi piuttosto incisivi e rullanti che schioccano come dio comanda, il tutto nella miglior tradizione della costa atlantica. In tal senso -e non è un caso- non me la sento di raccomandarne l'ascolto a chi ancora poco mastica di rap, nel senso che le differenze sussitenti tra i vari beat possono sembrare vistosi solo a chi è abituato a districarsi tra i mille trick che usano i produttori per differenziare suoni all'apperenza quasi identici; ad un neofita invece il tutto potrebbe apparire privo di mordente.
In ogni caso è difficile trovare un beat oggettivamente migliore di altri; molto dipende dall'uso che ne fanno gli MC. E dunque, eccetto un paio di episodi deludenti (Big Plans, che sa troppo delle robe crossover dell'epoca alla Hey AZ, e Who To Trust, davvero troppo essenziale) io vi posso solo suggerire l'ascolto delle già citate No Ordinary Love, How It Is, Ultimate Line e soprattutto Chemical -nel cui caso i cut degli Smif 'N' Wessun, di Nas e dei Mobb Deep danno un'atmosfera di cupezza che successivamente può solo venire sottolineata dalla base.
In quanto a tematiche, poi, si varia abbastanza pur non andando a coprire territori inesplorati: Chemical, appunto, tratta della dipendenza da droga e quel che ne consegue; Spotlight invece di quanto effimero sia il successo e quanto questo spesso porti problemi quali i soliti hater$, hoe$ ecc. (un problema che comunque non credo avrà interessato molto i Kreators); la dipendenza da fica è invece una strana assente, mentre molto spazio viene dedicato all'amore per l'hip hop, la propria bravura nel farlo ed i vari ciocchi derivanti dall'essere nati in un ghetto. Nulla di nuovo sotto al sole, insomma, ma siamo pur sempre di fronte ad un'esecuzione priva di sbavature e tanto dovrebbe bastare a tutti noialtri nerdoni che non appena sentono la parola "nigga" e "trigger" nella stessa frase cominciano a rizzare le orecchie.
In conclusione, qualcuno potrà pensare di avere di fronte il solito prodotto "classico" (nel senso deteriore del termine) con tutto ciò che ne consegue. E invece no. Pur peccando di manierismo quà e là, i Kreators sono stati capaci di dar vita ad un disco in cui -se si escludono gli skit e due pezzi venuti "un po' così"- difficilmente si skipperà alcunchè. Al contrario, molti di essi verranno riascoltati più e più volte, come del resto l'intero album che, giunto al decimo anno di vita, ancora regge orgogliosamente una sessione d'ascolto approfondita in cuffia. Introvabile in Italia, già più diffuso all'estero, il mio consiglio è prima di tutto di ascoltarlo. Dopodiché, se vi sarete resi conto della differenza che passa tra questo ed una delle uscite che io per primo reputo degne ai giorni nostri, credo che la voglia di spenderci una quindicina di euro potrà farsi viva nel vostro subconscio.




VIDEO: FOREIGN LANDS (INCREDIBILE MA ESISTE)

THE BEATNUTS - THE ORIGINATORS (Landspeed, 2004)

giovedì 11 dicembre 2008

Di ritorno dal ponte più sfigato degli ultimi dieci anni (Prato/Firenze a sgunfio da amici ma con la febbre, peraltro ancora non passata), eccomi di nuovo bello felice alla mia algida scrivania di piazzale Cadorna con zero voglia di fare alcunché che non sia frugarmi pigramente il pacco e contando i giorni che mancano a natale -chissà poi perchè. Sicchè resta ben poco in cui affogare la gnugna estrema di questo martedì al di fuori del rendermi in qualche modo utile, presentando dunque il disco più sottovalutato dei già di loro sottovalutati ed ormai semidimenticati Beatnuts.
Ora, non stando troppo bene, provo ancor più insofferenza del solito nel tracciare le note biografiche del duo del Queens e dunque insultare la conoscenza del frequentatore medio di questo blog; lasciatemi solo dire che io, come molti, di loro ho sempre enormemente apprezzato ovviamente i beat, ma anche le rime: pur nella loro trivialità di contenuti e nella loro goliardia, LES e JuJu sono tra i pochi tecnicamente poco dotati ad essere capaci di lasciare il segno nell'orecchio di ascoltatori abituati, che so, ad esaltarsi con un Immortal Technique o un Vakill. Come scordarsi infatti di perle di saggezza come "Fo' sheezy, keep my girl nice and sleazy/ With a gun tattooed on her ass that says 'Squeeze me'"? In termini cinematografici -tanto per tracciare un parallelismo gratuito- si potrebbe parlare dell'opera dei Beatnuts come di Eizenštein che si mette dietro alla macchina da presa per girare American Pie Redux; la maestria dei due al campionatore è difatti inversamente proporzionale alla caratura intellettuale delle loro liriche.
Ma funziona, questo abbinamento? Secondo me sì, e checchè ne dicano coloro che reputano Musical Massacre il loro album migliore (per me è il peggiore, e non lo dico per puro bastiancontrarismo), è Originators è la crème de la crème della loro discografia. Tutta l'estetica dei Nostri vi è difatti riassunta magistralmente, equilibrando per bene pezzi da club con escursioni nel funk e frequenti ritorni di fiamma all'hardcore de facto. Equilibrio: ecco cosa fa di questo disco un genuino pezzo da novanta dei tempi nostri; ascoltatelo dall'inizio alla fine e viceversa e vi renderete conto che il tutto fila via liscio come l'olio e solo i più schizzinosi potranno trovarvi del materiale sinceramente skippabile. Del resto, già solo l'eccellente pezzo d'apertura dovrebbe far capire quanto LES e JuJu abbiano trovato la sintesi perfetta dei loro stili: il coraggio di aprire con una crudissima Bring The Funk Back da parte di un duo che oramai non ha più nulla da dover dimostrare a nessuno è encomiabile; e se a seguirla è Yae Yo -che mescola sapientemente un loop accellerato di flauto a due scarne note di piano che praticamente da sole danno il ritmo al pezzo- allora non si può che idealmente abbracciare i Nostri eroi.
I quali hanno peraltro il merito di tirare fuori il meglio dalle varie collaborazioni sapendo anche quando tirarsi indietro: vedi ad esempio Originate, in cui Large Professor non solo regala un'ottima prestazione al microfono ma ci usa la cortesia di produrre l'eccellente beat; oppure U Crazy, dove per omaggiare Cormega e donare un'atmosfera più consona al suo stile riescono a produrre una base dalle atmosfere fortemente legate al Queensbridge. Naturalmente non potevano mancare gli onnipresenti Tony Touch (qui graziaddio in versione '88 e non reggaeton) e Problemz (a quando un solista?), ma anche le comparsate dell'ex membro Al Tariq o dell'ottimo Ill Bill iniettano vitalità in un album che, se lasciato ai soli Beatnuts, avrebbe potuto risultare un po' troppo lacunoso in quanto a rime. Anzi: persino io, che solitamente sono più per i featuring centellinati, trovo che le ospitate à go-go non facciano che del bene a Originators dato che lo arricchisce come se fosse una compilation.
Perchè è chiaro che il collante di questo sono le produzioni e non certo il pur divertente rap; coi piedi ben fissati nel sound nuiorchese, Psycho LES e JuJu sanno passare con l'eleganza del veterano da un'atmosfera all'altra, mantenendo una coesione ma senza sacrificare nulla sull'altare dell'intrattenimento. In tal senso fa piacere sentire quanto poco calcolo vi sia dietro all'album, che difatti si distingue da altre opere contemporanee -magari di paro livello qualitativo- anche per questo: cioè il gusto di far musica seguendo principalmente i propri gusti e poco più, cosa che nella fattispecie si rivela particolarmente positiva nella misura in cui la loro vena hardcore si fa viva in tutta la sua potenza.
Alla luce di questo ottimo risultato dispiace quindi che i Beatnuts si siano fermati all'onesto Milk Me e che da quattro anni siano -come gruppo- dispersi in azione. Fortunatamente essi hanno però lasciato ai posteri una discografia abbastanza succulenta in cui, se si esclude Musical Massacre, è difficile trovare materiale mediocre mentre è assai facile reperire delle chicche. Tra queste, per l'appunto, The Originators secondo me svetta.




