VAST AIRE - DUECES WILD (One Records, 2008)

lunedì 21 luglio 2008

La recensione di questo album è uno dei compiti più misteriosamente ostici che mi siano capitati dacché ho aperto il blog: credo di averla iniziata come minimo due o tre volte, salvo poi rileggere quanto scritto fino a quel momento e cancellare tutto. Non è che ci sia un motivo particolare per questo blocco della mia consueta genialità, se non forse che... a me Vast Aire non è mai piaciuto e, anzi, m'è sempre stato parecchio sul cazzo. Salvo rarissime occasioni, ho sempre trovato che il suo bizzarro stile nello scandire le parole e giocare col loro suono lo rendesse simile più allo scemo del villaggio che ad un emsì -almeno, così lo percepivo io. In più, va detto, il suo esordio solista era ed è ancora semplicemente schifido, e d'altro canto il lavoro svolto con Mighty Mi era da commentare tutt'al più con un "meh". Poi, però, verso la fine dell'anno scorso mi sono imbattuto nella collabo con Karniege, sotto il nome di Mighty Joseph, e non posso nascondere il mio apprezzamento nei confronti di quel disco: un po' ero contento che lui dividesse il tempo al microfono con qualcun altro, ma in particolare erano i beat che me lo rendevano godibilissimo. Abbandonata del tutto la sperimentazione tanto per, la coesione di quel disco me lo faceva apparire come un incrocio ben riuscito tra Blade Runner e Wild Style: nel senso che molte atmosfere erano decisamente futuristiche o "fredde" (passatemi il termine) ma la matrice smaccatamente hip hop era presente in primo piano.
Quando, tramite una bella intervista, scoprì che il deus ex machina di questo effetto sinestesico era tale Melodious Monk (intervista qui), il quale si sarebbe occupato di Deuces Wild assieme a gente come Pete Rock e Oh No, ho deciso di dare una chance al disco decidendo timidamente di scaricarlo. E, signori, ho decisamente fatto la cosa giusta. Da due settimane quest'album è in heavy rotation a casa, nel walkman ed in ufficio, e ad ogni ascolto vedo sempre più rafforzati i lati positivi ed indeboliti quelli negativi. I quali, nella loro presenza, quasi giovano all'ascolto complessivo; nel senso che, eccetto Lunchroom Rap ed i suoi cacofonici synth (una delle produzioni più brutte di Oh No, punto e basta), non esiste un pezzo che faccia davvero gridare vendetta al cielo e così, con quest'alternanza tra ottimo e buono, si va a creare una sorta di curva sinusoidale qualitativa che comporta inevitabilmente una maggiore attenzione dell'ascoltatore.
Dal punto di vista delle produzioni siamo lontani da Look Mom ecc. e ci avviciniamo ovviamente molto più a quanto sentito in Empire State: in pratica si tratta di un ibrido tra boombap nuiorchese, un pizzico di atmosfere à la El-P vecchia maniera, ed una serie di campioni che spaziano dal classico funk ad un repertorio più caduco che pare esser tratto da qualche colonna sonora di Kenji Kawai (quello che ha musicato i due Ghost In The Shell e diverse altre cose di Mamoru Oshii, per intenderci). Questo amalgama di influenze risulta però omogeneo e financo logico, principalmente grazie alla buona struttura data alla tracklist ed ai relativi accostamenti: il passaggio, dunque, dall'iniziale (e comunque valida) sucata all'EL-P di Cold Vein ai suoni funkettoni di Dynamic Duo avviene per piccoli passi, così come il ritorno ad atmosfere più cupe che poi va a sfociare nell'eccezionale terzetto finale. A contribuire al tappeto sonoro è principalmente Melodious Monk -raffigurato peraltro nel lato inferiore del due di picche di copertina- che firma le bellissime Graveyard Shift e Take Two, oltre alle valide The Man Without Fear, TV Land e Back 2 Basics. Non essendo conosciutissimo, vale la pena spendere due parole sul suo stile di produzione: il Nostro suona smaccatamente nuiorchese, con influenze che vanno dagli ultimi Beatminerz (TV Land) ad un Buckwild d'annata (i tamburelli di sottofondo di Graveyard shift), senza scordare naturalmente un tocco di Def Jux quà e là per quanto riguarda la programmazione delle batterie. Tuttavia non pensate a lui come ad una sorta di Frankenstein del campionatore, perchè già alla sua seconda prova dimostra di avere un tocco personale piuttosto riconoscibile -soprattutto per quel che riguarda il conferire una particolare atmosfera ai pezzi- che me lo rende uno dei più interessanti produttori emergenti degli ultimi tempi. Ad affiancarlo, poi, vi sono diversi sconosciuti le cui opere possono andare dall'ottimo (Thanos e la sua Shu) al buono (The Crush, Dynamic Duo, You Know You Like It), ma in generale l'orientamento è simile a quello di Monk e pertanto si fondono egregiamente con quanto proposto da quest'ultimo. Last but not least, le due uniche "superstar", cioè Pete Rock e Oh No, regalano due performance agli antipodi: mentre quest'ultimo crea una schifezza tout court indegna del suo curriculum, Pietrino Roccia dimostra il suo talento adattando il suo consueto stile alle atmosfere sci-fi richieste da Vast: Mecca And The Ox risulta così essere una delle tracce secondo me più rappresentative della sua versatilità e, ad eccezione di un suono cigolante un po' fastidioso che fa capolino quà e là lungo i tre minuti e mezzo che compongono la canzone, risulta essere una delle punte di diamante della sua produzione più recente.
Ma liricamente come siamo messi? Beh, qui il discorso si fa un po' diverso, perchè a me lo stile di Vast continua a non convincere fino in fondo. Ma se questo da un lato è un problema personale, devo comunque riconoscere che perlomeno non esagera coi suoi giochini di voce e che quindi, una volta fatta l'abitudine al suo stile, non sembra nemmeno ritardato. Contenutisticamente devo dire che stargli dietro e seguirlo parola per parola è inutile, e ad eccezione di un paio di tracce (le über-nerdose ma al contempo divertenti TV Land e Dynamic Duo e The Crush) si può al limite intuire di cosa stia parlando. Pure, nella sua astrazione (o semplice sparar cazzate) è innegabile che abbia un certo stile e perciò non si ha l'impressione di ascoltare un coglione fatto e finito (cfr. lil' Wayne) e men che meno uno insipido (vedi alla voce Grand Agent). Gli ospiti, dal canto loro, "funzionano" bene. Contrariamente a molti, ho trovato buona la prestazione di Geechi Suede in Dynamic Duo, così come ben riuscita è l'accoppiata con Copywrite e lo sconosciuto Genesis (uno di cui vorrei sentire più roba, perchè ha una voce potente ed un'egregia tecnica). E se da un lato non stupisce il fatto che la riunione dei Cannibal Ox in mecca And The Ox sia uno dei punti di forza del disco, dall'altro ci si chiede come mai la posse cut di turno non sia venuta bene come quella su Empire State... sarà il beat, saranno gli MC che gli fanno da spalla a non essere niente de che, sarà che Double A.B. pare un Cam'Ron underground: fatto sta che non impressiona come dovrebbe.
Volendo finalmente concludere, mi trovo nelle stesse difficoltà avute per iniziare la recensione. Indubbiamente non si tratta di musica per tutti, nel senso che la particolarità dei suoni e soprattutto le peculiarità proprie dello stile di Vast trascendono il cosiddetto easy listening; qui si parla di musica da walkman, la cui fruizione non si può apprezzare più di tanto se non concentrandosi su di essa. Ma attestato ciò, e verificato che si sia in vena di ascoltare un simile disco, non posso non dirmi entusiasta nonché sorpreso dell'eccellente prova solista di Vast: per quanto mi riguarda, una delle migliori uscite dell'anno in corso.