[P.S. Non ci crederete, ma ho cominciato a scrivere queste quattro righe martedì mattina. Se ci ho messo così tanto è perchè sono oberato dal lavoro che, proseguendo prevedibilmente con questo ritmo per un po', difficilmente mi consentirà di postare un granché nei prossimi giorni. Giusto per avvertirvi.]

LA THE DARKMAN - HEIST OF THE CENTURY (Supreme Team/ Wu-Tang Prod., 1998)

giovedì 4 dicembre 2008

Essendomi per ora rotto un po' i maroni del rap più elegante e sobrio, negli ultimi giorni sono tornato a quelle che comunemente vengono definite cinghialate per un motivo o per l'altro. Nulla di estremo, per carità, ma confesso che l'ultimo di Ludacris mi sta dando qualche soddisfazione anche se mai potrà raggiungere la soddisfazione che mi sta regalando ad ogni ascolto l'ultimo degli EPMD (ascoltatelo, già solo i pezzi con Raekwon e Keith Murray valgono l'acquisto).
Ma sto divagando. Il punto è che anche nei gloriosi anni '90 la carne al fuoco da questo punto di vista era molta ed è per questo che diverse uscite dell'epoca oggi sono cadute nel dimenticatoio, eclissate sia per via di una qualità inferiore che per questioini più prosaiche quali -per dire- il successo commerciale. Nel caso di La The Darkman la questione è abbastanza curiosa: il suo Heist Of The Century meriterebbe menzione già solo per la sfrontata bruttezza della copertina, ma aggiungiamoci pure che uscì in un periodo tutto sommato piuttosto fortunato per gli affiliati del Wu, vendette l'impressionante numero di trecentomila copie pur non essendo sotto una major e, in ultima analisi, è effettivamente un prodotto meritevole (fa parte secondo me della trinità degli album realmente degni assieme a Silent Weapons ecc. e Heavy Mental) il cui unico difetto è forse di promettere più di quello che alla fine mantiene. Orbene: malgrado queste premesse sono ormai passati dieci anni dalla sua pubblicazione e a ricordarsene credo che siano pressoché unicamente i possessori materiali dell'album, mentre chiunque altro, sentendone il nome, risponde con un'alzata di spalle.
A questi mi rivolgo: se vi dicessi che Heist Of the Century può vantare un roster di produttori tra cui Carlos "Six July" Broady, Havoc, DJ Muggs, RZA e 4th Disciple; e se vi aggiungessi che tra gli ospiti vi sono Ghostface, Raekwon, Masta Killa, Killa Sin e Havoc, beh, mi auguro che almeno un pizzico di curiosità vi verrebbe. Anche perchè se andiamo a contestualizzare cronologicamente tutti questi nomi scopriremmo che per molti di essi il periodo era aureo perlomeno dal punto di vista artistico e che perciò -in teoria- quanto da loro prodotto dovrebbe essere di elevata qualità.
Ecco, spiace un po' dirlo, ma le cose non stanno proprio così. Fermo restando che effettivamente vi sono pezzi da applausi a scena aperta, è anche vero che a mente fredda la delusione in parte c'è, proprio a partire da quel Carlos Broady che in passato s'era coperto di gloria come membro dei Hitmen (pensate a T.O.N.Y. Who Shot Ya, 24 Hours to Live) e che in quest'occasione non sempre riesce a mantenere il passo con la sua fama. Ad esempio, tracce come What Thugs Do o Spring Water cercano di cavalcare l'equilibrio tra hardcore e robetta da club fallendo miseramente e meritandosi quindi ripetuti skip, mentre altre come Now Y, 4 Souls, Street Life e Wu-Blood Kin non sono in sè e per sè brutte e conservano almeno la matrice grimey di altre opere da 90 del Nostro, però appaiono un po' prive di personalità e/o mordente e fungono al massimo come "antipasto" per pezzi ben più potenti. I quali ci sono, senz'altro, ma hanno lo sgradevole compito di ricordarci cosa sarebbe potuto essere Heist Of The Century se appena vi fosse stata una maggiore selezione qualitativa da parte sia di Broady che, ovviamente, di LA. Esempio: Lucci è dotata di batterie dal suono fenomenale, capaci di soddisfare qualsiasi voglia di alzare il volume, ed il fatto di essere accompagnate da un loop di piano interamente costituita da note a una corda (o effettate a tal modo) rende la canzone un'invidiabile biglietto da visita per chiunque. La successiva Shine, invece, risulta ritmicamente più leggera e senz'altro suonerà familiare a chiunque abbia apprezzato la nostrana Street Opera di Fritz & Bean dato che il campione di Roy Ayers è lo stesso; I Want It All sintetizza invece i pregi delle due precedenti e conclude in modo più che degno il disco mentre, sempre verso la fine, l'ottima Gun Rule riesce a mandare il pensiero verso i lidi The War Report -il che è ovviamente una gran bella cosa.
Ciò che invece non è affatto positivo è che Havoc delude parzialmente con City Lights -il sample fatto girare al contrario su batterie semplicissime sa molto di leftover di Hell On Earth- e Figaro Chain, due produzioni francamente non all'altezza del suo curriculum dell'epoca, i cui unici indiscutibili pregi sono di essere comunque più ascoltabili della media. Au contraire, Muggs tira fuori una gran bella base che sa di Soul Assassins già solo per come sono effettate le note di piano, per come la scala salga e scenda di ottave e come questi cambi vengano evidenziati dall'uso di archi; aggiungiamoci u tiro piuttosto veloce ed ecco che Heist Of The Century non avrebbe sfigurato sul primo solista del produttore dei Cypress Hill. Chapeau dunque a lui, che grazie al suo contributo valorizza al meglio una delle tracce portanti del disco e che vede l'alternarsi di LA e l'immenso Killa Sin in uno storytelling a metà tra Kool G Rap e William Cooper (cfr. i riferimenti alla tecnologia vista come mezzo tipicamente del Potere, gli accenni cospirazionisti ecc.). Nella media invece -e lo dico spiacendomene- l'apporto di 4th Disciple, che ci fa dono di due cosucce nient'affatto malvage ma un po' inspide e che in ultima analisi lasciano il tempo che trovano, mentre RZA conferma l'opinione oramai diffusa che quello era il periodo discendente della sua creatività (fa specie notare, però, come Polluted Wisdom tenga il passo delle migliori cose di Bronze Nazareth et similia).
Quanto a LA stesso, alla luce di quanto scritto per le produzioni appare chiaro che da solo non sia capace di tirare su una canzone nella sua interezza. Il Nostro ha infatti una bella voce, una tecnica non complessa ma pulita nell'esecuzione ed una discreta inventiva; ma anche quando tutte queste tre doti si trovano aggrappate a beat che non sono né carne, né pesce -vedi appunto la liricamente valida Polluted Wisdom o anche Love- l'impressione finale è che vi sia più fumo che arrosto. il che è solo parzialmente vero, dato che al di là di non essere certamente uno Stanley Kubrick (ma nemmeno un Michael Bay) bisogna comunque apprezzare lo sforzo che fa sia per produrre storytelling non indegni, sia di spargere piccole perle di saggezza quà e là, sia infine di essere tamarro quanto basta per risultare credibile e fondamentalmente divertente. In più, anch'egli fa parte dei beatopatici, e cioè di coloro che si danno più da fare in proporzione alla bontà della base; il che se da un lato è negativo, dall'altro contribuisce enormememente a trasformare buoni pezzi in ottimi. E gli ospiti, beh, che dire... tolto Killa Sin che vince e convince, tolti Havoc e Ghostface che fannno il loro mestiere, ci restano gli altri che non è che si sbattano più di tanto. E passi per Masta Killa o per quel poraccio di U-God, ma Raekwon poteva anche provare a tirar sù quel cessaccio ignobile che è Spring Water. Vabbè, pazienza.
Insomma, il succo della faccenda è che a distanza di dieci anni Heist Of The Century mostra chiaramente quello che era sempre stato: un discreto prodotto, migliore di molti che lo hanno seguito ma peggiore di quelli che l'hanno preceduto. In tutta franchezza mi sfuggono i perché ed i percome del suo incredibile successo di vendite -Heavy Mental sarebbe dovuto essere il Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band del rap, a 'sto giro- ma chissenefrega; ribadisco, cinque tracce sono da applausi ed una di esse (la title track) ancor'oggi mi fa sbavare, due o tre sono semplicemente ignobili ed il resto galleggia nella broda del buon rap nuiorchese di fine '90. A voi la decisione se comprarlo o meno, ovviamente; dal canto mio non mi lamento dell'averlo acquistato ed ancora nel 2008 mi tira il culo di riascoltarlo seppur scremato delle minchiate.



PRESTO - STATE OF THE ART (Concrete Grooves, 2008)

martedì 2 dicembre 2008

Vi anticipo che a fine anno pubblicherò una sorta di microsondaggio nel quale chiederò un par di consigli inerenti il blog, ma se tra questi dovesse saltare fuori qualcosa di anche solo lontanamente correlabile alla regolarità di pubblicazione dei dischi, sappiate che lo ignorerò: un po' perché alle volte mi piace lasciare il tempo alle persone di ascoltarsi un disco, e un po' perchè -ovviamente- alle volte mi capita di non avere voglia di scrivere alcunché. Nella fattispecie, se da martedì a ieri sera ho allegramente cazzeggiato è anche vero che sarebbe stato delittuoso accostare due bei dischi come il precedente Travel At Your Own Pace e questo State Of the Art perchè, proprio per via dell'analoga bontà e delle radici in comune, finirebbero per sovrapporsi nella mente dell'ascoltatore. Al contrario, ciascuno va assaporato singolarmente, nello stesso modo in cui dopo cena si prende un dolce e non due diversi, per quanto buoni possano essere.
Ma dicevo delle comuni radici: non geografiche -Presto è californiano- ma stilistiche e musicali, e cioè le origini dei primi ibridi tra jazz e rap. Anche in questo caso, infatti, abbiamo di fronte un produttore che pesca a piene mani a dal repertorio delle varie Blue Note o Impulse di fine anni '50, strizzando al contempo un occhio a chi per primo fece ciò per i Native Tongues e compagnia bella; tuttavia, laddove Damu aveva un'impronta più "rara" da trovarsi oggigiorno (e cioè un sound tendenzialmente più ruvido, accostabile ai primissimi anni '90), qui invece si sposta l'asticella dell'ispirazione alla metà dello scorso decennio. Non è poi un caso che a mixare buona parte delle canzoni sia Troy Hightower, che al di là di essere un tecnico del suono coi controcoglioni -ce lo ricorda in ogni traccia da lui curata- è anche colui che sta dietro a pezzi storici come In Vetro (Organized Konfusion), How High (Red & Meth), I Juswannachill (Large Pro) o 1999 (Common & Sadat X). Da questo punto di vista tutto torna, quindi, ma non so quanto senso possa avere relegare anche State Of The Art a semplice "throwback album" come mille altri.
Difatti, se da un lato si potrebbe contestare al progetto una scarsa originalità, è anche vero che non solo si potrebbe controbattere "dopotutto cosa lo è?", ma soprattutto si dovrebbe dire che ciò non è vero sic et simpliciter. Una simile sentenza sarebbe superficiale, oltreché falsa, perchè sono in pochi ad osare un approccio così ortodosso e privo di fronzoli dove l'equilibrio tra bontà del campione e utilizzo delle batterie e del basso dev'essere calibrato con la massima attenzione; non a caso, di dischi aventi un suono così "organico" ma allo stesso tempo ruvido ve ne sono pochissimi in giro, al massimo qualche traccia quà e là. Serve una prova? Allora il singolo Conquer Mentally è forse l'esempio migliore dell'originalità e del talento di Presto, in quanto quest'ultimo si fa bastare poche note di piano, un campione appena sussurrato di tromba e, ovviamente, basso&batteria per creare una traccia ben più significativa e memorabile di svariate altre composizioni di suoi colleghi. Questa capacità di stupire non è data secondo me solo dalla linea di basso, davvero essenziale in questo caso e giustamente spinta, ma anche dall'uso di hihats aperti e della quadrupla ripetizione della stessa nota ogni otto battute, che risulta tanto scarna quanto fondamentale per spezzare un ritmo altrimenti regolare quanto non mai; un simile approccio, minimalista anche all'interno del contesto dei primi anni '90, è esattamente il motivo principale per cui mi sento di elogiare l'intero disco. Ma per tornare a Conquer Mentally, vorrei aggiungere che a coronarne l'eccellenza ci sono tre pilastri del good 'ole boombap -vale a dire Sadat X, O.C. e Large Pro- che pur non producendo le strofe migliori delle loro carriere vanno a complementare eccellentemente una delle tracce migliori tra le diciotto presenti sul disco (incluso, ebbene sì, il remix di Large Pro stesso).
Analoga bontà viene espressa dalla buckwildiana Pour Another Glass, che pur presentando un suono più cristallino ed una melodia più complessa risulta lo stesso facente parte di un imprinting che lascia poco spazio a trucchetti di facile orecchiabilità; perchè è vero che il loop di xilofono associato al pianoforte è di per sè piacevolissimo, ma il campione di sax ripetuto incessantemente durante il ritornello riporta la mente alle prime cose dei Black Moon o, appunto, della D.I.T.C. Dal canto suo, Blu fa la sua sporca figura ma francamente faccio fatica a capire cosa ci trovi di così eccezionale la gente in lui -dico questo solamente per vis polemica, beninteso, perchè sulla sua prestazione qui non ho nulla di negativo da dire se non forse che il ritornello non brilla per inventiva.
Au contraire, chi invece è sottovalutato fin dal '92 è il buon CL Smooth, che recentemente non solo ha dato alle stampe il valido American me, ma soprattutto ha letteralmente ucciso qualsiasi traccia sulla quale qualcuno avesse avuto il buonsenso di invitarlo; non sorprende quindi che Part Of Greatness svetti, anche perchè sono tuttora pochi coloro che riescono a trasmettere una sensazione di tranquillo cazzeggio come CL. E di certo quest'ultima è enormememnte coadiuvata dal bel beat, più veloce di altri e senz'altro più pulito nei suoni e nelle atmosfere.
Sia come sia, oramai penso di essermi spiegato sufficentemente bene: sotto il profilo dei beat c'è davvero poco che possa essere detto a sfavore degli intenti di Presto, al quale va riconosciuta sicuramente una ottima conoscenza del genere musicale a cui attingere ed un'altrettanto grande capacità nel saper tradurre tutto ciò in beat d'impatto che non sfigurano certamente se paragonati a quelli dei maestri a cui s'ispira. Il problema risiede casomai altrove: Altered Saints richiama secondo me fin troppo Electric Relaxation (d'accordo, campiona persino il "ha-ha-ha" originale di Q-Tip, ma insomma...), altre risultano un po' troppo generiche e si perdono nel mezzo del sound generale (Let It Circulate, Still Here, Street Sport) al punto che forse sarebbe stato meglio adoperarle come interludi. Last but not least, per quanto alcuni degli esordienti si dimostrino degni d'attenzione o quantomeno competenti (Dhurti Whoutr, Mhax Montes ma soprattutto LOWD e la sua ottima On), è però vero che alcuni sono di una prevedibilità tecnica e concettuale disarmante (mi riferisco in primo luogo a tal Ark e al figlio rinnegato di Grand Puba alias Raashan Ahmad) e per giunta suonano un po' tanto simili tra loro: non solo stilisticamente o tematicamente, ma persino come voci! E se contiamo che nessuna di queste denota particolare personalità, allora appare evidente come lo stacco con i vari Sadat X, CL Smooth, Fatlip e compagnia bella diventi davvero incolmabile nel momento in cui il massimo approfondimento concettuale è rappresentato dal solito amore-per-il-reps, l'autoesaltazione o il cosid. self righteousness (che talvolta raggiunge vette di pedissequo moralismo e generale pedanteria da risultare fastidioso)
In conclusione mi sento di dire che se solo il Nostro avesse operato una maggior selezione degli ospiti (riunendone casomai due o tre su un solo pezzo), avesse scremato qualche beat e si fosse trattenuto dallo spingersi un po' troppo oltre nel "trovare l'ispirazione", allora avremmo un altro discone da quattro e mezzo. Purtroppo, però, le limature non ci sono state e perciò non solo gli affibbio un personalissimo quattro, ma puntualizzo anche che tal voto vale solo ed esclusivamente se siete fan di questo genere di nicchia; altrimenti, consideratelo un tre e mezzo.