8 commenti:

PZA ha detto...

io devo chiederti una cosa,sono troppo curioso,
tutti i cd che recensisci hanno cover e back cover che sembrano scannerizzati dalloriginale...
li hai originali?

MAK ha detto...

E fai bene a recensire "solo" i dischi che hai originali. Nella maggior parte dei casi, immagino avranno avuto più ascolti di una misera playslist di WinAmp..

Deuces Wild mi è piaciuto abbastanza, ma ho preferito comunque Empire State e Look Mom No Hands.

The Cold Vein è un disco molto particolare, e lo apprezzo in modi e misure diverse a seconda della situazione. Ci sono dischi come (uno a caso) Nocturnal che in qualsiasi momento lo ascolto prende bene (e te credo..) ma The Cold Vein invece, in varie circostanze mi risulta fin troppo pesante e soporifero, assai godibile e "viaggioso" in altre.

Anonymous ha detto...

Per me Empire State è uno dei migliori dischi di quest'anno,ed anche questo da solista di Vast Aire.
Anche a me a sorpreso la capacitò di Pete Rock ad adattarsi a certe sonorità.
La base di Oh no è veramente oscena

reiser ha detto...

Tanto per fare lo sborone (che poi, oddio, ho conosciuto in uffico che ha più di 7000 dischi di sola musica classica) ecco qua una foto parziale del materiale: http://img187.imageshack.us/img187/3343/dischipe1.jpg

PZA ha detto...

e quì ci scappa un :"EPPORCA MMENGHIA!"

Anonymous ha detto...

hahahaha, sborone... sdrue (nun so fa le dieresi cor lap)

Antonio ha detto...

E linkala, quella intervista, no?

haha

Concordo sul voto e sulle considerazioni generali, anche se alcuni pezzi di Look Mom spaccavano tutto, vedi il pezzo eponimo prodotto da Madlib con quel campione di funk texano che gira in una maniera...
Per il resto, io sono un coldveiniano. Hai sentito AK47 con Vordul? Li' sembrano tornati i tempi d'oro dei Cannibali: battono pure la versione di Wonderwall di Cat Power...

Antonio ha detto...

P.S.: Mi sa che come dischi batti pure me. E se non lo fai, arriviamo al photofinish (e vinci, mi sa).
Peccato che i miei siano quasi tutti a Sassari...

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