VIDEO: CONQUER MENTALLY b/w ON

Y SOCIETY - TRAVEL AT YOUR OWN PACE (Tres Records, 2007)

martedì 25 novembre 2008

Nella scorsa recensione ho accennato al fatto che Rise Up è da molti considerato la migliore uscita underground del 2007 e, indirettamente, ho spiegato che per me le cose non stanno così. Ciò dipende soprattutto dal fatto che gli album perfetti sono quelli capaci di essere ascoltati sia come semplice sottofondo che come oggetto di primario interesse, e il disco di cui sopra per me non rientra in questa categoria in quanto richiede giocoforza molta attenzione per essere veramente apprezzato. Certo, mi rendo conto che il concetto di "flow" di un disco sia tendenzialmente arbitrario, ma se guardo indietro nel tempo e faccio una lista dei cosiddetti classici non posso esimermi dal sottolineare che la stragrande maggioranza di essi possiede questa qualità: Low End Theory, Illmatic, Liquid Swords... vedete un po' voi. Ora, con quest'affermazione non voglio dire che Travel At Your Own Pace sia all'altezza di questi nomi, "semplicemente" che si tratta della migliore uscita del 2007 -e se consideriamo che quella è stata una delle annate più floride per il genere vi lascio volentieri trarre le debite conclusioni.
Ma perchè -direte voi- se Y Society è il capolavoro che io sostengo essere se n'è parlato così poco? Per due motivi, secondo me: il primo è il consueto deficit di promozione, che stavolta ha raggiunto livelli scandalosi in quanto la maggioranza della popolazione reppusa mondiale probabilmente ignora tout court che questo disco esista. Il secondo, invece, è che il sound si rifà all'estetica dei primissimi anni '90, in cui i campioni spesso erano presi dal jazz e dalla fusion ed erano sovrapposti, in brevi loop, a batterie abbastanza martellanti: non una musica facilmente apprezzabile, dunque, men che meno dopo che le nostre orecchie si sono ormai abituate a melodie ben più suadenti (tant'è vero che la stessa sorte la sta subendo un altro gran bel prodotto di quest'anno, e cioè State Of The Art del produttore Presto, per molti versi simile a TAYOP). Fatto sta che oramai, a distanza di più di un anno dalla sua pubblicazione, Travel resta un oggetto sostanzialmente per feticisti del genere e ciò che voglio fare mediante questa recensione è metterne invece in rilievo tutti quei pregi che lo rendono, mi piace ripeterlo, il più bel disco del 2007.
Innanzitutto va detto la chimica tra il produttore Damu The Fudgemunk e l'MC/produttore Insight è eccellente, tanto che il più delle volte si ha l'impressione che il primo risponda con suoni alle liriche del secondo; gli eventuali crescendo nell'esposizione di 'Sight vengono difatti sottolineati da altrettante variazioni ed intensificazioni delle scarne melodie, sovente chiudendosi con ritornelli costituiti da cut la cui quantità è paragonabile a quanto recentemente sentito con DJ Revolution. Soprattutto, è ulteriormente degna di nota la capacità di azzeccare la combinazione tra musiche e contenuti, in modo tale che l'una risulta propedeutica agli altri e viceversa, in un circolo virtuoso che alla fine dei conti si traduce in una godibilità ed in una longevità del prodotto fuori dal comune.
Ma tutto ciò non potrebbe bastare se il materiale a disposizione fosse meno che bello e, fortunatamente, l'unica critica che si possa muovere ai beat di TAYOP è quella di avere tutti la stessa matrice musicale. Tolto questo neo, ascrivibile volendo all'identità da produttore di Damu, le basi sono tanto di classe quanto efficaci. Di classe perchè da sole forniscono materiale a non finire a tutti coloro che volessero riconoscere i campioni originali (il che non prevedo essere una cosa molto semplice) -non solo delle melodie ma soprattutto delle batterie- ed efficaci perchè proprio queste ultime pestano come dio comanda e fanno di alcune tracce degli originali modi per spezzarsi il collo. Provate infatti ad ascoltare Good Communication: in essa Insight mette nero su bianco la storia della comunicazione orale ritmata a partire (ovviamente) dall'Africa, al che Damu fa la cosa più ovvia ma anche più difficile che ci si possa immaginare, e cioè costruisce un beat di oltre quattro minuti pressoché esclusivamente con batterie e nient'altro se non otto note di piano (messe lì esclusivamente per dar corpo al suono), e la cosa più incredibile è che lo fa con successo. Davvero, per rendervi conto della difficoltà dell'operazione pensate a quante canzoni abbiate sentito fatte in questo modo e pensate eventualmente a quante vi hanno asciugato dopo un minuto scarso. Ecco, appunto. Ovvio che, constatato anche solo grazie all'unica Good Communication che il Nostro con le batterie è un mostro, potrebbero permanere dei dubbi sulla sua capacità di non abusarne: ed anche qui le sorprese sono assai gradevoli nel senso che, per quanto le tracce abbiano tutte un tiro generalmente elevato, Damu sa quando abbassare i toni per lasciar maggior spazio ad una melodia che -attenzione- non per forza risulta orecchiabile in senso stretto. Un buon esempio di ciò è Never Off, che usa un campione di sarcazzocosa già sentito da qualche parte nel primo album di Sticky Fingaz; più tradizionale è invece This Advice, dalle vaghe reminescenze di Sometimes I Rhyme Slow e dunque di Tracy Chapman; mentre Scientists ricorda ad esempio di Word... Life di O.C., con tanto di campione di piano continuo ed ingresso di sax; altre invece sanno di Pete Rock (a cui difatti dedicano un pezzo) o Ali Shaheed Muhammad, ma comunque in nessun caso possiamo parlare nemmeno lontanamente di plagio. Le composizioni di Damu sono quindi una sintesi eccellente di tutto quanto di buono ha prodotto una certa cultura musicale agli inizi dei '90, ovviamente in versione rivista, corretta & aggiornata; il fatto che poi si indovini con scarso margine d'errore il periodo di riferimento ed alcuni dei suoi massimi esponenti non è per me un difetto, perchè la varietà e l'abilità dimostrata nel mettere insieme i vari beat dimostra ampiamente che il Nostro sa stare sulle proprie gambe. Aggiungo, a margine, che Damu pare essere uno dei pochi a capire che non si deve "sovraprodurre" nel senso di ripulire ogni suono e filtrarlo dieci volte per ottenere toni cristallini; anzi, visto e considerato lo stile ed i break che usa credo che, al di là di un mixaggio ragionato non abbia messo mano più che tanto ai filtri di Cubase che tanto vanno -purtroppo- proprio tra coloro che vorrebbero replicare questo tipo di sound e che perciò peccano quantomeno di coerenza stilistica.
Ma terminati gli elogi al produttore è il turno dell'MC; MC che conosco decisamente meglio in quanto suo estimatore fin dai tempi in cui pubblicava 12" con T-Ruckus e dei quali mi piace ricordare la generale ruvidità. Insight, difatti, è sempre stato uno abbastanza aggressivo in quanto a metrica e rappata in generale, cosa che si sposava molto bene con la stragrande maggioranza dei beat che si era finora sempre autoprodotto (secondo me con successo, i suoi dischi da solista sono per me molto validi ed in particolar modo Updated Software e Maysun Project). Il mio dubbio consisteva nel vederlo su basi create da esterni, ma per fortuna questo è stato completamente dissipato dal risultato finale raggiunto con TAYOP: l'estetica e lo stile di Damu sono infatti sufficentemente simili a quelli di 'Sight, cosicché pur non replicandoli non si ottiene una -magari anche gradevole- sensazione di déjà vu. Come dicevo prima, quindi, l'alchimia tra i due è eccellente e già questo è un ottimo punto di partenza; aggiungiamoci che per quest'occasione Insight pare aver affinato il proprio stile ed allargato il raggio dei temi trattati, ed ecco che così passiamo da una critica sociopolitica esplicitata a toni alterni allo storytelling, dalle tribolazioni della vita quotidiana a concept track, da pure esibizioni stilistiche a canzoni in cui esprime il suo amore nei confronti di una cultura che -cosa importante- sente tanto sua quanto necessitosa di una maggior divulgazione. Al di là dunque da una buona varietà di tematiche, reputo ancor più gradevole l'aver a che fare con una persona la cui spocchia non si spinge al di là di ciò che effettivamente sa fare e può dimostrare; oltre a ciò non ci sono particolari manifestazioni di vittimismo o éltarismo pur così tipiche tra i puristi, ed in tal senso questo è un modo di essere che si traduce (involontariamente, ne sono certo) in una maggiore autenticità del concetto di "throwback". Ascoltare Insight è come fare un tuffo nel passato, in cui gli artisti erano creatori prima che critici: era la loro stessa arte a criticare de facto quel che poteva non andar bene nei colleghi. Per semplificare questo concetto faccio un esempio: non c'è bisogno che gli AC/DC scrivano un pezzo contro i Tokio Hotel, è la loro stessa musica che inevitabilmente rinnega quella degli altri e la espone come fuffa -e occhio, perchè non è la stessa cosa del predicare al convertito.
Quindi, traendo le somme, vediamo di ripassare in breve Travel At Your Own Pace: beat di classe, potenti e soprattutto difficili/ostici -immagino infatti che non vi debba ricordare quanto sia difficile campionare del jazz (e più in particolare fusion prima maniera o bebop) senza cadere nel tranello della mattonata e/o della cosid. elevator muzak da Buddha Bar, no? Ecco. Poi, detto questo: emceeing di qualità, senza particolari trovate stilistiche ma contenutisiticamente intelligente, tematicamente interessante e secondo me capace di mantenere alta l'attenzione per l'intera durata del disco. Sommate le due cose e vi troverete come risultato un disco che, lo ripeto per l'ultima volta, è stato il miglior prodotto del 2007. Quattro microfonini e mezzo solo per onestà intellettuale, dovessi basarmi puramente sui miei gusti personali gliene affibbierei cinque. Comprare, assolutamente.




VIDEO: TRAVEL AT YOUR OWN PACE (VINYL MIX)

ZEPH & AZEEM - RISE UP (OM Records, 2007)

lunedì 24 novembre 2008

Una delle storie più note riguardanti la nascita dei generi musicali così come li conosciamo noi vuole che essi siano stati creati -più o meno a tavolino- per poter gestire l'archiviazione dei dischi lungo la catena distributiva. Non so quanto credito si possa dare a questa versione forse fin troppo orwelliana del fenomeno, però bisogna ammettere che ha un suo fascino; ed inoltre, a distanza di quasi cent'anni dall'epoca in cui avrebbe avuto inizio, fornisce materiale a iosa ai recensori professionisti per potersi dare un tono e sminuzzare in trentamila categorie questo o quello stile musicale basandosi perlopiù su differenze infinitesimali (i metallari in questo sono insuperabili, perchè oltre ai classici thrash-power-epic e checazzoteparemetal, si sono inventati pure il fottuto viking metal). Un po' da minchioni, no? Indubbiamente, ma anche chi sta dall'altra parte della barricata non è da meno: parlo ovviamente dei fricchettoni che sostengono che non ci sono differenze, che sempre musica è, che ci dobbiamo lasciare andare, che dobbiamo far sì che sia il nostro cuore a parlarci e altre lepidezze di questo genere.
Ora. L'esistenza stessa di queste "scuole di pensiero" non meriterebbe da parte mia più di uno sbadiglio, se non fosse che quando escono dischi "atipici" puntualmente gli apologeti dell'una e dell'altra corrente cominciano a sproloquiare per portare l'acqua al loro mulino (la logica che usano è comunque la stessa), e mentre gli uni si fanno vieppiù sempre più noiosamente scientifici, gli altri si perdono in pericolose derive semipoetiche ugualmente fastidiose. In ordine cronologico, l'ultimo lavoro che ha portato all'ennesimo scambio di fucileria di corbellerie è l'abbominevole 808's & Heartbreak -che i più definiscono saggiamente "stronzatona col botto"- ma ad un livello mediatico più basso anche questo Rise Up non ha mancato di destare sincera ilarità in chi scrive. Da un lato c'era chi impazziva a catalogarlo traccia per traccia, salvo trovarsi alla fine dei 51'34" di durata con quindici diversi generi musicali, e dall'altro stavano i gli epigoni dei fiji d'amor' ederno di verdoniana memoria che si accontentavano di dire che 'sta musica te faceva stare bbene. Tuttavia, tutti concordavano su un punto: che Rise Up rientrava tra le cinque migliori uscite del 2007, e da questo vorrei partire.
In effetti, raramente ho potuto ascoltare così tanta varietà in una botta sola; e non alludo a semplici influenze, perchè il produttore Zeph non ha problemi a passare dal boombap più puro di Come One Come All al dub di Time To Wake Up, dal funk di Make Your Brain Swing alla dancehall di Ten Steps Ahead. E questi sono solo esempi ai quali accostare incursioni in ciò che la mia ignoranza musicale spinge ad accomunare sotto il termine "ritmi latini", jazz ed electro. Unico denominatore comune di quest'abbondanza può essere dato dall'andamento oscillatorio della velocità delle batterie, ma al di là di ciò pare che l'unico collante tra un pezzo e l'altro sia l'approccio inusuale di Zeph al beatmaking. L'iniziale Rise Up, ad esempio, prende un loop di archi e lo incolla sul giro di sintetizzatore di Boyz 'N' The Hood di Eazy E, che a sua volta gira su batterie provenienti da un 808 e riesce a fondersi con un cantato giamaicano nel ritornello: vi assicuro che l'effetto finale supera decisamente la mia descrizione in quanto ad efficacia. Ad ogni modo, mentre la successiva Ten Steps Ahead viaggia che è un piacere grazie ad un bel riddim con tanto di effetto sirena, è Come One Come All la prima vera bomba del disco: le batterie campionate sono le stesse utilizzate in Put It In Your System della DITC ma con un tiro più veloce; ad esse poi va ad accompagnarsi un giro di piano che poi termina nel ritornello, che campiona il Sadat X di All For One mettendo così la cosiddetta ciliegina sulla torta e facendo apparire la canzone come qualcosa che potrebbe esser stato partorito dal miglior RJD2. Ma ecco che, giunti a questo punto in cui si sarebbe portati a pensare ad un proseguimento più tradizionalista in quanto ad atmosfere, Rise Up compie una sorta di inversione a U e decide di spingersi verso ritmi più uptempo e dal sapore vagamente centroamericano, i quali poi cedono il passo ad una maggiore lentezza che vede nella superba Time To Wake Up il suo apice. Questa traccia, a mio modo di vedere la migliore del disco, è uno stupendo dub fatto con tutti i crismi (tra cui strumenti suonati live, cosa che giova non poco) sul quale si alternano il vocalist roots Tony Moses, la cantante Joyo Velarde (scuderia Quannum, mi pare) e ovviamente Azeem; l'insieme risulta così perfetto che si giunge ai quasi 5 minuti di durata con la voglia di riascoltarla ancora una volta, e poi un'altra ancora -il che da me è effettivamente avvenuto un giorno in cui s'andava ai crotti ed in cui Time To Wake Up è stata loopata dall'uscita della Milano-Lecco fino all'arrivo a Chiavenna, vedete voi.
A questo punto è inevitabile che le impressioni destate dalle successive canzoni non siano così d'impatto, ma sarebbe sbagliato sottovalutare la caratura di una Alpha Zeta, di una Play The Drum (che però a me non entusiasma proprio perchè utilizza un coro di marmocchi nel ritornello) ma soprattutto della gran bella Everything's Different, che ci fa fare un tuffo nella New York di fine anni '80 con un beat ultraminimalista a metà tra 45 King e Marley Marl. Purtroppo l'album si chiude con qualche singulto e qualche skit di troppo, ma giunti a questo punto non si può nemmeno andare a cercare il pelo nell'uovo... che piaccia o meno soggettivamente, è fuor di dubbio che Rise Up goda dell'insieme di produzioni più interessante del 2007. La sperimentazione sta nell'assemblaggio del tutto più che nel singolo episodio e non si può che restare impressionati di fronte all'eclettismo di Zeph che, caso raro, non è fine a sè stesso ma va di pari passo con la sua competenza.
Ad accompagnarlo -è il caso di dirlo- c'è invece un MC poco conosciuto al di fuori della cerchia dei prodotti targati OM Records (lo si era già sentito qualche anno fa come ospite in West Oaktown di Colossus) ma che gode di una certa reputazione anche come artista dello spoken word: Azeem. Questa sua specialità appare evidente nel momento in cui decide di lavorare più sulla pronuncia e l'enfasi delle parole che sulla creazione di schemi metrici complessi, cosa che tra l'altro non significa che sia privo di tecnica ma anzi che ne fa sfoggio in un modo più vicino alla poesia lato sensu che non alla pura esibizione di stile. Questo inoltre lo "costringe" a scegliere con grande cura le parole, e se si considera che buona parte delle canzoni ha tematiche legate al sociale quest'attitudine giova enormemente alla sintesi ed alla chiarezza del discorso. Ovviamente non può mancare il buon vecchio wack-rapper-bashing, che però viene condotto con eleganza ed anche una relativa modestia (trad.: non dice "io sono meglio di te perchè sono un figo" bensì "tu sei una chiavica imbarazzante" -differenza minima ma comunque degna di nota); e se poi lo si associa ad un paio di canzoni più votate al cazzeggio puro e semplice non può non sovvenire un imprinting legato alla vecchia scuola dei De La Soul o Run DMC. Anche qui, insomma, pur non avendo gli sprazzi d'inventiva del partner ci troviamo tra le mani un MC singolare, carismatico e senz'altro facilmente distinguibile dalla massa.
Giunti alle conclusioni, insomma, parrebbe che mi tocchi dare il massimo dei voti a questo disco, ma non è così. In primo luogo perchè soggettivamente non tutte le tracce mi piacciono, e ciò perchè quasi inevitabilmente l'attingere a talmente tante sonorità può piacere ad un ascoltatore e far inorridire l'altro; in secondo luogo perchè trovo il suono generale un po' troppo pulito e patinato anche in quei casi dove invece avrebbe fatto bene una maggiore ruvidità (paradossalmente proprio nei pezzi migliori, cioè Come One Come All, Time To Wake Up, Ten Steps Ahead e Everything's Different); infine, e questo è l'ultimo motivo, perchè Azeem è valido ma forse un po' troppo regolare nel suo stile, che resta grossomodo invariato a prescindere che canti su un dub o su una roba electro. Da tutto ciò deriva un voto che io preferisco mantenere più sui quattro zainetti che non sulla media dei quattro e mezzo ricevuti in altre recensioni, delle quali preferisco mantenere intatto invece il concetto di base: scaricatelo, compratelo, rubatelo ma, assolutamente, ascoltatelo.





VIDEO: DISCUSSING RISE UP

EL DA SENSEI - THE UNUSUAL (Fat Beats, 2006)

venerdì 21 novembre 2008

[Disclaimer: Alcune delle recensioni incluse in questo blog sono originariamente state pubblicate sul sito Hotmc.com. La ripubblicazione di questo materiale su Rugged Neva Smoove non è in alcun modo dipendente dalla volontà di Hotmc, che per politica editoriale desidera rimanere estranea alle attività di qualunque audioblog supporti il download illegale. La riproposizione degli articoli si riduce a una scelta personale dell'autore di questo blog, nonché autore delle recensioni, che si assume totalmente la responsabilità delle eventuali conseguenze]

Takin’ it back to ’88… non esattamente, ma lo spirito è quello.
Se state cercando qualcosa di nuovo o cosid. “fresco”, vi dico fin da subito che potete interrompere la lettura della recensione e dedicarvi ad altro, senza perdere tempo prezioso. Qualora doveste invece essere dei nostalgici senza speranza, o semplicemente vi accontentate del “good ol’ boom bap”, andrò a spiegarvi immediatamente perché questo disco è –da quest’ottica- uno dei prodotti più credibili ed interessanti usciti negli ultimi mesi.
1. El Da Sensei era una metà degli Artifacts, la cui carriera certamente non si può dire esser stata stellare. Escluso, naturalmente, il plauso dei cultori dell’underground dell’epoca. Nulla è cambiato da allora.
2. E’ certamente più credibile chi fa un disco sul genere throwback essendo sulla scena underground fin dai tempi ai quali si rifà, che non chi al tempo si esaltava coi Kriss Kross.
3. Chi sul proprio disco ospita K-Def e O.C., fa scratchare (ancora!) pezzi della strofa di Deck su C.R.E.A.M. e, infine, appare in foto con le Jordan VI è decisamente uno che ci crede davvero.
4. Se, a distanza di 10 anni, il tuo ultimo album ha pressappoco gli stessi difetti del tuo ultimo lavoro degli anni ’90 (e mi riferisco a That’s Them!), allora si può tranquillamente dire che il termine “conservatore” assume nuovi significati.
Ora, malgrado questa introduzione apparentemente critica nei confronti di El, non posso negare di aver trovato in questi quattro punti (più gli altri che verranno) un feticistico piacere. Non scordiamoci infatti che abbiamo comunque a che fare con un veterano, un MC esperto che si può definire in molti modi ma certamente non fiacco. Sottolineo peraltro come certi suoi coetanei (artisticamente parlando), al momento di pubblicare un album “al passo coi tempi”, hanno prodotto risultati discutibili: Large Professor ed il suo solista ufficiale, il Pete Rock di Soul Survivor II, Prince Po e, uno su tutti, Jeru e gli aborti dell'era post Premier.
Saggiamente, El ha deciso di percorrere una strada che conosce molto bene ed è, appunto, quella del ol’ boom bap unito a liriche che vogliono dimostrare la propria capacità al microfono e poco più. Un esempio? Natural Feel Good, che di certo non stonerebbe se ascoltata tra le vecchie Break It Down e Skwad Training. Differenze di mixaggio a parte, Illmind riproduce in maniera perfetta l’atmosfera dell’hip hop dello scorso decennio, mentre il Nostro dimostra che l’esperienza è la migliore maestra: una tecnica molto precisa e pulita (scordatevi gli adlib tracotanti di questi ultimi anni), unita ad un controllo di respirazione e voce fuori dal comune sono quello che differenziano gente come lui dall’invasione di rapper che si sforzano, anche genuinamente, di riprodurre il sapore di quell’epoca.
Lo stesso dicasi per Lights, Camera, Action (ci voleva davvero un originoo anzianotto per riesumare l’uso dell’urlo “Go! Go! Go!” in un ritornello: ricordate Off The Books? E’ lui!), What’s My Name, Hold On o Blow Shit Up -come possiamo vedere, anche i titoli dei pezzi non esplorano nuovi territori. Au contraire, qualche apertura al Nuovo, sempre inteso in termini molto relativi, lo si può trovare nel singolo Crowd Pleasa e relativo campione -tratto da una versione cantata di Exodus di Ernest Gold, già sentito altrove ma comunque piacevole; Live In The Flesh ha invece vaghe reminescenze delle produzioni presenti sull’ultimo dei De La Soul o dello stile di Jake One (che, invece, produce Gunblast); oppure, ancora, Nuttin’ To Lose, decisamente meno tipica nella scelta delle batterie, del campione, e nel taglio di quest’ultimo.
Insomma, per farla breve, si raggiungono dei livelli di throwbackismo (passatemi il neologismo) assoluto e, finalmente, davvero convincente. Tanto convincente che, come dicevo, anche i difetti sono più o meno gli stessi di That’s Them: tanto per cominciare, digerire 50 minuti di battle rap e sboronaggine assortita, per quanto nettamente superiori alla media, è abbastanza impegnativo; aggiungiamoci poi l’inclusione di qualche traccia skippabile o quantomeno piuttosto insignificante (That’s How It Goes soprattutto è una fetecchia) e, infine, un minimo di monotonia sia nei beat che nello stile di El che, per carità, straccia come e quando vuole una decina di MC aventi la sua stessa impostazione ma non basta da solo a reggere un disco intero (e dico solo 10 perché tendo a considerare gli affiliati alla Justus League come un insieme stilisticamente non meglio definito). Ecco, già avere un partner al microfono aiuta parecchio, ma visto che Tame One pare essere ancora infognato con la Eastern Conference, ci tocca abbandonarci ad una serena rassegnazione.
In conclusione, io sono comunque soddisfatto del tutto, con i suoi pregi ed i suoi difetti. Del resto, posso affermare senza vergognarmene di soffrire di una eccessiva partecipazione emotiva legata al risentire determinate sonorità, ragion per cui il mio parere è molto di parte. A momenti mi vien voglia di passare il disco su cassetta, vedete un po’ voi… Degenerazioni della sindrome di Peter Pan a parte (credo sia questo), The Unusual resta un onesto prodotto che ovviamente verrà apprezzato dai nostalgici ma che, credo, lascerà a bocca asciutta non solo chi si è votato anima e corpo ai suoni contemporanei, bensì anche chi è nel viaggione del throwback fuffa (senza offesa, davvero). Sia come sia, è comunque una parentesi ben riuscita nel panorama del rap contemporaneo.

[Cosa devo aggiungere? Al di là di una certa mia soddisfazione nel constatare che nel giudicare The Unusual ci avevo preso, posso solamente notare come la longevità del tutto non sia risultata tutto 'sto granché (ovverosia: negli ultimi due anni non penso di avero ripreso in mano più di dieci volte). Questo dipende certamente dall'album in sé, ma soprattutto -secondo me- dal fatto che di dischi così ne escono molti ogni anno. Quante volte, infatti, mi tocca ribadire la solita roba, e cioè che la qualità è buona, l'MC è competente, le atmosfere sanno di nostalgia e blablabla? Ecco allora che in un simile contesto cose come The Unusual difficilmente possono farmi avere erezioni dalla gioia. All'epoca gli avevo dato 3 e 1/2, ma alla luce dei difetti e della scarsa longevità mi vedo costretto a tirargli giù mezzo punto, per quanto tre zainetti gli stiano stretti]





VIDEO: CROWD PLEASA